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Hans Küng, Leonardo Boff…vittime di Ratzinger?

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Miguel Pastorino - pubblicato il 16/01/23

Il mito del grande inquisitore

Ormai da decenni, ma soprattutto dopo la morte di Benedetto XVI, sui media si parla ripetutamente delle “vittime” di Joseph Ratzinger, di teologi messi a tacere dall’“inquisitore” Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede.

Viene definito un retrogrado che voleva solo un ritorno al passato, al Concilio di Trento, contrario all’ecumenismo e al dialogo interreligioso, che censurava chiunque non la pensasse come lui. È anche accusato di aver coperto i casi di pederastia nella Chiesa e di essere nemico del Concilio Vaticano II.

Purtroppo queste e altre affermazioni ugualmente false e ingiuste non solo vengono ripetute e credute da giornalisti poco informati, ma sono diffuse anche da teologi, sacerdoti e laici cattolici che credono di raccontare la vera storia di Papa Benedetto XVI.

L’aspetto più triste della situazione è che non solo non è vero, ma è il contrario di quello che è stato come teologo e come Pontefice: è stato il Papa più radicale nel voler purificare la Chiesa dagli abusi e dalla corruzione, uno dei teologi più profondi, critici e aperti del XX secolo, un uomo di dialogo e grande promotore dell’ecumenismo e del dialogo interreligioso.

Per confermare tutto questo basterebbe dedicare del tempo alla lettura dei suoi libri, della sua biografia e di conferenze e discorsi che ha pronunciato. L’imponente biografia del giornalista Peter Seewald, di oltre mille pagine, rigorosa e documentata in modo solido, sarebbe una lettura eccellente per sfatare la leggenda nera e tutti i pregiudizi ripetuti fino alla nausea. Ha contribuito ad alimentare il pregiudizio anche il film “I due Papi”.

Per ragioni di spazio mi limiterò a citare fatti minimi sui due teologi che hanno costruito la leggenda nera di Ratzinger: lo svizzero Hans Küng e il brasiliano Leonardo Boff.

Mi interessa sfatare brevemente alcuni miti per dare un contesto alle tante leggende che si ripetono in questi giorni, ma per approfondimenti rimando alla lettura dei testi di Ratzinger e alle interviste pubblicate, come anche a libri, lettere, conferenze e discorsi di Benedetto XVI.

Il caso Hans Küng

In un’altra occasione ho scritto dell’opera di Küng, del suo contributo alla conoscenza delle religioni e della sua inclinazione al protestantesimo nella sua produzione teologica, ma la sua azione pubblica è stata messa fortemente in discussione da chi è stato testimone dei fatti.

Questi testimoni sono meno noti di Küng e hanno ricevuto meno pubblicità. Il giornalista Peter Seewald, che ha intervistato Hans Küng e Ratzinger, ha scritto che “se ci fosse un premio per la propaganda anti-Ratzinger, lo avrebbe vinto sicuramente Hans Küng”, e ciò che è certo è che “la polemica con Küng aveva poco di onesto o di verità storica, assomigliava a un incendio provocato”.

Molti articoli sulla stampa ripetono in questi giorni che è stato Ratzinger a privare il teologo svizzero della licenza per insegnare, ma questa è stata ritirata nel 1979, quando Ratzinger era ancora vescovo in Germania e ha addirittura voluto intercedere a suo favore.

Negli anni Ottanta, però, Küng ha cominciato a pubblicare sulle riviste tedesche articoli in cui si è scatenato contro Ratzinger e Giovanni Paolo II, presentandoli come medievali e retrogradi, ed è stato lui a definire Ratzinger “il grande Inquisitore” e a creare il mito della presunta svolta teologica di Ratzinger dopo il 1968, cosa che l’interessato ha negato e spiegato più di una volta, affermando che si trattava di un’evoluzione del suo pensiero.

La visibilità di Küng sulla stampa tedesca e internazionale gli ha permesso di alimentare sistematicamente il pregiudizio e l’immagine di oscurantismo e dogmatismo del suo collega che ora era Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Ha affermato che Ratzinger cospirava, che copriva e perseguitava la gente. Molti articoli di Küng sono pieni di insulti contro Ratzinger e Giovanni Paolo II, e ironizzava sulla dottrina cattolica in qualsiasi occasione avesse a disposizione.

Anche se ridicolizzava la Chiesa, l’Università di Tubinga ha creato una cattedra proprio per lui. Gli è stato solo impedito di insegnare la teologia cattolica, perché di fatto la sua teologia non lo era più, come egli stesso ha riconosciuto a Ratzinger nel 1982. Il fatto che si chieda a qualcuno di non insegnare come “cattolico” quello in cui la Chiesa non crede non è metterlo a tacere, ma richiamarlo alla coerenza.

E quando si dice che si “mette a tacere” un teologo, si interpreta come se venisse rinchiuso nell’oscurità, quando in realtà quello che gli viene chiesto è di correggersi, o la Chiesa si vedrà costretta a chiarire pubblicamente che la sua opera non è di dottrina cattolica. Nient’altro. È poi noto che qualsiasi libro venga catalogato come “proibito” dalla Chiesa diventa un best seller, e quindi diciamo che la questione del silenzio è paradossale, o almeno simbolica nel caso di Küng.

Hanno avuto molta più visibilità tra milioni di cattolici i teologi dissidenti che i documenti ufficiali della Chiesa, in genere sconosciuti e trascurati da chi gestisce microfoni e pubblicazioni. La questione di “imporre il silenzio” è un’espressione colloquiale, perché nel Diritto Canonico non esiste questa pena, e ciascuno è libero di parlare e di pubblicare, ma non in nome della Chiesa.

Se poi si leggono il percorso di entrambi i teologi e le polemiche sulla stampa tedesca, è chiaro che la vittima di calunnie sistematiche è stato Ratzinger e non Hans Küng, che spesso ha approfittato del suo prestigio, della sua visibilità e della confusione e decontestualizzazione dei dibattiti dottrinali per apparire come un eroe del libero pensiero. 

Il caso Boff e le teologie della liberazione

In questi giorni, Leonardo Boff ha pubblicato un articolo ripetendo su Ratzinger una serie di aggettivi che appartengono alla leggenda nera: “rappresentante del cristianesimo medievale”.

“Con la censura e la persecuzione di tanti teologi, da Gustavo Gutiérrez a Jon Sobrino, Ratzinger non ha dato un buon esempio: non ha ascoltato il grido dei poveri, ha condannato i suoi amici e alleati e ha interpretato erroneamente la Legge”; “si è lasciato contaminare dal virus conservatore della millenaria istituzione ecclesiastica, al punto da abbracciare, in alcuni aspetti, posizioni reazionarie e fondamentaliste” (Religión digital, 9-01-2023). E dice di non provare alcun risentimento! Le sue parole parlano più di lui che di Ratzinger. 

Anche se è vero che molti teologi della liberazione hanno subìto le calunnie dei loro vescovi, l’indifferenza e il timore dei cardinali in situazioni drammatiche che si potevano comprendere sulla base del contesto latinoamericano, le leggende su Ratzinger sono ingiuste e infondate.

Mentre in Europa dell’Est la Chiesa affrontava un movimento di resistenza alla dittatura comunista, in America Latina la situazione era molto diversa con le dittature militari. Non va dimenticato che tra il 1968 e il 1979, più di 1500 sacerdoti, religiose e teologi cristiani sono stati incarcerati, torturati e assassinati nei Paesi latinoamericani, etichettati come “comunisti” perché difendevano i diritti umani e denunciavano le ingiustizie sociali.

Monsignor Romero, arcivescovo di San Salvador, è stato assassinato a colpi di arma da fuoco mentre celebrava la Messa il 24 marzo 1980 per aver denunciato le violazioni dei diritti umani e aver osato leggere i nomi di persone scomparse e assassinate. È comprensibile che in questo contesto qualsiasi correzione dottrinale venisse percepita a livello politico e ideologico come un freno all’opzione per i poveri, ma alcuni teologi e giornalisti hanno amplificato il pregiudizio senza tener conto del contesto dell’istruzione sulla teologia della liberazione, il cui titolo “Alcuni aspetti” mostra chiaramente che non si tratta di una critica in blocco.

Ci sono casi esemplari di teologi della liberazione come Gustavo Gutiérrez, con un’opera solida a livello teologico e una grande profondità spirituale, valorizzata e lodata da Ratzinger e altri cardinali, come G. Müller.

Anche se Gutiérrez è stato criticato e calunniato da alcuni vescovi e cardinali, l’iter della sua opera è stato rivalutato e raccomandato dai Papi, sia da Benedetto che da Francesco.

È falso che si sia condannata la Teologia della Liberazione, perché non ce n’è una sola. I documenti esistenti hanno sollevato obiezioni relative a certe incompatibilità dottrinali di alcune teologie della liberazione con la fede cattolica, non hanno espresso una critica globale.

A Ratzinger preoccupava di più la strumentalizzazione politica della fede, il fatto che si prendessero in prestito in modo acritico dei postulati marxisti e che si realizzasse un’interpretazione esclusivamente razionalista della Bibbia, riducendo il cristianesimo a un’ideologia che finisce per dividere i cristiani e dimentica questioni fondamentali della fede cristiana.

Molti critici hanno visto nell’istruzione vaticana del 1984 un attacco alla lotta per la giustizia sociale e un tradimento delle comunità che soffrono. In questo contesto, Leonardo Boff è stato convocato a Roma nel 1985 per parlare con Ratzinger del suo libro “Chiesa, carisma e potere” (1981).

Si conoscevano già da Monaco, da quando Boff aveva studiato in Germania. Gli è stato chiesto di rivedere alcune tesi controverse del suo libro, e nel frattempo di rinunciare a pubblicare e a diffondere dichiarazioni su questi temi polemici (questioni ecclesiologiche) per un anno. Boff ha promesso di rispettare l’anno sabbatico, ma in realtà ha radicalizzato la sua posizione e non ha fatto quanto concordato.

Appena è uscito e ha incontrato la stampa, ha iniziato a costruire un’immagine del fatto che il suo incontro a Roma era stato disciplinare, di un’inquisizione persecutrice, consolidata con il racconto dell’immagine creata da Küng: il grande inquisitore che perseguita i teologi.

Vale la pena di chiarirlo?

Mi è dispiaciuto molto leggere Boff che scriveva in modo infondato su Benedetto pochi giorni dopo la morte di questi, come se fosse una persona piena di pregiudizi e poco informata.

Mi sono invece rallegrato vedendo degli articoli critici di Javier Elzo, Xavier Pikazza o Ignacio González Faus, o di un teologo della liberazione come Víctor Codina, che – anche se non concordo con varie delle loro posizioni – sono molto più seri di quanto pubblicato da Boff, deplorevole sotto tutti i punti di vista.

In un clima così polarizzato e di scarso ascolto di ciò che non conferma le proprie tesi, ci si chiede se valga la pena di chiarire queste cose o se le leggano solo coloro che difendono Benedetto e verranno catalogate come ingiuste e reazionarie da chi canonizza Küng o Boff.

Ho scritto questo contributo per giustizia nei confronti di Benedetto XVI, pur essendo consapevole del fatto che quando qualcuno è molesto o scomodo e la sua immagine è stata tanto deteriorata, poco importano i fatti quando la narrativa ufficiale è così radicata.

Ad ogni modo, spero che coloro a cui interessa cercare la verità non si fermino a quanto ho scritto o non si rifacciano a chi continua ad alimentare la leggenda nera, ma vadano direttamente alle fonti per porre le cose al posto giusto.

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