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Dal villaggio globale a Babele: come i social hanno frammentato la società

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La caduta della Babilonia. Stregone nel cappuccio in piedi di fronte a un'antica torre di Babilonia distrutta con inondazioni, fuoco e uragano illustrazione.

Breakermaximus I Shutterstock

Emiliano Fumaneri - pubblicato il 26/12/22

L’utopia che attribuiva un valore salvifico alle nuove tecnologie della comunicazione ha lasciato spazio alle rovine del Far West e a polarizzazioni sempre più velenose. Tempo, per i cristiani, di testimoniare la carità. Anche sui social media.

I social hanno creato una nuova Torre di Babele? È un pensiero difeso con forza, in un lungo articolo apparso qualche tempo fa su The Atlantic, dallo psicologo socialeJonathan Haidt.

Il titolo dell’articolo, inequivocabile (“Perché gli ultimi dieci anni di vita americana sono stati straordinariamente stupidi”), era solo il preludio di una approfondita analisi dell’impatto devastante dei social sulla mentalità e sull’immaginario collettivo. In primo luogo degli americani, ma si potrebbe dire di buona parte del pianeta, almeno di quella porzione ormai approdata nel mondo della transizione digitale.

La tesi dello psicologo sociale della New York University Stern School of Business è presto detta: le reti sociali sono il frutto di quello che definisce un ottimismo tecno-democratico. Era quel movimento che agli albori dello scorso decennio, a partire dunque dal 2010, credeva possibile costruire un homo novus attraverso le nuove tecnologie. Un movimento che raggiunse il suo apogeo nel 2011, l’anno iniziato con la primavera araba e finito col movimento globale Occupy. Il momento in cui Google Translate è diventato virtualmente disponibile su tutti gli smartphone.

Il 2011, sostiene Haidt, fu l’anno in cui l’umanità provò a ricostruire la torre di Babele. Mai gli uomini si erano visti così vicini a realizzare il villaggio globale profetizzato da Marshall McLuhan a metà degli anni Sessanta. Mai l’umanità si era tanto avvicinata a essere «un solo popolo» superando la divisione delle lingue. Solo l’inizio di una nuova era, per gli ottimisti tecno-democratici. Era la fase messianica della Silicon Valley.

Un messianismo tecnocratico che stava chiaramente alla base dei piani di un Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook, quando nel febbraio 2012 si faceva annunciatore di un «punto di svolta» nella storia umana. Uno snodo decisivo al quale il social network avrebbe dato un impulso decisivo. Facebook aspirava a «ricablare il modo in cui le persone diffondono e consumano informazioni» consegnando loro il «potere di condividere». Il grande salto in avanti sotto la spinta dei social avrebbe aiutato la società intera a «trasformare una volta ancora molte delle nostre principali istituzioni e industrie».

L’errore: avvicinare gli uomini senza accomunare i cuori

Nel decennio successivo Zuckerberg sarebbe stato di parola: i social hanno realmente trasformato il modo in cui diffondiamo e consumiamo le informazioni, così come le nostre istituzioni. Ma è tutto da vedere che si sia trattato di un progresso positivo.

Sì, perché i social sembrano piuttosto aver realizzato un’altra profezia. Quella formulata nel cuore dell’Ottocento, il secolo così ammaliato dal positivismo e dalle promesse delle «magnifiche sorti e progressive», da un grande dimenticato: lo scrittore cattolico francese Ernest Hello. All’autore de L’homme appariva già chiaro allora come i progressi tecnoscientifici si muovessero sempre più verso l’unità fisica. Con la loro tendenza a sopprimere le distanze materiali svelavano infatti all’uomo i segreti dell’infinitamente grande e dell’infinitamente piccolo. Mezzi di trasporto e di comunicazione sempre più perfezionati avrebbero avvicinato sempre più strettamente corpi e voci.

La fraternità delle artiglierie

Al tempo stesso Hello vedeva però agitarsi un altro movimento, parallelo a quello del progresso tecnoscientifico: un movimento che anziché unificare, portava gli uomini a dividersi come forse mai prima nella storia. Una spinta alla separazione che sarebbe esplosa in tutta la sua violenza nelle guerre mondiali del ventesimo secolo. Come a dire che unire materialmente gli uomini non basta. Anzi, una unione solo esteriore può rivelarsi nefasta.

E così, scriveva Hello, «l’uomo tocca l’uomo per colpirlo, s’avvicina all’uomo per odiarlo più da vicino. Gli uomini s’abbracciano ma per affogarsi. La scienza facilita e accelera le aggregazioni umane, ma è impotente a riconciliare due nemici, e anche e soprattutto due amici. Gli strumenti di morte si sono moltiplicati mille volte di più degli strumenti di vita. L’arte di uccidere ha assai più successo dell’arte di guarire. La vera emulazione, la vera fraternità è la fraternità delle artiglierie».

BABEL

Babele, o la confusione delle lingue

Sembra quasi di leggere Flaiano: «Se i popoli si conoscessero meglio, si odierebbero di più». Per Haidt i social sono ricaduti proprio nella maledizione di Babele: la confusione delle lingue

L’immagine di Babele, spiega lo psicologo a Le Figaro è quella che meglio descrive il tempo in cui viviamo. Nella storia di Babele, fa notare Haidt, «l’aspetto chiave sta nel fatto che gli esseri umani diventano molto potenti. Costruiscono una città con una torre che raggiunge i cieli. E Dio è offeso dal loro orgoglio, dalla loro arroganza. Per punirli, Dio decide di confondere le loro lingue affinché non si comprendano più». Più che una storia di tribalismo o di guerra civile, quella di Babele è «la frammentazione di tutto e di tutti. L’irruzione della confusione dappertutto», afferma lo studioso americano. 

Un meccanismo micidiale, che premia la competizione sfrenata

In questo modo l’utopia tecno-democratica, lungi dal realizzare un paradiso in terra, è degenerata in un Far West: tutti contro tutti. Poco alla volta infatti gli utenti – più che recuperare contatti personali e consolidare quelli già esistenti – hanno cominciato a condividere i dettagli più intimi e i fatti privati della loro vita con perfetti sconosciuti e con le corporation. Con la comparsa dei ‘mi piace’, poi dei ‘retweet’ e dei ‘condividi’, ai quali hanno fatto seguito algoritmi e processi che premiavano chi riscuoteva più visibilità e successo sui social, si è attivato un meccanismo che incentivava aggressività, violenza verbale e disonestà.

Così facendo, sottolinea Haidt, «i social media hanno al tempo stesso amplificato e armato il frivolo» spingendo le persone a vivere sempre più all’interno di bolle dove per lo più ci si urla contro. Da qui alla «rottura dei rapporti di fiducia» il passo è stato anche fin troppo breve.

Pilastri della vita democratica a rischio

Tutte dinamiche che si sono generalizzate, allargandosi dai social alla società, e che per lo psicologo americano sono altamente corrosive per i tre “mattoni” che fanno da collante delle democrazie: il capitale sociale (inteso come patrimonio di relazioni personali con un alto livello di fiducia: vale a dire le vere reti sociali), le istituzioni forti e il senso di una storia comune, che può essere condivisa.

In altre parole, le relazioni sono a rischio rottura, le istituzioni a rischio discredito e delegittimazione, la storia comune a rischio di oblio. Il meccanismo innescato dai social media propizia e favorisce gli estremismi, di desta o di sinistra che siano, i troll e i manipolatori dell’intelligence. Il tutto a scapito di quella che Haidt chiama la «maggioranza esausta». Ovvero le persone comuni, di buon senso, disorientate dalla polarizzazione tossica alimentata dalla canea urlante che si aggira sulle reti sociali con fare intimidatorio.

Il risultato è appunto il Far West, coi cittadini che «perdono fiducia nei leader eletti, nelle autorità sanitarie, nei tribunali, nella polizia, nelle università e nell’integrità delle elezioni». Le logiche conseguenze sono il caos e l’antagonismo dove «ogni decisione viene contestata e ogni elezione diventa una lotta all’ultimo sangue per salvare il Paese dall’altra parte».

Si può uscire dal Far West?

Come uscire da questo clima da anteguerra civile e di sfiducia generalizzata? Il cristiano sa che a unire i cuori sono carità e misericordia, non a caso virtù disprezzate in climi sociali che puntano a mettere gli uomini in competizione tra loro.  

Dal canto suo Haidt propone di puntellare i pilastri della democrazia scossi dall’invadenza del digitale. In primo luogo le istituzioni democratiche, per renderle immuni dalla rabbia cronica e dalla sfiducia diffusa. Ma è anche necessario «riformare i social media in modo che diventino meno corrosivi per la società». Infine è vitale «preparare meglio la prossima generazione alla cittadinanza democratica» sapendo che un ritorno al pre-digitale è utopico quanto il messianismo tecno-democratico.

Una cosa non esclude l’altra. Ragione in più per lavorare a quell’incontro tra le tre città moderne (Gerusalemme, Atene, Silicon Valley) senza il quale ogni impresa umana sembra destinata a ripercorrere il rovinoso sentiero di Babele. O peggio ancora, a incamminarsi verso la fraternità dell’artiglieria.

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