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Mai così tanti suicidi in carcere: come arginare questa strage?

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Miguel MEDINA / AFP

Silvia Lucchetti - pubblicato il 23/12/22

La nostra intervista alla dottoressa Susanna Marietti, coordinatrice nazionale dell'associazione Antigone: "in carcere entrano sempre più persone disperate ed emarginate, e le sbarre non fanno altro che esasperarne la sofferenza".

I detenuti che si sono suicidati in Italia nei primi undici mesi di quest’anno sono 79, secondo la ricerca del Garante Nazionale dei diritti per le persone private della libertà personale. Ma il mese di dicembre ha purtroppo visto accrescere ulteriormente questo dato che ha ormai superato le 80 unità, e che nella sua drammaticità ci potrebbe far dimenticare che dietro ai numeri ci sono storie e volti. Lo studio “Per un’analisi dei suicidi negli istituiti penitenziari” rileva che, delle 79 persone che si sono tolte la vita fino al momento della ricerca, 74 erano uomini e 5 donne. La popolazione carceraria complessiva alla data del 30 novembre era di 56524 persone, di cui 2389 donne che rappresentano mediamente il 4% del totale dei detenuti.

I dati statistici del fenomeno

Riguardo alla nazionalità, 46 vittime erano italiane e 33 straniere (18 delle quali senza fissa dimora), provenienti queste ultime da 16 diversi Paesi: Albania (5), Tunisia (5), Marocco (5), Algeria (2), Repubblica Dominicana (2), Romania (2), Nigeria (2), Brasile (1), Nuova Guinea (1), Pakistan (1), Cina (1), Croazia (1), Eritrea (1), Gambia (1), Georgia (1), Ghana (1), Siria (1).

Le fasce d’età più rappresentate sono quelle tra i 26 e i 39 anni (33 persone) e tra i 40 e i 54 anni (28 persone); le restanti si distribuiscono nelle classi 18-25 anni (9 persone), 55-69 anni (6 persone) e ultrasettantenni (3 persone).

36 erano state giudicate in via definitiva, e 5 avevano almeno una condanna definitiva e altri procedimenti penali in corso; 31 persone erano in attesa di primo giudizio e 7 appellanti.

Tra le persone condannate e quelle con posizione “mista con definitivo”, 39 avevano una pena residuafino a 3 anni e 5 di esse avrebbero completato la pena entro l’anno in corso; altre 4 avevano una pena residua superiore ai 3 anni, mentre 1 soltanto aveva una pena residua superiore ai 10 anni.

Risulta che 49 persone, pari al 62%, si sono suicidate nei primi sei mesi di detenzione; di queste, 21 nei primi tre mesi dall’ingresso in Istituto, e 15 entro i primi 10 giorni, 9 delle quali addirittura entro le prime 24 ore dall’ingresso.

L’intervista alla coordinatrice dell’associazione Antigone

Per cercare di cogliere le cause del fenomeno e le possibili strategie per affrontarlo, abbiamo intervistato la dottoressa Susanna Marietti, coordinatrice nazionale di Antigone, associazione che dal 1991 lavora alla promozione dei diritti e delle garanzie nel sistema penale e penitenziario.

Quali sono le motivazioni alla base del fatto che quest’anno c’è stato il doppio dei suicidi nelle carceri italiane rispetto alla media degli ultimi 10 anni?

Non è possibile rispondere a questa domanda, non ci sono motivazioni specifiche. Ogni suicidio è una scelta individuale, con motivazione spesso estremamente complesse. Quello che possiamo ipotizzare è che ci sia una crescente tendenza all’imprigionamento delle categorie più disperate della società, persone che entrano in carcere già fortemente sofferenti. Questo è un fenomeno che dagli anni 2000 in poi abbiamo sempre più osservato. In carcere ci sono i grandi criminali, ma la massa della popolazione detenuta è fatta da persone provenienti dalla grande marginalità sociale, portatori di una preesistente disperazione dovuta a una condizione di povertà culturale, sociale, lavorativa, economica ecc… Tutte le marginalità sociali le portiamo sempre più nel carcere, cioè affrontiamo con strumenti penali questi problemi. Si entra in carcere già portatori di disperazione, che poi il carcere fa fatica ad intercettare. Perché c’è tanta gente, è sovraffollato, ci sono pochi operatori del reparto dell’area educativa, del sostegno psicologico, del sostegno psichiatrico, ecc… Per cui si fa fatica a venire a contatto con le singole storie di disperazione che la condizione di restrizione poi acutizza. Abbiamo un ufficio del difensore civico dei detenuti a cui si rivolgono i detenuti che credono di vedere violati i loro diritti in fase di esecuzione penale, e le richieste che ci fanno sono relative alla tutela del diritto alla salute (persone malate che lamentano di non essere curate), soggetti sradicati dal contesto familiare per un trasferimento e che non vedono i loro cari. Il carcere peggiora lo stato di disagio e non riesce ad individuarlo, a farsene carico e a capire quando la persona sta per compiere un gesto estremo.

C’è una valutazione e un supporto psicologico specialmente nella parte iniziale della detenzione, in particolare per coloro che accedono al carcere per la prima volta?

In carcere sono presenti gli psicologi che sono sempre tenuti a fare il colloquio di primo ingresso, questo proprio per valutare il rischio di suicidio. Nelle nostre visite condotte nell’ambito dell’Osservatorio nazionale sulle condizioni di detenzione, abbiamo rilevato che la presenza media degli psicologi nelle carceri italiane è un po’ inferiore alle 20 ore settimanali ogni 100 detenuti; come si fa quindi ad avere una vera attenzione al singolo individuo? Sempre più il colloquio di primo ingresso si riduce in qualcosa di burocratico, dove si chiede al detenuto se intende suicidarsi o meno: quello dice di no, e allora lo mandano nel reparto ordinario. Tempo fa quando Luigi Manconi era Sottosegretario alla Giustizia era stata emanata una apposita circolare alla cui stesura aveva partecipato anche Antigone, che prevedeva la costituzione di sezioni “nuovi giunti”. Questo nella considerazione che la persona al momento dell’ingresso in carcere potesse fruire di un periodo cuscinetto prima di essere calato nella più dura realtà del carcere. Sezione più aperta dove potesse trascorrere un po’ di tempo, con maggiore sostegno psicologico, con più ampia possibilità di chiamare la famiglia, di sentire i parenti, ecc… Nacque qualcuna di queste sezioni ma poi come accade in carcere tutto finì nel dimenticatoio.

Quali strategie concrete e immediate possono essere messe in atto per contrastare questo fenomeno nelle carceri italiane?

Noi avevamo proposto un documento molto articolato che di fatto era una riscrittura del regolamento penitenziario, il regolamento di esecuzione dell’ordinamento penitenziario. Quello attualmente in vigore risale al 2000, e sappiamo che in 22 anni il mondo è piuttosto cambiato. Per cui in questo documento ipotizzavamo un maggiore contatto con l’esterno, la possibilità per il detenuto di poter telefonare in un momento di disperazione alle persone care, senza dover passare per tutta la trafila burocratica prevista. Attualmente sono autorizzati solo 10 minuti di telefonata a settimana, passando per l’operatore. Invece in un momento di disperazione una telefonata può davvero salvare una vita! In definitiva avevamo richiesto più colloqui, più telefonate, più agilità nei contatti con l’esterno, e soprattutto l’uso delle nuove tecnologie in modalità quotidiana. La pandemia ci ha insegnato che questo si poteva fare e che esse non rappresentano un pericolo per la sicurezza. E inoltre una maggiore possibilità di applicazione delle misure alternative. Era un documento piuttosto complesso che era stato in buona parte incluso nella relazione della Commissione Ministeriale istituita dall’ex ministra Marta Cartabia, e guidata dal professor Marco Ruotolo. Quella prospettiva di riforma si è arenata con la caduta del governo Draghi: bisognerebbe perciò ripartire da lì.

L’appello di Papa Francesco per i detenuti

Per offrire una prospettiva di speranza al difficile tema della sofferenza dei detenuti, che in molti casi giunge a mettere in atto gesti estremi, riportiamo uno stralcio di questo accorato appello di Papa Francesco (udienza generale del 9 novembre 2016).

(…) penso a quanti sono rinchiusi in carcere. Gesù non ha dimenticato neppure loro. Ponendo la visita ai carcerati tra le opere di misericordia, ha voluto invitarci, anzitutto, a non farci giudici di nessuno. Certo, se uno è in carcere è perché ha sbagliato, non ha rispettato la legge e la convivenza civile. Perciò in prigione, sta scontando la sua pena. Ma qualunque cosa un carcerato possa aver fatto, egli rimane pur sempre amato da Dio. Chi può entrare nell’intimo della sua coscienza per capire che cosa prova? Chi può comprenderne il dolore e il rimorso? È troppo facile lavarsi le mani affermando che ha sbagliato. Un cristiano è chiamato piuttosto a farsene carico, perché chi ha sbagliato comprenda il male compiuto e ritorni in sé stesso. La mancanza di libertà è senza dubbio una delle privazioni più grandi per l’essere umano. Se a questa si aggiunge il degrado per le condizioni spesso prive di umanità in cui queste persone si trovano a vivere, allora è davvero il caso in cui un cristiano si sente provocato a fare di tutto per restituire loro dignità. (…) Nessuno dunque punti il dito contro qualcuno. Tutti invece rendiamoci strumenti di misericordia, con atteggiamenti di condivisione e di rispetto. Penso spesso ai carcerati … penso spesso, li porto nel cuore. Mi domando che cosa li ha portati a delinquere e come abbiano potuto cedere alle diverse forme di male. Eppure, insieme a questi pensieri sento che hanno tutti bisogno di vicinanza e di tenerezza, perché la misericordia di Dio compie prodigi. Quante lacrime ho visto scendere sulle guance di prigionieri che forse mai in vita loro avevano pianto; e questo solo perché si sono sentiti accolti e amati.

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