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Dio è sadico e si diverte a metterci alla prova con le tentazioni? Non è così

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Shutterstock/Nicoleta Ionescu

Gelsomino Del Guercio - pubblicato il 03/01/23

Bisogna evitare valutazioni superficiali di questo tipo. Ecco perché le tentazioni non vengono mai dal Signore!

Dio è sadico? È lui che ci induce in tentazione per vedere quale è il nostro comportamento? A questa domande risponde Franco Manzi in Prove di Dio o tentazioni del diavolo (Ancora editrice) con una serie di argomentazioni che sgombrano ogni dubbio sul rapporto tra Dio e gli uomini.

Dio non ha bisogno di peccatori

In primo luogo, la Lettera di Giacomo esclude un legame di causalità diretta dell’azione di Dio rispetto alla prova/tentazione. A questa verità di fede era già pervenuto in maniera abbastanza esplicita il Siracide (190/180 a.C.), il quale insegnava al suo discepolo:

Non dire: «A causa del Signore sono venuto meno», perché egli non fa quello che detesta.Non dire: «Egli mi ha tratto in errore», perché non ha bisogno di un peccatore (Sir 15,11-12).

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Ricorda: non è mai il Signore a tentarti!

Fedeli alleati

Il Signore non trae in errore gli uomini perché, avendoli creati liberi e volendone rispettare sempre la libertà, desidera farne non empi peccatori, ma fedeli alleati:

Da principio Dio creò l’uomo e lo lasciò in balia del suo proprio volere.Se tu vuoi, puoi osservare i comandamenti; l’essere fedele dipende dalla tua buona volontà. […]. Davanti agli uomini stanno la vita e la morte: a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà. Grande infatti è la sapienza del Signore; forte e potente, egli vede ogni cosa. […]. A nessuno ha comandato di essere empio e a nessuno ha dato il permesso di peccare (Sir 15,14-15.17-18.20).

Una spiegazione che ci fa comodo

Approfondendo questa riflessione, la Lettera di Giacomo mostra quanto sia erroneo stabilire un legame di causalità immediata fra le prove/tentazioni e il Signore. Se fosse davvero Dio a provocarle, ne «farebbero le spese» sia lui, che apparirebbe come un sadico tentatore, sia gli uomini, che risulterebbero gravemente menomati nella loro libertà.

Umiliante per la creatura umana!

A livello teologico, resterebbe contraddetto ciò che di Dio ci ha rivelato Gesù, vale a dire che Dio è un Padre buono con tutti i suoi figli e che non fa mai male a nessuno di loro. D’altronde, sul piano morale, concepire un Dio «tentatore» potrebbe sembrarci all’inizio abbastanza comodo, perché ci permetterebbe di alleggerire notevolmente il peso delle nostre responsabilità («Ho ceduto alla tentazione, ma è colpa del Signore che me l’ha mandata!»). In realtà, sarebbe semplicemente umiliante per la creatura umana essere dotata di una «libertà» così influenzabile dal Dio creatore!

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Le tentazioni provengono dal nemico di Dio: il diavolo.

Un “fantasma”

Certo è che una divinità così ambigua non corrisponderebbe per nulla all’unico vero Dio manifestatoci definitivamente da Cristo. Sarebbe piuttosto un «fantasma» creato dagli uomini, che non si potrebbe amare, ma soltanto temere! Anzi, chiunque coltivasse nella propria coscienza questa caricatura di Dio, finirebbe paradossalmente per mettere − lui! − alla prova il Signore(cf Is 7,12).

“Non mettere il Signore alla prova”

Nel «giorno della prova/tentazione nel deserto» durante l’esodo verso la terra promessa, gli Israeliti si lasciarono sopraffare da un’incredulità del genere, giungendo a mettere alla prova Dio. Ne misero in dubbio l’onnipotente benevolenza nei loro confronti. Le conseguenze del loro atteggiamento peccaminoso furono disastrose! Perciò «non mettiamo alla prova il Signore − raccomanda anche a noi l’apostolo Paolo − come lo misero alla prova alcuni di loro, e caddero vittime dei serpenti».

La lezione di Gesù

Chiaro il radicamento di questa raccomandazione nell’insegnamento di Cristo, che, nella parabola del buon grano e della zizzania (Mt 13,24-30.36-43), rintraccia il fautore di «tutti gli scandali» e il tentatore di «tutti quelli che commettono iniquità» (v. 41; cf v. 38) nel «nemico», ossia nel «diavolo»(v. 39).

La tentazione del diavolo

L’Apocalisse di Giovanni puntualizza che «il grande drago, il serpente antico, colui che chiamiamo il diavolo e Satana e che seduce tutta la terra, fu precipitato sulla terra» (Ap 12,9). Il fautore della tentazione non è dunque da cercare in cielo. Non è da identificare con Dio, bensì col diavolo, il quale si dà da fare «sulla terra».

Chi pecca lo fa perché, «con piena consapevolezza e deliberato consenso», cede alla tentazione del diavolo, il quale sa abilmente sfruttare la «concupiscenza» (Gc 1,14) − o bramosia − dell’uomo.

Malattie e catastrofi

Oltre alle sofferenze inferte dagli uomini, ve ne sono altre provocate da malattie, incidenti o catastrofi naturali. Nonostante una credenza arcaica penetrata nell’Antico Testamento e anche nel Nuovo − e giunta addirittura ai nostri giorni, specialmente per certe patologie come l’AIDS − nella concezione cristiana la malattia non è intesa come una punizione mandata da Dio.

Il cieco di Gerusalemme

Lo lasciò intendere con chiarezza Gesù stesso, escludendo che il cieco nato di Gerusalemme, che poi avrebbe miracolosamente guarito, soffrisse di quell’handicap congenito a causa di peccati commessi dai suoi genitori o addirittura da lui stesso nel grembo materno (Gv 9,2-3).

Allo stesso modo, Gesù negò che un incidente, come il crollo di una torre, fosse stato cagionato da Dio per castigare alcuni peccatori (Lc 13,4-5). Certamente, poi, quell’incidente non era una prova divina a scopo pedagogico, giacché coloro che vi erano rimasti coinvolti erano morti!

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Le molteplici cause dei patimenti degli uomini non vanno rintracciate nella volontà di Dio.

La tribolazione

Escludiamo quindi interpretazioni della sofferenza di questo genere, tanto diffuse, quanto ingenue. Le molteplici cause dei patimenti degli uomini non vanno rintracciate nella volontà di Dio, sempre e soltanto finalizzata alla salvezza degli uomini. Dobbiamo però aggiungere che la tribolazione, quando è affrontata con fede, «produce perseveranza; e la perseveranza [produce] una virtù provata (dokimē ́n)» (Rm 5,3-4), che ci aiuta a camminare più speditamente verso la comunione definitiva con Dio.

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