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Caritas Pirckheimer, la badessa che lottò contro il luteranesimo e per tener vivo il suo convento

Caritas Pirckheimer

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Sandra Ferrer - pubblicato il 19/01/23

Riscattiamo le parole di questa religiosa ed erudita che si batté per la sua fede

Nel 1517, Martin Lutero avviò uno degli scismi più importanti della Chiesa cattolica. La sua Riforma protestante cambiò molte cose, tra cui il modo di vivere di uomini e donne che aveva preso l’abito e vivevano in conventi e monasteri.

Nell’arco di pochi anni, in Germania molte città si unirono ufficialmente alla Riforma luterana e presero misure per esclaustrare i religiosi e dissolverne le comunità. A Norimberga, nel 1525, il governo della città, dichiarata ufficialmente protestante, decretò il divieto di celebrare Messe cattoliche e la chiusura di conventi e monasteri. In uno di loro, il convento di Santa Chiara, vivevano circa 60 religiose, che, protette dal coraggio della loro madre badessa, riuscirono, pur se non senza difficoltà, a continuare a vivere lì.

La madre badessa si chiamava Barbara Pirckheimer, ed era nata il 21 marzo 1467 in Baviera. Era la maggiore di dodici fratelli, dei quali erano sopravvissuti solo tre figlie e un figlio. Mentre quest’ultimo, divenne un noto umanista, le sorelle avrebbero abbracciato la vita religiosa.

Barbara entrò in contatto con il convento di Santa Chiara di Norimberga quando aveva 12 anni. La famiglia si era trasferita in questa città tedesca, dove suo padre era stato assunto come consulente legale del governo locale. Il centro religioso era noto per la sua scuola, in cui le bambine insegnavano, tra le altre discipline, anche il latino. La sua biblioteca e le sue terre e proprietà facevano del convento di Santa Chiara di Norimberga un importante centro di cultura e di produzione agricola.

Barbara prese i voti verso il 1483 e assunse il nome di Caritas. Nel 1503 fu eletta badessa. Caritas aveva ricevuto una buona istruzione e conosceva Padri della Chiesa, moralisti e teologi; aiutata dal fratello, che aveva guidato la sua educazione nell’infanzia, fece di Santa Chiara un centro intellettuale di spicco e della sua figura come badessa uno dei ruoli più rispettati di Norimberga.

Manteneva anche una corrispondenza con personalità del momento, come l’umanista tedesco Conrad Celtis, a cui scrisse:

“Esimio maestro, dottore ed erudito in filosofia, ho ricevuto ancora una volta con grande rispetto e con la massima riconoscenza un libretto dedicato da Sua Eccellenza a me, donna insignificante, insieme alla vostra dolcissima lettera, della quale sono estremamente riconoscente. Visto però che io, povera, non potrò mai contraccambiare un dono così grande, invoco Colui a cui si dà il meglio e da cui procede ogni dono perfetto perché nella Sua clemenza mi sostituisca rispetto alla vostra bontà, illuminante e infiammata. La vostra mente ardente con lo splendore e l’amore della vera saggezza che discende quaggiù dal Padre di Tutta Luce, affinché comincino ad essere conosciute non solo le cose visibili e terrene, ma anche le cose invisibili ed eterne, secondo il grido dell’Apostolo che dice: ‘Ponete lo sguardo sulle cose di lassù, non su quelle della terra’. Non posso non confessare che, anche se la descrizione e la lode della mia patria terrena, contenuta in questo libretto, mi è molto gradita, sarebbe per me più attraente e dolce la descrizione e la glorificazione della patria celeste Gerusalemme (…) Vi chiedo con la massima urgenza con il mio spirito non di abbandonare la filosofia mondana, ma di cambiarla con qualcosa di meglio, cioè di volgervi dagli scritti dei pagani alle pagine sacre, dalle cose terrene a quelle celesti, dalle creature al Creatore. Dopo tutto, a cosa servono tutte le creature se il Creatore ci trascura? Potrebbe accadere facilmente se preferissimo le creature al Fondatore, non sia mai così. Anche se non si deve incolpare la scienza o alcuna conoscenza di una cosa positiva, specialmente se contemplata e ordinata da Dio, si deve sempre preferire la teologia mistica e una vita buona e virtuosa. Perché la ragione umana è debole e può sbagliare, mentre la fede è vera e sana”.

L’avvento del protestantesimo sconvolse la tranquilla vita di preghiera e insegnamento delle religiose clarisse. Nella primavera del 1525, Caritas ricevette una notifica ufficiale in cui le si chiedeva di sciogliere tutte le consorelle dai loro voti.

In caso contrario, i loro familiari avrebbero potuto entrare nel convento e portarle via a forza. Si esigeva anche che, finché vivevano in convento, abbandonassero l’abito e indossassero vestiti secolari, facessero un inventario esaustivo dei loro possedimenti, non ascoltassero Messe cattoliche e non ricevessero alcun sacramento cattolico. Era poi obbligatorio costruire una finestra perché i familiari potessero avere un contatto diretto con le religiose.

Il governo dava a Caritas quattro settimane per dissolvere la vita conventuale. La badessa rimaneva salda nelle sue convinzioni, sostenendo di non poter sciogliere le monache dai loro voti, cosa che poteva fare solo Dio, e non essendo disposta ad abbandonare la sua casa. La popolazione di Norimberga iniziò allora a molestare le religiose tirando pietre contro il convento, lanciando improperi e minacciando di dar fuoco alla struttura.

La madre badessa accettò di costruire la finestra e non poté evitare che i familiari delle religiose entrassero in convento, ma non fu facile. Lei stessa lasciò per iscritto la testimonianza drammatica della lotta tra tre religiose e i loro familiari, disposti a portarle via dal convento in qualsiasi modo.

“Speravano ancora che nonostante l’incontro fosse stato organizzato si sarebbero salvate, perché nessuno avrebbe usato tale violenza contro la loro volontà. Quando le ho chiamate e ho detto loro che le loro madri le volevano portare via in quel momento, tutte e tre sono cadute a terra gridando, piangendo e mostrando un comportamento così triste che Dio in cielo si sarà commosso”. Nonostante il rifiuto delle tre donne, i loro parenti entrarono con la forza nel convento mentre la popolazione rimaneva fuori a spaventare le donne del centro religioso. Caritas insisteva sul fatto che, se i luterani difendevano la libertà dei cristiani, non potevano costringere nessuno a prendere una decisione del genere.

“Con molte lacrime abbiamo tolto loro velo, cintura e vesti bianche e abbiamo messo loro camicie e cinture mondane. Con alcune sorelle del consiglio le ho portate in cappella. Lì abbiamo aspetato quasi un’ora intera che i lupi feroci arrivassero in due carrozze. Nel frattempo, la notizia aveva raggiunto tutti. Si sono riuniti in gran numero, come quando una povera anima viene condotta all’esecuzione. La strada e il cimitero erano così pieni che le donne nelle carrozze potevano appena entrare nel cortile. Poi si è provata vergogna per il fatto che fosse presente tanta gente. Avrebbero preferito che le avessimo lasciate entrare dalla porta posteriore del giardino. Poi mi hanno mandato da due signori, Sebald Pfinzing e Andreas Imhof, che erano stati designati dal Comune come testimoni, come io avevo richiesto. Non volevo usare la porta sul retro perché non doveva essere riservata a questo scopo. Ho detto loro che se stavano facendo la cosa giusta non c’era niente di cui vergognarsi. Non volevo liberarle da nessun luogo se non quello in cui le avevo ricevute la prima volta, la cappella. E così, alle 11.00, i lupi feroci, sia maschi che femmine, si sono avvicinati ai miei preziosi agnelli, sono entrati in chiesa, hanno cacciato tutti e chiuso la porta. Purtroppo ho dovuto aprire la porta del convento nella cappella. Volevano che andassi in chiesa con le ragazze. Non volevo farlo. (…) Le madri hanno allora chiesto agli uomini di farla finita, perché la folla si stava avvicinando. Avevano paura che ci fosse una rivolta. (…) Le ragazze mi hanno abbracciata, hanno pianto ad alta voce e mi hanno pregata di non lasciarle andare, ma purtroppo non ho potuto aiutarle. Mi sono ritirata con le altre sorelle e ho lasciato le povere ragazze sole nella cappella. Ho chiuso la porta tra la cappella e l’atrio della chiesa in modo che nessuno potesse entrare nel convento”.

Caritas Pirckheimer dovette lasciar andar vie le tre ragazze, ma il convento resistette per mesi. Vi si recò anche il teologo Filippo Melantone, che su richiesta del fratello di Caritas si era recato a Norimberga per cercare di trovare una soluzione.

Melantone criticò duramente l’accaduto e la violenza impiegata per tirar via le tre religiose del convento, ma continuò a difendere la necessità di dissolvere tutti gli ordini monastici. La badessa riuscì a far sì che il convento continuasse a funzionare, ma non avrebbero potuto entrare nuove religiose né sarebbe stato possibile celebrarvi Messe cattoliche. Solo una religiosa lasciò la struttura di propria volontà, le altre rimasero fedeli alla dottrina cattolica.

Il 19 agosto 1532, la madre badessa Caritas Pirckheimer morì nel suo amato convento di Santa Chiara per il quale aveva tanto lottato. La struttura sopravvisse fino al 1590, dopo la morte dell’ultima religiosa.

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