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La canzone di Fabrizio De André dedicata a Gesù e alla Madonna

FABRIZIO DE ANDRE

Produttori Associati

Gelsomino Del Guercio - pubblicato il 07/12/22

"Buona Novella" è un capolavoro da interpretare. Parla di Gesù e Maria, ma in chiave allegorica

Fabrizio De André è uno dei protagonisti di “E te ne vai fra l’altra gente” (Ancora editrice), un libro di Walter Muto che racconta 33 canzoni dedicate alla Madonna, ma da una prospettiva inedita. 

Da Zucchero a Sting

«Il mio intento è lo stesso delle canzoni prese in esame: fare un’esperienza di bellezza, narrando la vita di Maria e il suo porsi di fronte al Mistero». Così Walter Muto spiega il “filo rosso” che lo ha guidato a scegliere e raccontare 33 canzoni scritte o interpretate dai grandi protagonisti della canzone, da Mina che “reinventa” Jacopone da Todi alla “Buona Novella” di De André, passando per Joan Baez, Sting, Zucchero, Davide Van De Sfroos, Renato Zero, Giorgio Gaber, Bruce Springsteen e tanti altri. Un mosaico affascinante di suoni, parole e voci, pieno di scoperte e sorprese, a comporre un inedito ritratto musicale di Maria di Nazaret.

Focus sulla “Buona Novella” di De Andrè 

Nel 1970, Fabrizio De André era in giro già da quasi un decennio. Non è certo questa la sede per lunghi approfondimenti, basti sapere che Carlo Martello, Piero e Marinella erano già nati e svezzati. Al produttore discografico Roberto Dané viene l’idea di un disco basato sui Vangeli apocrifi e alla fine lo propone proprio a De André. I due lavorano ai testi per oltre un anno e a novembre 1970 esce per l’appunto l’album La Buona Novella.

FABRIZIO DE ANDRE

Il clima del ’69

«Quando scrissi La Buona Novella – spiega Fabrizio De Andrè – era il 1969. Si era quindi in piena lotta studentesca e le persone meno attente – che sono poi sempre la maggioranza di noi – compagni, amici, coetanei, considerarono quel disco come anacronistico. Mi dicevano: “Ma come? Noi andiamo a lottare nelle università e fuori dalle università contro abusi e soprusi e tu invece ci vieni a raccontare la storia – che peraltro già conosciamo – della predicazione di Gesù Cristo”». 

“Si chiamava Gesù di Nazareth”

«Non avevano capito che in effetti La Buona Novella voleva essere un’allegoria – era una allegoria precisa De Andrè – che si precisava nel paragone fra le istanze migliori e più sensate della rivolta del ’68 e istanze, da un punto di vista spirituale sicuramente più elevate ma da un punto di vista etico sociale direi molto simili, che un signore 1969 anni prima aveva fatto contro gli abusi del potere, contro i soprusi dell’autorità, in nome di un egalitarismo e di una fratellanza universali. Si chiamava Gesù di Nazaret e secondo me è stato ed è rimasto il più grande rivoluzionario di tutti i tempi».

Ma non è un De Andrè cristiano

Non per questo, afferma l’autore del libro Walter Muto, ci si può immaginare un De André cristiano (che sottile ironia – o forse piccola bonaria cattiveria – chiamare proprio così il figlio…), anzi. Diciamo che in quest’opera – concept album, si diceva allora – sono gli aspetti più «sociali» di Gesù che incontrano l’anarchico De André, come pure gli aspetti più umani di tutti i personaggi, inclusa la Vergine Maria, vengono ancor più «umanizzati», resi, diremmo meglio, più terreni. Questa è d’altronde la caratteristica dei Vangeli apocrifi che, non dimentichiamolo, sono stati il punto di partenza del lavoro.

Le cinque canzoni

Quindi fra un ritratto molto carnale di Giuseppe e il testamento del ladrone buono, la madre di Gesù è diretta protagonista di ben cinque canzoni, da quando bambina frequenta il tempio e poi viene data in sposa a Giuseppe, all’annuncio dell’angelo; dal Sogno di Maria, al termine del quale c’è il gesto tenero di Giuseppe che le accarezza il viso, al dramma della bottega del falegname che sta costruendo la croce, con dei lacerti di testo veramente impressionanti. 

Il falegname e Maria

Il falegname dice a Maria che non sta costruendo stampelle, «ma tre croci, due per chi disertò per rubare / la più grande per chi guerra insegnò a disertare». E più oltre la rivelazione profetica sui legni che il falegname stava lavorando: «Vedran lacrime di Dimaco e di Tito al ciglio / Il più grande che tu guardi abbraccerà tuo figlio».

La Via della Croce e Branduardi

La successiva Via della croce conduce alla canzone che, in modo assolutamente geniale, mette insieme i destini dei tre condannati, la bellissima Tre madri. È l’unica canzone, questa, accompagnata esclusivamente dal pianoforte di Gian Piero Reverberi, produttore artistico e arrangiatore dell’intero lavoro, con la sola aggiunta di un breve inserto melodico, di fatto una ripresa molto semplice della struggente melodia principale, ad opera di uno strumento ad arco, una viola o un violino accordato in una tessitura più bassa, strumento suonato da un giovanissimo Angelo Branduardi.

Le tre donne

Le tre donne, le madri dei due ladroni e Maria, sono accomunate dal veder morire i propri figli in croce, ma De André (o l’apocrifo cui fa riferimento, occorrerebbe indagare ulteriormente) azzarda una singolare iperbole: sono la madre di Tito e quella di Dimaco a soffrire di più, perché non hanno la certezza e la consolazione della Risurrezione.

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Tags:
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