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Chi era Salomè, la (leggendaria) levatrice della Madonna?

SALOME

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Lucia Graziano - pubblicato il 11/01/23

Il personaggio non viene mai citato dai Vangeli canonici; sono però i Vangeli apocrifi a citare con frequenza Salomè, la levatrice incredula che, nonostante il suo scetticismo, dovette ammettere d’essere di fronte a una vergine che aveva appena partorito un figlio.

Sarà presto aperta al pubblico, in Israele, l’area sepolcrale che, per secoli, la tradizione cristiana ha identificato con la tomba di Salomè, la leggendaria levatrice della Vergine Maria. A comunicarlo, pochi giorni prima di Natale, è stata l’Autorità Israeliana per le Antichità, annunciando di aver finalmente portato a termine i lavori di restauro e messa in sicurezza avviati nel 1984 su un’area sepolcrale di circa 350 metri quadrati, all’interno della quale sono state rinvenute tracce di una intensa devozione sviluppatasi nei primi secoli di Storia cristiana. È plausibile, secondo gli studiosi, che il sepolcro custodisse originariamente le spoglie di una qualche donna ebrea di nome Salomè; col passar del tempo, questo avrebbe spinto i fedeli a identificarlo con la tomba di un personaggio (non) evangelico, amatissimo dai cristiani dei primi secoli: Salomè, la (immaginaria) levatrice della Vergine Maria.

Ma chi era esattamente questa donna, e quali sono le leggende che si raccontano su di lei? Sarà bene innanzi tutto sgombrare il campo da ogni malinteso: com’è ben noto, nessuno dei Vangeli canonici fa menzione di una levatrice giunta al capezzale di Maria; il personaggio di Salomè compare solamente in alcuni Vangeli apocrifi dell’infanzia ed è dunque da considerarsi evidentemente leggendario. Del resto, è chiara la funzione narrativa svolta dal personaggio: le parole di Salomè (una professionista sanitaria che aveva aiutato centinaia di donne a partorire, dunque aveva una indubitabile esperienza sul tema) avevano lo scopo di testimoniare una volta di più la totale straordinarietà della gravidanza di Maria (casomai ce ne fosse stato il bisogno).

Salomè nel Protovangelo di Giacomo: la prima convertita della Storia

La prima menzione di Salomè si trova nel Protovangelo di Giacomo, un apocrifo di origini molto antiche, sicuramente già noto entro la metà del VI secolo. Stando a quanto racconta il testo, Maria fu colta dai dolori del parto quando non aveva ancora varcato le mura della città di Betlemme. Essendo chiaro che la Vergine non avrebbe fatto in tempo a raggiungere il centro cittadino, si adattò a partorire in una grotta in aperta campagna; Giuseppe s’affrettò verso la città, andando a cercare una levatrice, ma non fu sufficientemente rapido. Quando i due tornarono alla grotta, Maria stava già allattando il bambinello: madre e figlio erano circonfusi da una nube luminosa, sicché la levatrice non ebbe alcuna difficoltà nel credere a quanto, del resto, Giuseppe le aveva già detto, per metterla a parte della particolarità della situazione – davvero quel divino infante era nato in circostanze del tutto eccezionali, concepito e partorito da una donna vergine!

Commossa per quanto aveva appena visto, la levatrice tornò a casa e, di lì a poco, raccontò la sua esperienza a una sua amica, una donna di nome Salomè. Che, in questa versione della leggenda, non è la levatrice che Giuseppe chiamò alla grotta; ciò nonostante, vien da pensare che anche lei svolgesse la stessa professione, visto il prosieguo della storia.

Udite le parole della sua amica levatrice, Salomè non credette neppure per un istante a quanto ascoltava: com’era possibile che una vergine potesse concepire e partorire un figlio? Piena di scetticismo, decise di recarsi alla grotta e chiese di poter personalmente visitare Maria, per accertarsi della sua verginità. La Madonna acconsentì benevolmente a dare quella testimonianza, ma l’ardire della levatrice incredula non restò impunito: non appena Salomè provò a visitare la Vergine, vide la sua mano rinsecchirsi tutta d’un colpo (come se fosse stata «arsa dal fuoco», per usare le parole dell’apocrifo).

Sconvolta, la donna scoppiò a piangere domandando perdono a Dio per il suo scetticismo; e il perdono arrivò, per bocca di un angelo che apparve al suo fianco e le ordinò di carezzare il Bambinello con la mano ustionata, se davvero aveva fede in lui. E così, con quel tocco salvifico, la donna fu guarita: riacquistò la salute, ma soprattutto guadagnò la fede. Sotto un certo punto di vista, Salomè fu la prima incredula a convertirsi di fronte a Gesù.

La preghiera di pentimento di Salomè nel Vangelo dello pseudo-Matteo

Il personaggio della levatrice incredula torna nel Vangelo dello pseudo-Matteo, un apocrifo che fu popolarissimo in Europa fin dal X secolo. La leggenda si sviluppa secondo la stessa trama già descritta, con piccole varianti di scarso rilievo: Maria non partorì completamente sola, perché fu una schiera di angeli ad assisterla; Giuseppe, allontanatosi alla ricerca di una levatrice, tornò dalla moglie portandogliene ben due: la benevola Zelomi, che non esitò a credere alla verginità di Maria, e l’incredula Salomè, che invece pretese di verificarla di persona, con le conseguenze che abbiamo già descritto. Ciò nonostante, l’autore dell’apocrifo impiega molte energie nel sottolineare che Salomè non era poi cattiva: quando si rese conto di aver peccato a causa del suo eccessivo scetticismo, la donna scoppiò in lacrime pregando: «Signore, tu sai che io ti ho sempre temuto, e ho avuto cura di tutti i poveri senza alcuna retribuzione per quello che ricevevano: non ho mai accettato nulla da una vedova ο da un orfano e non ho mai lasciato andare via da me un povero a mani vuote. Ed ecco sono divenuta una disgraziata per colpa della mia incredulità». Furono proprio queste parole di pentimento a far sì che un angelo invitasse Salomè ad accarezzare con fede il Bambinello: ed ecco, di nuovo, la miracolosa guarigione.

La guarigione della levatrice paralitica nel Vangelo dell’infanzia arabo-siriaco

Presenta invece alcune varianti di rilievo il personaggio della levatrice che è presente nel Vangelo dell’infanzia arabo-siriaco, un apocrifo di origini orientali probabilmente risalente al XII secolo. In questo caso, la donna che san Giuseppe decide di portare al capezzale di Maria ha la poco confortante caratteristica di essere «una vecchia paralitica», ormai del tutto incapacitata a usare le sue mani a causa di una malattia (fortunatamente, anche in questo caso la Madonna aveva già partorito nel momento in cui la levatrice sciancata la raggiunge). Non v’è dubbio, non v’è incredulità in questa versione della leggenda: solo, la pacata conversazione tra una neo-mamma e una anziana che si prodiga ad aiutarla, per come può, dopo il parto. La levatrice (che, in questo caso, rimane senza nome) spiega a Maria di aver perso l’uso delle mani; ed è la Vergine a suggerirle di fare una carezza al Bambinello, con fede. Naturalmente, il miracolo non tarda ad arrivare.

Nel Vangelo armeno dell’infanzia, è Eva la prima donna ad adorare Gesù Bambino

La più sorprendente variazione sul tema? È probabilmente quella che ci viene offerta dal Vangelo armeno dell’infanzia, un apocrifo giunto a noi tramite due soli manoscritti, gelosamente conservati attraverso i secoli dai monaci mechitaristi. La narrazione si basa su quanto già descritto nel protovangelo di Giacomo: Maria partorisce da sola in una grotta mentre Giuseppe è alla ricerca di una levatrice; l’ostetrica realizza immediatamente di essere di fronte a una nascita prodigiosa; di lì a poco, racconta la sua esperienza a una donna di nome Salomè che, incredula, vuole verificare di persona: seguono la punizione, il pentimento e il miracolo salvifico che ridona la salute alla convertita.

In questo caso, il personaggio più interessante della leggenda non è però Salomè bensì la levatrice credente, di cui l’apocrifo fornisce anche il nome: Eva.

Sì, quella Eva.

Secondo il Vangelo armeno dell’infanzia, la prima donna a inchinarsi di fronte a Gesù fu proprio Eva, la moglie di Adamo, madre di tutti i viventi, che per secoli aveva vagato per il mondo meditando sulle sue colpe. Ma trovarsi di fronte a Gesù Bambino ricolma finalmente di gioia e di sollievo il suo cuore: «sono venuta a vedere coi miei occhi come si è operata la mia redenzione» dice la donna che portava su di sé il peso d’aver commesso il peccato originale, inginocchiandosi di fronte all’Immacolata Concezione. E – ci dice l’apocrifo – Eva «prese tra le braccia il bambino e cominciò ad accarezzarlo e ad abbracciarlo con tenerezza». Una leggenda chiaramente, com’è ovvio. Però: quanto sono belle, certe leggende.

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