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Santi che hanno lottato in vario modo contro la pena di morte

SAINT NICHOLAS

Ilya Repin | Public Domain

Meg Hunter-Kilmer - pubblicato il 27/12/22

Probabilmente non conoscete questo aspetto di "Santa Claus"!

Di fronte alle esecuzioni dei condannati a morte negli Stati Uniti e in altri Paesi, molte persone stanno concentrando la propria attenzione sulla pena di morte. Scrivono lettere, fanno telefonate e ricorrono alle reti sociali per protestare contro l’assassinio di uomini e donne patrocinato dallo Stato.

Mentre cerchiamo di onorare la dignità anche dei peccatori più incalliti, persone create a immagine e somiglianza di Dio, guardiamo ai santi la cui opposizione alla pena di morte o il cui ministero a favore dei criminali condannati può ispirarci.

Insieme ai santi che sono stati giustiziati, intercedano per tutti coloro che sono condannati a morte e per quanti cercano di servirli.

San Nicola (270-343)

Era vescovo di Mira quando, al ritorno da un viaggio, gli dissero che tre uomini erano stati condannati a morte.

Nicola corse in strada e raggiunse i condannati giusto in tempo per prendere la spada dalle mani degli aguzzini e liberarli. Poi fece irruzione in città per rimproverare il governatore, che aveva condannato gli uomini perché era stato corrotto.

Nicola si guadagnò una reputazione tale che durante la sua vita la gente ne cercava l’intercessione per salvarsi dall’esecuzione.

Una volta, un gruppo di uomini era stato condannato a morte e chiese a Nicola un miracolo.

Quella notte il vescovo apparve in sogno sia all’imperatore che al prefetto, esigendo che liberassero gli uomini condannati ingiustamente. I due rimasero così turbati che obbedirono, e gli uomini si salvarono.

Santa Marta Wang Luo Mande (1802-1861)

Era una cuoca e lavandaia cinese che non aveva il potere di commutare condanne a morte o di esercitare pressione sui funzionari perché perdonassero i condannati, ma faceva visita ai carcerati, soprattutto ai seminaristi.

Portava loro del cibo, ne lavava gli abiti e passava clandestinamente lettere tra loro e il vescovo.

Il giorno in cui era stata fissata l’esecuzione di alcuni seminaristi, una guardia la vide mentre lavava gli abiti e si prese gioco di lei minacciando di giustiziarla.

“Ah, bene, se possono morire loro posso farlo anch’io”, disse la donna, dirigendosi placidamente verso la morte.

San Giuseppe Cafasso (1811-1860)

Noto come “il prete della forca”, il sacerdote una volta pregò perché tutti gli uomini che accompagnava alla forca si convertissero.

La sua preghiera venne esaudita quando ciascuno dei 68 uomini che aveva accompagnato morì invocando il nome di Gesù dopo aver ricevuto il sacramento della Riconciliazione.

Padre Cafasso esortava i suoi penitenti a offrire la propria morte come atto di penitenza, e assicurava loro che Gesù li avrebbe salvati.

Era così sicuro della loro salvezza dopo un pentimento tanto sincero che si riferiva a questi uomini come ai suoi “santi impiccati”.

San Raffaele Kalinowski (1835-1907)

Abbandonò l’esercito russo per lottare per la Polonia contro la Russia e divenne ministro per la guerra dei Polacchi a condizione che non gli venisse richiesto di condannare a morte nessuno, indipendentemente dall’atrocità del crimine commesso.

Quando la causa polacca perse, i Russi non usarono la stessa cortesia con Kalinowski, che venne condannato a morte per tradimento.

La sentenza venne però presto commutata per timore che venisse considerato un martire della causa dell’indipendenza polacca.

Kalinowski lavorò nelle miniere di sale della Siberia per 10 anni. Dopo la sua liberazione divenne sacerdote carmelitano, rimanendolo per 25 anni.

Beato Nicola Bunkerd Kitbamrung (1895-1944)

Era un sacerdote thailandese al quale venne quasi negata l’ordinazione per via della sua ostinazione. La grazia, però, lo aveva trasformato negli anni della sua formazione da uomo incredibilmente testardo e arrogante a evangelizzatore deciso e persistente, anche se lottava ancora con l’orgoglio.

Dopo 18 anni in seminario, divenne finalmente sacerdote e servì per 15 anni prima che il Governo thailandese lo arrestasse per aver suonato le campane della chiesa e lo condannasse a 15 anni di prigione.

Nicola non vide la sua reclusione come un ostacolo al suo ministero, e continuò a servire, battezzando 68 compagni di prigionia prima di morire di tubercolosi.

Servo di Dio Jacques Fesch (1930-1957)

Era un ricco ateo francese che uccise a colpi di arma da fuoco un poliziotto durante un tentativo di furto fallito.

Venne arrestato e condannato alla pena capitale, ma nei tre anni che trascorse nel braccio della morte passò dal ridicolizzare la fede cattolica a piangere per i propri peccati, supplicando la moglie di perdonarlo e aspettando l’esecuzione come il giorno in cui avrebbe conosciuto Gesù.

Il diario che tenne della sua conversione mostra un cuore appassionatamente innamorato del Signore, modello di vita ben vissuta anche nel braccio della morte.

San Giovanni Paolo II (1920-2005)

È stato un deciso difensore della vita in ogni suo stadio. Nell’enciclica Evangelium vitae ha affermato che la punizione non deve giungere “alla misura estrema della soppressione del reo se non in casi di assoluta necessità, quando cioè la difesa della società non fosse possibile altrimenti. Oggi, però, a seguito dell’organizzazione sempre più adeguata dell’istituzione penale, questi casi sono ormai molto rari, se non addirittura praticamente inesistenti”.

La giustizia per la limitazione della pena capitale ha gettato le basi per la recente revisione del Catechismo da parte di Papa Francesco. Il testo dice ora:

“La Chiesa insegna, alla luce del Vangelo, che «la pena di morte è inammissibile perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona», e si impegna con determinazione per la sua abolizione in tutto il mondo” (CCC 2267).

L’impegno di San Giovanni Paolo II nei confronti della riabilitazione dei criminali non era una mera teoria, estendendosi anche a chi aveva cercato di assassinare lui stesso, un uomo a cui ha fatto visita in prigione per offrirgli il proprio perdono.

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