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Una parola che sopravvive alla voce: la lezione di Salvatore Mazza

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Photo by LUCA ZENNARO / AFP POOL / AFP

Giovanni Marcotullio - pubblicato il 10/01/23

Vaticanista de L'Avvenire da più di tre decenni, Salvatore Mazza si è spento a Roma il 26 dicembre 2022, dopo sei anni di SLA. A tutti ha lasciato una rubrica memorabile, suggestivamente chiamata “SLAlom”.

Uno dei modi che si hanno, alla fine dell’anno o al suo principio, di tracciare un bilancio del tempo trascorso, sta nel necrologio annuale: quando si ha «ancora la forza – come cantano Ligabue e Guccini – di far la conta / degli amici andati e dire: / “ci vediam più tardi”» si ritrovano energie e lucidità per il tempo a venire, e riaffiorano alle labbra le belle espressioni “anno di grazia” e “tempo di grazia”, un tempo più usitate. 

Da Elisabetta II a Benedetto XVI 

Certo, nel 2022 sono morte molte personalità importanti, una fra tutte Elisabetta II, ma non può non richiamare l’attenzione che la lista dei trapassati eccellenti sia culminata nella mattina dell’ultimo dell’anno con Benedetto XVI: a metà tra la “chiusura col botto” (letteralmente coi fuochi d’artificio) e l’“uscita di scena in sordina” (anche diverse redazioni giornalistiche cattoliche erano a personale ridotto, vista la data), la morte del Papa Emerito ha comunque calamitato tutte le attenzioni dalla Vigilia di Capodanno ai funerali, celebrati in San Pietro il 5 gennaio dell’anno nuovo. 

Un altro grande era morto due giorni prima, però, anzi proprio il giorno dopo che papa Francesco aveva richiamato l’attenzione sullo stato di salute del Predecessore: Edson Arantes do Nascimento, meglio noto come Pelè, si è spento a São Paulo il 29 dicembre – i suoi funerali avrebbero avuto luogo poche ore prima di quelli del Papa Emerito. 

Vialli e Mazza, l’altro sportivo sui generis 

Dopo questa due-giorni di funerali per forza di cose sovraesposti, ci ha raggiunti la notizia della morte di Gianluca Vialli, calciatore di lungo corso giunto e rimasto sul tetto d’Europa, vinto da una pancreatite ma morto anch’egli con gli occhi aperti: 

Gianluca è un uomo che ha vissuto con il sorriso sulle labbra – ha detto ieri mons. Antonio Napolioni ai funerali cremonesi –, specie quando la vita si è fatta dura. Chi affronta le difficoltà a viso aperto, chi ci riflette, chi riesce a mettere a frutto questa esperienza regala una grande lezione. Perché posso darmi vinto alla malattia, ma mai alla disperazione. E in cielo si gioca non alla maniera del campionato, con perdenti e vincenti, ma alla maniera dell’oratorio, con interminabili tiri in porta in partite infinite, perché il tempo si è compiuto. Il Paradiso assomiglia a un campo dell’oratorio.

Le parole del Vescovo ci scuotono e ci ricordano un altro grand’uomo che ci aveva lasciato all’inizio di questa passerella di fuoriclasse: a lui non sarebbe dispiaciuto passare in secondo e terzo piano rispetto a Vialli, Pelè e soprattutto a Benedetto XVI, ma è soprattutto per noi stessi che dobbiamo tornare a ragionare del collega Salvatore Mazza (a lungo vaticanista di Avvenire e presidente dell’Aigav) – sennò si finisce come durante le cene del periodo di Natale, quando uno non apprezza e non gusta le tante sciccherie che arrivano in tavola come queste meritano. 

Salvatore Mazza è stato più un motociclista che uno sportivo, anche se da giovane è stato un discreto placcatore sui campi di rugby: probabilmente la sua attività di vaticanista lo avvicinerebbe più al tipo umano di Benedetto XVI che a quelli di Pelè e Vialli (benché anche costoro fossero entrambi cattolici praticanti), ma è in un altro “sport” che si è “specializzato” nell’ultimo tratto della sua vita… 

SLAlom 

Un giornalista di lungo corso annovera all’attivo decine di migliaia di articoli, più libri, prefazioni, postfazioni, recensioni e curatele d’altro tipo… È davvero raro che si possa dire, di un simile professionista: se vuoi conoscerlo, se vuoi imparare qualcosa (di lui e di te stesso, del mondo e dell’umanità), allora leggi questo – laddove “questo” significa una sezione unitaria e significativa, ma limitata, del suo lavoro. 

Se invece si vuol conoscere Salvatore Mazza, e al contempo capire di più di sé stessi, del mondo, dell’umanità, del destino (e forse anche di Dio), allora si possono utilmente leggere gli 81 articoli che dal 20 settembre 2018 all’8 dicembre 2022 hanno costituito la rubrica (tendenzialmente) quindicinale in cui Avvenire ha voluto accogliere (e raccogliere) il suo diario della malattia, la SLA (per gli amici “la bastarda”). Quattro anni e passa di curve e muri, di discese mozzafiato e di incredibili sorprese: una fra tutte il fatto che nella discesa Salvatore era solo, radicalmente solo (malgrado gli affetti più cari e più fedeli), ma mano a mano che si avvicinava al traguardo si faceva foltissima, di là dalle transenne, la folla di tifosi che lo incoraggiava. Scriveva l’8 ottobre 2020: 

Non ho mai amato, anzi, per essere più precisi, ho sempre detestato grandi fratelli, isole, lettere spedite e ricevute, e tutti quei reality che vellicano voyeurismo e morbosità, dove si arriva a quel mettere tutto in piazza che caratterizza la nostra contemporaneità, dove tutto diventa pubblico, idee, emozioni sentimenti, situazioni, e dove c’è anche chi trasmette in streaming la propria agonia e la propria morte. Dove insomma più nulla è privato, dove non sembra esistere più uno spazio di rispetto, davanti al quale fermarsi dicendo: ok, oltre non si può andare.

Poi, appunto, un po’ per le insistenze – poche e molto discrete, devo dire – un po’ perché scrivere è stata la mia vita, finii per dire sì, come era del resto prevedibile. Ma il sospetto, o la vera e propria angoscia, di essere stato anch’io risucchiato nel gorgo di quel circo dominante non mi ha mai abbandonato. E, appunto, ogni volta sono lì a farmi le stesse domande che non hanno risposta.

Renata, da una vita collega e amica della Sala Stampa vaticana, nel suo lungo commento allo «Slalom» di quindici giorni fa, concludeva scrivendo che «della tua malattia hai fatto un grimaldello per spalancare la porta della speranza». 

La domanda ricorrente di Salvatore era perfettamente legittima: «Ma a chi mi legge che cosa glie ne importa di queste cose?». Chi vorrebbe leggere il “diario di una malattia”? Forse però la chiave del successo di SLAlom è stata anche nel fatto che, su più di 35mila parole, la parola “malattia” ricorre meno di trenta volte (e talvolta perfino in citazione di altri, come si vede nel paragrafo sopra). Della “bastarda” si parla sempre, ma quasi sempre in filigrana e tra le righe, mentre ci si occupa (e talvolta preoccupa) d’altro: la parola “figlie”, ad esempio, ricorre lo stesso numero di volte di “malattia” – solo che gli articoli non compaiono in una rubrica di “parenting”. Avete mai considerato che grazia sia poter dire ai propri famigliari l’affetto che si ha per loro? E se non poteste mai più farlo? E se doveste parlare tramite un computer? 

Quello che […] mancherà, sempre, è l’intonazione – scriveva Salvatore il 5 novembre 2020 –, quella capacità che abbiamo di significare con un accento, un tono, una pausa in più o meno, la profondità di un sentimento, la sincerità, il desiderio che abbiamo di metterci in relazione con l’altro. Nessun computer potrà mai dire alle mie figlie “ti voglio bene” come lo direi io, come davvero uscirebbero dalla mia bocca quelle parole se solo potessi ancora parlare. E lo stesso per molte altre cose. Invece per dire solamente “ho fame”, “ho sete”, “ho sonno”, la voce di un robot basta e avanza. 

Leggevi questa pagina e ti soffermavi a chiederti quando è stata l’ultima volta che hai detto “ti amo” a tua moglie, a tuo marito, ai tuoi figli – quando li hai accarezzati, letteralmente “come se non ci fosse un domani”. Ti ripromettevi di farlo appena possibile, poi lo facevi effettivamente, ti scoprivi più felice e ricordavi che la tua felicità ti ha sempre circondato. 

Heidegger ha scritto centinaia di pagine sull’essere-per-la-morte, e pure sul con-essere-per-la-morte, ma di sicuro non poteva immaginarsi i gruppi Whatsapp in cui le pagine di Salvatore avrebbero circolato, l’“esistenza autentica” a cui avrebbero ridestato tantissimi. Anni fa un paesano di quelli che sembrano nati anziani mi disse che secondo lui stiamo a guardare la morte degli altri con l’angosciata euforia dei sopravviventi. Un po’ diverso da quello che scriveva il filosofo di Freiburg, ma dell’una e dell’altra visione ho trovato una strana sintesi nello SLAlom di Salvatore del 24 settembre 2020, laddove lui confessava di sentirsi come una navicella spaziale in avaria, e che l’immagine gli era stata suggerita da un compagno di liceo, sempre su Whatsapp, sempre reagendo a uno dei suoi articoli (sul vedere le funzionalità motorie spegnersi una dopo l’altra): 

Dopo il commento di quel mio amico, il dibattito – chiamiamolo così – sulla chat è proseguito per qualche minuto, fino a quando qualcun altro ha commentato a sua volta: «Ma in fondo, alla fine, non è così per tutti?», o qualcosa del genere. Già, non siamo tutti, o non ci ritroveremo tutti presto o tardi come navicelle in avaria che via via si perdono nello spazio? Forse. Avrei voluto ribattere che qualche differenza c’è, ma non l’ho fatto. Perché ho imparato che la realtà della vita manda sempre gambe all’aria tutti i nostri ragionamenti, tutte le teorie, le nostre lucide analisi. Marcello, l’autore di quel commento ricordato all’inizio, è morto alla fine dello scorso luglio, all’improvviso. A maggio se n’era già andato Gianluca, marito di una mia collega, sconfitto dalla malattia proprio quando sembrava ce l’avesse fatta. E un mese dopo Marcello è morto Ingo, un altro amico molto caro, anche lui all’improvviso. Mentre Christine, altra amica, ha passato l’estate sotto una pesantissima chemioterapia, per tentare di combattere un male scoperto quando era troppo tardi. Le loro navicelle correvano molto più veloci della mia. Questo, però, non ci è dato saperlo. 

«Ammazza che allegria», direbbe la parte superficiale del nostro io, evidentemente ansiosa di distrarsi cambiando argomento: ma negare le radici inestirpabili dell’angoscia – prima fra tutte la paura di morire – è il primo alimentatore delle nostre nevrosi; lo SLAlom di Salvatore ci ha mostrato invece che, se stiamo davanti a quel destino (non foss’altro che in quanto impossibilitati ad andarcene altrove), l’angoscia viene gradualmente addomesticata e diventa focolare di compagnia con e per gli altri. 

Leggendo lo SLAlom di Mazza si impara ad amare Ettore, il bassottino che capì dell’arrivo della malattia prima dei medici del padrone e perfino prima di quest’ultimo, e ci si commuove come per l’eroe troiano (donde fu chiamato il canide) quando il 18 maggio 2022 abbiamo letto delle sue ultime gesta: 

Sei anni fa, molto prima che mi fosse ufficialmente diagnosticata la Sla, era stato il primo a capire che i disturbi che avevo erano roba seria. E mano a mano che la malattia progrediva mi stava letteralmente attaccato, mi seguiva dovunque andassi, dormiva quasi sempre sotto al mio letto. Nell’ultimo anno spesso si incastrava tra i mille cavi che alimentano le macchine che mi tengono vivo, e liberarlo era un problema. Capiva quali persone mi volevano bene e quali no. Una operatrice sanitaria che mi ha assistito per qualche mese aveva l’abitudine di lasciare molto spesso la mia stanza. Ettore ogni volta le andava dietro e – lui era il cane più pacifico del mondo – le abbaiava contro finché non tornava al suo posto. […] 

Lo scorso febbraio a un certo punto iniziò a non camminare più, a non mangiare, non voleva più uscire. Il veterinario disse che era grave, che aveva un tumore alla milza. Forse un’operazione lo avrebbe potuto salvare, con un po’ di fortuna. Quando tornò a casa senza più pelo sulla pancia perché lo avevano dovuto tosare prima di aprirlo sembrava rinato, e la prima cosa che fece fu di infilarsi sotto al mio letto. Mi teneva compagnia. Tanta compagnia. E sentirlo là sotto mi faceva sentire bene. In qualche modo eravamo quasi in simbiosi. Quando lo scorso fine settimana è tornato a stare male, a non avere la forza nemmeno di bere, nemmeno di alzarsi in piedi, a respirare a fatica, abbiamo tutti capito che era arrivato al capolinea. Quando è morto, due giorni dopo, ho pianto. Abbiamo pianto tutti. Ma in silenzio, senza farcene accorgerne. Magari è andato avanti per controllare che tutto sia in ordine per quando arriverò io. 

E col senno di poi, in effetti, Ettore sembra essere «andato avanti per controllare». Ancora a un mese e mezzo dalla morte, però, il 10 novembre 2022, Salvatore si preoccupava soprattutto delle figlie, del tempo che (a suo dire) rubava loro: 

Ma poi le vedo chine sul mio letto che mi accarezzano, mi sorridono, mi baciano la fronte come facevo io con loro quando erano piccole, che avvicinano la loro guancia alle mie labbra che quasi non si muovono più, in una simulazione di bacio. E mi viene voglia di avere un giorno in più da vivere per poter guardare un’altra volta i loro occhi. 

Ancora alle figlie, e alla moglie “Cri”, sono dedicate le ultime righe dello SLAlom, l’8 dicembre 2022, che però ragionano principalmente dell’uso della facoltà fonatoria, e più diffusamente di quanto parliamo, di cosa diciamo: 

Ora che a causa della Sla sono definitivamente muto, però, penso spesso a tutte le parole che non ho detto. E che non potrò dire mai più. Fatti due rapidi conti, mi sa che sono molte. Specialmente mi sembrano molto poche le parole che ho detto a Giulia e Camilla, le mie figlie. Cioè, qualcosa ho detto, e per loro ci sono sempre stato, almeno credo (o meglio, spero che anche loro possano dire che ci sono sempre stato). Idem per mia moglie Cri, alla quale avrei ancora da dire tante cose, nonostante la fitta corrispondenza che abbiamo avuto fin da quando eravamo fidanzati. Ogni tanto penso che potrei scrivere loro, ma poi mi fermo perché ho paura che venga fuori qualcosa di melenso e sdolcinato tipo libro “Cuore”, e sinceramente proprio non mi va. E poi, da chi cominciare? E se non faccio in tempo? Il rischio di lasciare l’opera a metà, lo so da me, è molto alto. Arrivederci a gennaio, almeno spero. E buon Natale a tutti. 

Che cos’è questa nostra facoltà di esternare lo spirito tramite dei segni, e così facendo di scoprire che il nostro mondo interiore corrisponde a quello esterno e può corrispondere addirittura agli innumerevoli mondi interiori che puntellano il nostro? 

Siamo voci destinate a spegnersi, tutti noi, ma se «le chiacchiere stanno a zero» è pur vero che le parole, quelle vere, sopravvivono allo spegnimento della voce. 

Il tempo non ci appartiene, eppure molto più del nostro avere – il nostro stesso essere – ha a che fare col tempo, soprattutto col presente, che è un po’ l’istantaneo e continuo biglietto da visita dell’Eternità. Di tutto questo Salvatore Mazza ci ha regalato negli anni un intenso e dettagliato promemoria e, pure se non l’avessimo conosciuto in vita (ma chi scrive ha avuto anche la grazia di corrispondere un poco con lui), avremmo ancora da seguire la sua scia di sassolini bianchi che brillano al chiaro di Luna. 

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