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Come uscire da una dipendenza: il percorso di una psicologa cattolica

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Gelsomino Del Guercio - pubblicato il 31/12/22

Intervista a Maria Monetti, psicologa, psicoterapeuta e psicomotricista

Una psicologa cattolica spiega ad Aleteia come approcciarsi con un giovane che soffre di una dipendenza: droga, alcool, gioco d’azzardo, ecc, e come aiutarlo ad uscire da tale dipendenza.

Maria Monetti, psicologa, psicoterapeuta e psicomotricista, dell’associazione di Psicologia Cattolica, è tra i relatori del primo convegno dell’associazione, che si terrà dal 20 al 22 gennaio 2023 a Roma, all’Hotel Villa Aurelia (Via Leone XIII, 459). Nella kermesse sarà approfondito il tema delle dipendenze.

L’intervista

D: Dottoressa Monetti, qual è approccio che si deve avere con un ragazzo nel vortice di una dipendenza e con la sua famiglia?

R: “Frequentemente gli adolescenti arrivano al nostro servizio di psicoterapia per un malessere che richiede un intervento immediato. Lo stato affettivo comune a moltissimi di loro è l’angoscia, un’angoscia indifferenziata generalizzata, diffusa e che richiede la parola per far emergere l’angoscia personale di quel soggetto, il suo particolare specifico punto di rottura”. 

“Spesso mancano di storia individuale si “sentono morti” e, per “sentirsi” vivi ricorrono all’eccesso, alla sfida. In un certo senso le situazioni “migliori” si hanno quando i sintomi sono rivolti verso l’esterno, di rabbia aggressività che non contro la propria mente, quando viene neutralizzata quella carica eversiva del giovane che l’adulto ammira e, se irrisolto, invidia”.

“Apparentemente non c’è più individualità sembra sparire il lavoro della loro mente, aumentano i codici e si svilisce il significato personale. Aumenta l’ossessione di vivere esclusivamente il presente senza costruzione, come se la vita si prolungasse all’infinito e non ci fosse la morte”.

D: Che tipo di percorso si fa e, solitamente, vi sono buoni esiti?

R: “Occorre riuscire a farli passare dalla condizione di “parlati” a “parlanti”; gli adulti, infatti, tendono a mantenerli ostinatamente in una condizione di dipendenza protratta e irresponsabilità. Quando vengono al servizio è visibile un punto di rottura nella loro storia: la metamorfosi del corpo, il lutto dell’infanzia la perdita della propria immagine, la paura di diventare adulti. Questi normali compiti evolutivi si aggravano quando noi adulti trasmettiamo loro “l’infelicità del vivere”, la mancanza di senso e l’esistenza come fatica, senza fargli conoscere il gusto del lavoro e la soddisfazione del proprio cammino”. 

D; Quale è la prima “tappa” del percorso terapeutico’?

R: “Dopo un primo colloquio mi muovo con loro diversamente che con gli adulti, li cerco, gli telefono perché hanno bisogno di sentirsi desiderati e amati hanno bisogno di mettere in parola l’impulsività e la depressività della loro esistenza. Il mio intervento non è giudicante anche se frequentemente riesco a dire delle verità dirette che vengono accolte con grande apertura”. 

“Occorre un luogo di ascolto personale e ripetuto, diverso da quello genitoriale. Sono sempre stata colpita dalla scarsità e vacuità verbale in cui molti adolescenti cadono, quando non trovano parole per descrivere il loro immaginario e si impoveriscono sempre più”. 

“Molti di questi adolescenti chiedono aiuto quando sono più costretti dagli adulti a toccare il fondo della loro situazione; questo accade quando i genitori non sono conviventi e ambivalenti nel tenerli piccoli e riempirli di eccitazioni senza nessun ascolto dei loro reali desideri, quando non li inibiscono con la loro angoscia”.

D: Come aiutare un ragazzo a superare la paura di tornare in quel vortice? 

R: “Personalmente, proseguo con tenacia nel cercarli, aspettarli e ascoltarli, come muro di bronzo di fronte alle loro menzogne e aggiramenti, convinta nell’affermare verità dirette”. 

“I ragazzi perseveranti per anni nell’uso di droghe necessitano di ricostruzione profonda, di luoghi di accoglienza e di lavoro in comunità dove persone viventi, non necessariamente educatori, adulti in cammino, che hanno legami significativi li accompagnano”.

“Ambienti sociali e vitali, allo stesso tempo “monacali”, di silenzio e astinenza, così da far riemergere il desiderio e l’umano con le sue cicatrici che nel tempo prezioso della giovinezza si era perso”.

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