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Il “Caro Benedetto XVI” di Alexia Vidot, teologo e dunque servitore 

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Benedict XVI

Giulio Napolitano / Shutterstock

Henri Quantin - pubblicato il 12/01/23

Il giorno della morte di Benedetto XVI, il 31 dicembre 2022, i grandi di questo mondo hanno onorato il papa teologo – ma sanno che cos’è un teologo? Dal libro-testimonianza della giornalista Alexia Vidot “Cher Benoît XVI” riteniamo una grande lezione: si può parlare di Dio quando si parla a Dio.

“Teologo”: la parola è stata ripresa e ripetuta a spron battuto, per designare Benedetto XVI, in una litania che si contentava di variare l’aggettivo. “Famoso” per Joe Biden, “immenso” per Sarkozy, “eminente” per Zelenksi, “grande” per la Conferenza Episcopale di Francia, “uno dei più grandi del suo tempo” per l’arcivescovo di Canterbury, “brillante ma conservatore” per Le Monde (e tutto sta in quel “ma”)… e via dicendo. Solo che nessuno definisce “teologo”. 

La parola non impegna, se designa soltanto un uomo che ha fatto di Dio il proprio oggetto di studio: nella fattispecie, anzi, può pure insinuare che un grande teologo non necessariamente è un grande papa, perché un intellettuale non è per forza un pastore. Studiare Dio! Come si studiano la grammatica tedesca, il cemento armato o la riproduzione delle lumache? Questo può tentarlo uno storico delle religioni, eventualmente anche un filosofo, ma non ha molto a che vedere con l’attività del teologo Joseph Ratzinger, poi papa Benedetto XVI, per il quale Dio non è mai stato un semplice oggetto di studio, poiché era anzitutto una persona da contemplare. 

Il Cher Benoît XVI (Éd. de l’Emmanuel), come omaggio al contempo molto rigoroso e molto affettuoso, Alexia Vidot ricorda la definizione preziosa che il papa emerito forniva dell’attività del teologo: 

Con la verità, poiché essa è una persona, noi possiamo collaborare. Mi sembrava che fosse la definizione autentica della professione di teologo: colui che è stato toccato dalla verità, che ha visto il suo viso e che adesso si dispone a mettersi al suo servizio, a collaborare con lei e per lei. 

Teologo perché toccato dalla verità, che ha un volto. Teologo, dunque servitore. Ecco la logica che a ogni pagina rivela la penna di Alexia Vidot, la quale assume come fil rouge le parole luminose del Papa Emerito nella Deus caritas est

Abbiamo creduto all’amore di Dio — così il cristiano può esprimere la scelta fondamentale della sua vita. All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva. 

Benedetto XVI, Deus caritas est

Parole luminose, sì, che nella fattispecie hanno illuminato Alexia Vidot nei giorni della sua conversione, quando, da figlia del secolo, si è scoierà figlia del Padre e, di colpo, sorellina di quel Benedetto XVI al quale oggi rivolge undici lettere in luogo di quella che non osò mandargli quando era vivo. 

Undici lettere, undici capitoli, undici discorsi pubblici di Benedetto XVI (omelie oppure udienze generali). Gli undici temi sono abilmente tratti dall’omelia della messa inaugurale del pontificato, il 24 aprile 2005, che contiene in germe tutti gli sviluppi futuri: “Fragile servo di Dio”, “Egli stesso è amore”, “la Chiesa è viva, ed è giovane”, “l’esperienza della gioia”… Tutte citazioni riprese come titoli, che vengono meditate mentre siamo portati ad apprezzare sia l’acume della scelta sia il cammino di Speranza che esse tracciano. 

L’intenzione è semplice: non «perdere neanche una briciola degli otto ricchi anni» del pontificato, nella certezza che il papa teologo non abbia pronunciato una sola frase senza cercare di mettersi al servizio della verità, la quale a tutti vuole rivelare il proprio volto. Nel 2011, Benedetto XVI ebbe questa formula, di semplicità cristallina (a riprova del fatto che l’umiltà traspare anche nella scrittura): 

Il mondo oggi ha bisogno di persone che parlino a Dio per poter parlare di Dio. 

Allo stesso modo, ai giovani della diocesi di Roma spiegava: 

La Scrittura non va letta in un clima accademico, ma pregando e dicendo al Signore: «Aiutami a comprendere la tua parola, che cosa vuoi dirmi in questa pagina». 

Davanti a una tale affermazione, si è tentati di pensare che il teologo sia il perfetto contrario dell’intellettuale. 

Collaboratori della Verità 

Che l’amore di Dio venga compreso, che la verità sia accessibile, che lo splendore del suo volto sia meno offuscato possibile – ecco il pensiero costante di questo teologo innamorato di Cristo, formula che ai suoi occhi sarebbe risultata indubbiamente pleonastica. La sua riconoscenza verso sant’Agostino era del medesimo ordine, più che una mera devozione personale per «uno dei più grandi convertiti della storia cristiana». 

Fedele al suo fratello maggiore papa, nato esattamente sessant’anni prima di lei, Alexia Vidot lo cita abbondantemente, ma solo per collaborare insieme con lui alla verità incontrata come una persona viva. È decisamente ammirabile il modo in cui ella rende conto del perfetto equilibrio delle parole di Benedetto XVI, senza mai cercare di strattonarle verso una teoria che potrebbe preferire o verso una spiritualità favorita. I rari passaggi in cui l’autrice sembra alzare un poco la voce non puntano che a far risuonare più nettamente una idea del papa emerito. Ad esempio, nel capitolo intitolato “Come dei mendicanti nella nostra preghiera”, quando giudiziosamente precisa che «pregare non è l’ennesimo metodo per lo sviluppo personale, una buona pratica per accrescere il proprio egoistico piccolo benessere, né un trucchetto per aprire il vuoto interiore», l’autrice fa risuonare le salutari avvertenze papali contro le false strade che fanno perdere l’incontro. 

Intervista di Alexia Vidot su KTO il 4 marzo 2022

La Chiesa dei dolci 

Senza passare completamente sotto silenzio alcune polemiche, Alexia Vidot mostra soprattutto che queste cadono da sé una volta che ci si immerge onestamente negli scritti di Benedetto XVI. Uno dopo l’altro, i cliché si polverizzano, senza bisogno di dritti o rovesci. Per segnalare l’impasse di una lettura “di trincea” (“progressisti” contro “reazionari”), Vidot richiama le due questioni cruciali che Benedetto XVI invitava ciascuno a porsi in coscienza: 

Dove la fede può e deve appropriarsi delle forme della modernità? 
E dove deve opporre loro resistenza? 

Alla fine di questo percorso, ricchissimo e chiarissimo, si ha l’impressione che la giornalista de La Vie applichi naturalmente la certezza trasmessale dal suo pastore: 

Che la verità non giungerà a regnare con la forza, ma per il suo potere proprio – è il contenuto centrale del Vangelo secondo san Giovanni. 

Né per la forza né mediante strategie di comunicazione, né tramite nuovi piani pastorali, ma mediante «una Chiesa della fede» e «una Chiesa dei dolci», sui cui si chiude l’opera. Perché Benedetto XVI era persuaso che la bontà dei santi ignorati, attinta e «maturata nella fede della Chiesa» fosse «la più sicura apologia del cristianesimo e il segno che indica dove si trova la verità». L’umiltà, senza dubbio, contiene più teologia di molti dotti trattati. 

In undici lettere, Alexia Vidot ci fa dunque vivere un vero ritiro con Benedetto XVI, accompagnando il lettore-esercitante con uguali solerzia e discrezione. La seguiamo senza esitare quando riserva un posto particolare alle parole mediante cui il papa mette fine agli applausi che chiudono la sua ultima messa da papa: «Grazie… Ritorniamo alla preghiera». Ecco un consiglio pontificio che Alexia Vidot sa trasmettere meglio di chiunque altro e che il lettore, giungendo a chiudere il libro, non può che rimandarle in auspicio a propria volta.

[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio]

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