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Le cose che un parroco non dovrebbe assolutamente fare a Messa

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TATJANA SPLICHAL | DRUŽINA

Gelsomino Del Guercio - pubblicato il 29/11/22

Il liturgista Di Donna: nel luogo in cui ha luogo la relazione con Dio, non sono ammissibili ingenuità

A Napoli nella chiesa San Giovanni Battista dei fiorentini, fece molto discutere la proiezione dei gol di un noto calciatore del Napoli al termine della santa messa. Sui social network il video diventò virale e il pubblico si divise, tra favorevoli alla scelta del parroco, peraltro vestito ancora con i parametri sacri, e contrari. In realtà ci sono delle cose che ogni parroco dovrebbe sapere, e che non si possono fare in chiesa, tanto più al termine della santa messa.

La sacralità della liturgia

«L’edificio chiesa – spiega ad Aleteia don Gianandrea Di Donna, docente di Liturgia alla Facoltà Teologica del Triveneto – è luogo che possiede una finalità essenziale: la celebrazione dei divini misteri e la preghiera cristiana. Per questo da sempre (basti ricordare le Domus Ecclesiæ dei primi quattro secoli dell’era cristiana) si è riservato un luogo per la celebrazione dell’Eucaristia, del Battesimo…».

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Luogo “sacro”

La tradizione cristiana «ha perciò usato da sempre, per indicare la specifica vocazione dell’edificio chiesa, l’aggettivazione sacro o santo. L’aggettivo sacro – lungi dall’essere inteso, come l’etimologia farebbe pensare, nel senso di una totale scissione, separazione o lontananza – vuole ricordare ai credenti che, nella carne di Cristo Gesù, il Figlio di Dio, noi abbiamo incontrato e ci è stata aperta la via verso Colui che è il tre-volte-Santo: Dio».

“No” a riti pagani

Il liturgista, osserva: «Dopo aver escluso ogni forma di sacralità numinosa, a-temporale, tipica delle religioni pagane, dei misteri eleusini, e (seppur parzialmente) di una parte della religiosità di Israele, legata spesso al culto sacerdotale-levitico (più volte stigmatizzato dai profeti come formale e ipocrita), possiamo affermare che il rapporto del cristiano con il “tempio”, l’aula liturgica, l’edificio chiesa è certamente libero e liberante; ognuno di noi – spesso nelle chiese parrocchiali se ne fa esperienza – si rapporta con lo spazio sacro anche compiendo azioni non strettamente rituali: come il saluto, il colloquio fraterno, l’ascolto di una meditazione, di una riflessione di carattere ecclesiale, la godibile fruizione di un concerto di musica sacra… Tutto ciò sappiamo essere in profonda sintonia con l’aula liturgica e il suo esser segno visibile di Gesù Cristo e del mistero della Chiesa radunata nel suo nome, fondata nella sua carità e nel dono della fraternità…».

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Una messa dignitosa si può svolgere anche in luoghi che non siano chiese, in particolari circostanze. Ma ci sono delle regole ben precise da seguire.

La relazione con Dio

Questa prospettiva di fede, secondo don Gianandrea «non entra in conflitto con la gioia cristiana, con le sane relazioni di amicizia, di aiuto, di ascolto reciproco che i battezzati possono fare radunandosi insieme. La sacralità o santità del mistero cristiano – evidenzia il liturgista – indica e orienta alla relazione con Dio generando, per grazia, la comunione ecclesiale, cioè la relazione tra noi in Cristo. Ora la realizzazione di questo dono d’amore è la meta ultima della vita cristiana che si compie pienamente durante la celebrazione dell’Eucaristia, l’evento più santo della vita della Chiesa che si radica così nella Pasqua di morte e risurrezione del Signore Gesù».

Luogo sbagliato

Se questo è il contesto di fede e la vocazione più autentica dell’edificio-chiesa, allora si domanda il liturgista, «come possiamo pensare che esso diventi luogo di aggregazione qualunque? Guardare un match di calcio, i goal di un campione, certamente vuole essere, nell’intento di un Parroco, un’occasione di familiarità con i ragazzi, con i giovani, con le famiglie; appartiene a quella confidenza e serena simpatia esistente tra fratelli e amici; guardare il calcio insieme è certamente cosa simpatica, piacevole, attraente. Ciò che però deve essere chiaro è il fatto che non si può confondere questa esperienza con quella della celebrazione dei misteri più santi della nostra fede!».

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Papa Francesco scherza con un pallone. Ma a margine dell’udienza del mercoledì. Non lo avrebbe mai fatto durante una celebrazione eucaristica!

Il pane della vita

«Credo che proiettare i goal nell’aula liturgica significhi scegliere un contesto assolutamente sbagliato. Ci sono quasi sempre ambienti – sottolinea don Gianandrea – adatti a questo tipo esperienze. Dopo la conclusione della Santa Messa sarebbe stato sufficiente spostarsi in un altro luogo dei locali parrocchiali. Se un Parroco desidera avvicinare i suoi fedeli all’Eucaristia, credo non possa non cogliere come questo avverrà solo perché essi saranno aiutati ad intuire e a credere che cosa sia posto in gioco quando noi ci accostiamo al Pane della vita e al Calice della salvezza. Il Signore Gesù Cristo, la sua Chiesa, i Sacramenti non devono diventare “cose” simpatiche, ma mostrarsi come il dono di Dio, quel dono che il mondo non può dare. Nessun fanatismo nella cose di Dio ma nemmeno nessuna banalizzazione!».

Scelta da rifiutare

Quella del Parroco napoletano è pertanto «una scelta non condivisibile, anche se non riesco a pensarla che fatta per un buon fine, forse quello di “avvicinare” maggiormente i parrocchiani. L’edificio-chiesa come dicevo, qualora non ci fossero a disposizione altri luoghi – e questo a volte succede – potrà essere utilizzata per una riflessione, una meditazione sulla Parola di Dio, un consiglio pastorale, un’assemblea delle famiglie della parrocchia, un concerto di musica sacra… ma la proiezione dei goal, come qualunque altra attività “profana” ritengo siano una distorsione del senso e della finalità che lo spazio, la dimora di Dio in mezzo di noi deve avere, fino a poter pensare che esso possa essere profanato dalle nostre banalità».

“Una carica di ingenuità”

Questo modo di agire pastoralmente «porta con sé una carica di ingenuità e forse anche di ambiguità – avverte don Gianandrea – con il rischio che i fedeli si allontanino ancor di più, trovando in queste pseudo-esperienze ecclesiali ciò che essi già possono avere altrove, a “poco prezzo”… Sembra di risentire l’eco di qualche giovanilismo di epoca passata… È tempo di crescere!».

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