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La mangiatoia e la croce. Una risposta a Michela Murgia

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Antoine Mekary | ALETEIA | I.Media

Emiliano Fumaneri - pubblicato il 28/12/22

Per Michela Murgia adorare Gesù bambino nella mangiatoia equivale a idealizzare l’infanzia e a rendere infantile Dio. Ma è proprio da quel bambino inerme che viene il riscatto per l’uomo.

I cattolici amano un Dio bambino perché rifiutano la complessità. Ne è convinta la scrittrice Michela Murgia che ha messo nero su bianco questo suo pensiero in un articolo apparso sulla Stampa alla vigilia di Natale. Ho letto questo articolo mentre ancora risuonava in me l’eco della stupenda omelia del Papa nella messa della Notte di Natale, tutta incentrata sul potente segno della mangiatoia, simbolo di vicinanza, concretezza e povertà.

Mi ha colpito molto perciò leggere che per l’autrice di God save the queer«il cattolicesimo è l’unica tra le confessioni cristiane a infantilizzare il suo Dio». Eppure, sottolinea, i Vangeli parlano poco dell’infanzia di Gesù mentre nelle altre confessioni cristiane la «devozione per Gesù neonato – o per Maria bambina, di sponda – è praticamente inesistente», afferma Murgia.

Tra le poche eccezioni la scrittrice cita il Bambino di Praga (che però, a voler essere precisi, ha un’origine tutta cattolica che risale alla Spagna del XI secolo e poi ai carmelitani che ne diffusero la devozione in Boemia), il quale però restituisce, a sua detta, un’immagine severa da «infante mistico, per nulla tenero, un’inquietante miniatura d’adulto con lo sguardo fermo, lo scettro della sovranità in una mano e nell’altra la sfera del mondo, grande come un’arancia o una palla, un gioco da bambini per ricordare che piccolo è l’universo, non chi lo tiene sul palmo».

Gesù bambino: solo retorica per indorare la pillola della vita?

«Solo i cattolici – insiste Michela Murgia – hanno compiuto nella persona del Cristo incarnato l’idealizzazione dell’infanzia, costruendo intorno alla sua nascita una retorica di tenerezza zuccherosa priva di riscontro biblico». Questo quando il racconto delle Scritture appare più simile alla trama di un film drammatico, tra viaggi avventurosi per il censimento, un parto per terra nella stalla degli animali e precipitose fughe in Egitto per scampare alla caccia di un re sanguinario.

Certo, Michela Murgia non ha tutti i torti, chi lo nega? Del resto anche un apologeta del cattolicesimo come Vittorio Messori inizia il suo bestseller Ipotesi su Gesù con una critica nemmeno tanto velata ai «troppi secoli di devozionalismo». Sul punto l’intervistatore di due papi non risparmia le sue critiche: «Troppe le immagini di sentimentali nazareni con i capelli biondi e gli occhi azzurri: il Signore delle signore. Troppe quelle prime comunioni presentate come “«”Gesù che viene nel tuo cuoricino”. Non a torto tra persone di gusto quel nome suona dolciastro».

Al tempo stesso è inutile nasconderselo: tra gli intellettuali («color che sanno», direbbe Dante) da sempre aleggia un malcelato fastidio per le devozioni popolari che scaldano il cuore di «color che credono».

Ad ogni modo, si chiede Murgia, perché di una storia così drammatica – che tale resta nel brutale concatenarsi dei fatti, malgrado l’essenzialità dello scarno racconto evangelico – nell’immaginario sono rimaste solo icone stucchevoli di pace e armonia universali (la capannina coi pastorelli, gli angioletti, il bambinello)?

Per la scrittrice sarda questa reductio ad puerum del divino rappresenta una sorta di infedeltà. Per lei non è che Dio si sia fatto come noi per farci come lui, come recita il canto («mistificatorio», dice) dell’Avvento. No, spiega Murgia, «anche se gli analisti tratteranno spesso pazienti convinti del contrario, diventare come Dio non è alla nostra portata». Se Dio si è fatto uomo, sottolinea è «perché ha preso sul serio il nostro essere umani, tutti». E assumere tutto il peso dell’umano significa caricarsi di «tutto quello che ci costringe ad abitare la contraddizione, che è sempre un posto scomodo».

«Se l’unica incarnazione che ci commuove è quella del neonato – conclude dunque Murgia –, è perché è più facile rendere la divinità bambina che l’umanità adulta davanti alle sue contraddizioni».

Quei sentimentaloni di cattolici…

C’è del vero, inutile negarlo, in questa critica. Una critica, va detto, non nuova. A lungo i protestanti hanno fustigato il «sentimentalismo» dei cattolici. Come ricorda il sociologo Philip Jenkins (ex cattolico diventato episcopaliano), «per svariati secoli i protestanti hanno accusato il cattolicesimo di essere terribilmente effeminato nella sua estetica e nello stile del culto, di praticare una sorta di sentimentalismo emotivo che era chiaramente “femminile”».

Una critica, fa notare Jenkins, che prendeva particolarmente di mira il culto cattolico alla Vergine Maria e non mancava neanche di una sfumatura razziale nel contrapporre l’emotivismo dei popoli latini al «sobrio razionalismo dei popoli nordeuropei, più a loro agio con l’austera divinità dell’Antico Testamento».

È dunque per una curiosa ironia – e forse anche per una buona dose di ignoranza – della storia che oggi la critica femminista mette la Chiesa sul banco degli imputati come fomentatrice del patriarcato e del maschilismo più becero.

Per non parlare dell’eco delle critiche avanzate dai Lumi prima, poi dai «maestri del sospetto» (Nietzsche, Marx, Freud) alla fede religiosa, bollata come una sorta di droga simbolica somministrata all’umanità per mantenerla in uno stato di minorità permanente.

Un Dio che abbraccia la condizione umana

In un’epoca venata di cinismo come la nostra – tentata dalla disperazione, dalla tentazione di considerare impossibile la redenzione – appare un segno dei tempi l’incapacità di cogliere la potenza maestosa di un Dio che abbraccia tutta la condizione umana. A cominciare dai suoi momenti cruciali: la nascita e la morte.

Ogni nascita, ce lo ha detto Hannah Arendt, è un nuovo inizio. Annuncia l’alba di un mondo nuovo che si affaccia sulla scena dell’esistenza umana. Se gli esseri umani non nascessero l’esistenza non sarebbe altro che l’eterno ritorno dell’identico: un ciclo di ripetizioni senza alcun vero rinnovamento. Come il cambio delle stagioni o le orbite dei pianeti.

E non solo: la nascita è la premessa della capacità umana di agire nel mondo, che non è altro che la facoltà di dare avvio a nuovi inizi. Che la nascita di un bimbo abbia ben poco di alienante o di vaporoso lo mostra, spiega la Arendt, il fatto che il figlio rinnovi e al tempo stesso riporti alla realtà i due amanti. L’amore infatti, soprattutto nelle prime fasi dell’innamoramento, si mescola alla fantasia, allo stupore, all’incanto. Tende, in una parola, a fondere i due amanti in un’unità chiusa. Come quella del mito dell’androgino: la ricerca inesausta di un’unità perfetta, completa, chiusa in sé stessa.

L’amore di fusione chiude i due amanti in una bolla, crea un «noi» compatto a scapito dell’«io» e del «tu». Mette così a rischio quella tensione tra uguaglianza e differenza che sostanzia l’amore autentico. «L’amore – scrive la Arendt –, a causa della sua passione, distrugge lo spazio intermedio, l’“infra”, che ci mette in relazione con gli altri e che dagli altri ci separa».

Il bimbo, collegamento tra amore e realtà

La nascita del figlio rappresenta la novità che spezza questa unità illusoria – al fondo idolatrica – tra i due amanti. Così, continua la filosofa, «il figlio, questo «infra» con cui gli amanti ora sono in relazione e che hanno in comune, rappresenta il mondo in quanto anch’esso li separa; è un’indicazione che essi inseriranno un nuovo mondo nel mondo esistente. È come se gli amanti attraverso il figlio ritornassero al mondo da cui il loro amore li aveva estromessi».

Con la nascita di un bimbo entriamo nel pieno del paradosso, alberghiamo davvero in una apparente contraddizione. Perché il coronamento dell’amore – la nascita del figlio – è al tempo stesso la fine dell’amore e il ritorno alla realtà. Più che fine dell’amore, fine di una stagione dell’amore che prolungandosi oltre misura rischia di estraniare dalla realtà, e inizio di una nuova stagione dell’amore. Un amore più fattivo, concreto, vicino alla realtà, anche se più povero, direbbe Gaber, di «brividini del cuore».

Esattamente i tre significati che papa Francesco, nella sua meravigliosa omelia della notte di Natale, ha collegato alla mangiatoia: segno di un Dio che si fa vicino, si fa concreto, si fa povero come l’umanità che è venuto a rinnovare.

La concretezza degli amanti del soprannaturale

Una concretezza che una schiera di santi ha incarnato nella sua vita, mostrando realmente che cosa intendesse San Paolo quando ha detto: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me (Gal 2, 20)». È l’amore che ha portato Madre Teresa a piegarsi sulle piaghe purulente dei poveri “scartati” nelle strade indiane, che ha portato Madre Cabrini ad attraversare ventiquattro volte l’Atlantico per soccorrere migliaia di migranti, che ha portato Daniele Comboni a combattere gli schiavisti, don Pino Puglisi i mafiosi.

Lo stesso amore che muoveva la carità di Dorothy Day per i poveri e gli immigrati. E quella di Fratel Ettore, l’angelo dei clochard che raccoglieva per strade, piazze e stazioni di Milano i resti di un’umanità derelitta con quella statua della Madonna di Fatima che troneggiava sulla sua auto bianca (e che certo faceva storcere molti nasi raffinati). E ancora: lo stesso amore che ha spinto Franz Jägerstätter, umile contadino e padre di famiglia, a gridare il suo «no!» in faccia a Hitler.

Tutti esempi concretissimi di uomini e donne che si sono sprofondati nelle pieghe di un’umanità dolente mostrandole, a fatti prima che a parole, che vivere di Dio è possibile. È vero: diventare come Dio non è alla nostra portata. Ma amare da Dio è alla portata di chi, sorretto dalla grazia, è diventato l’immagine del Dio che adora, un Dio che ha l’amore per essenza. A finire dall’analista furono i «santi impossibili» che vollero farsi santi con le proprie forze, come titani impegnati a dare l’assalto al cielo.

Il Bambinello, fuga dalla realtà della vita?

Che il bimbo nella mangiatoia sia tutt’altro che un simbolo zuccheroso che invita a fuggire dalla realtà lo mostra anche il fatto che nei giorni successivi al Natale la liturgia sbatta letteralmente in faccia due scene di una crudezza impressionante come la lapidazione di Stefano, primo martire cristiano, e la strage degli innocenti, il primo sangue di vittime innocenti sparso in odio a Cristo, il bambino inerme nella mangiatoia così inviso ai potenti che nulla desiderano se non soffocare nella culla ogni azione, anche embrionale, che possa mettere n forse il loro potere.

In altre parole il divin bambino è una sfida permanente alla «legge di gravità del potere»: la tendenza del potere a sfidare ogni limite, ad autooaccrescersi perpetuamente, a concentrarsi e al tempo stesso a dilagare occupando ogni nicchia della vita umana. Come accade, non a caso, con quegli eterni simboli del potere che sono l’anello di Gige e quello di Sauron.

Ecco perché il «bambinello» fa paura, ieri come oggi e sempre. Facendosi bimbo inerme Dio mostra all’uomo che il Vangelo non è il poema della forza, come Simone Weil definiva l’Iliade, ma il manifesto del suo amore infinito per l’uomo. Dio non è un Crono chi divora i suoi figli. E lui piuttosto a farsi cibo per loro, come ha ricordato sempre papa Francesco.

Dio, amante della semplicità

Dio ama la semplicità (è uno dei suoi attributi, ricorda San Tommaso d’Aquino), ma non ha orrore della complessità. Non ha paura del nostro male e delle nostre miserie (quelle sì complesse). Dio si è incarnato non per infantilizzare l’uomo, ma per farlo crescere. Per farlo passare, come dice sempre Paolo, dalla fanciullezza della fede alla «piena maturità di Cristo» (Ef 4, 13-14).

Nascita e morte di Cristo, la mangiatoia e la croce, sono soltanto due segni del medesimo amore divino. Ce lo ha ricordato sempre Francesco: «Dalla mangiatoia alla croce, il suo amore per noi è stato tangibile, concreto: dalla nascita alla morte il figlio del falegname ha abbracciato le ruvidità del legno, le asperità della nostra esistenza».

La luce che traccia un sentiero in mezzo a Mordor

«Solo, fra tutte le religioni, il Cristianesimo ha aggiunto il coraggio alle virtù del Creatore» ha scritto Chesterton. Il Dio che si è mostrato indifeso come un bambino nella mangiatoia è lo stesso che da adulto morirà con coraggio leonino sulla croce, non senza aver perdonato – lui che avrebbe potuto incenerire l’universo schioccando le dita come un Thanos qualunque – i suoi aguzzini.

I cattolici adorano un Dio bambino non perché rifiutino la vita, ma perché questa vita non basta. Serve vita nuova. La nascita del bambino Gesù viene a rinnovare, a dare nuova vita all’umanità piagata dal male. Porta la luce nell’oscurità delle tenebre, viene a tracciare un sentiero in mezzo a Mordor.

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