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Perché oggi una persona pensa ancora di farsi prete o suora?

SAMUEL PIERMARINI

Mondadori Portfolio/Sipa USA/East News

Gelsomino Del Guercio - pubblicato il 26/11/22

Leggete la risposta di Padre Maurizio Botta e (forse) vi porrete anche voi qualche domanda

Farsi prete o suora oggi non è alla “moda”? Invece è molto più “cool” di quello che si pensa, e Padre Maurizio Botta lo spiega nel suo libro “Le domande piccole dei grandi – Vivere la fede oltre i luoghi comuni (Edizioni Studio Domenicano). 

“Ne vale la pena”

«Io direi con tutta franchezza, a un ragazzo di 20 anni – osserva Padre Botta – guardandolo negli occhi: “Ne vale la pena veramente. Se io tornassi indietro, rifarei totalmente la scelta di consacrarmi a Dio. Senza neanche un’ombra di esitazione”».

Si soffre molto

«Si soffre? Sì, molto – prosegue Padre Maurizio -. Più di quello che si può immaginare all’inizio. Nonostante ciò, neanche per un secondo mi viene il dubbio se ne valesse la pena. Bisogna rendere ragione anche di questa speranza particolare che è poi la consacrazione, anche del senso di questa vita. Perciò, non ne parlerò contro, ma a favore».

“E’ una bella vocazione”

Il sacerdote molto amato dai giovani si definisce un «fan entusiasta della mia vocazione», perché è «una bella vocazione. E alle ragazze – prosegue Padre Botta –  anziché storcere il naso, rivolgerei l’invito a pensare seriamente di dare e di donare tutta la propria vita a Dio. Perché ne vale la pena. Poi, possiamo discutere in che forma».

“Io non so per niente entusiasta”

Padre Maurizio si sente «un uomo grato, grato a Dio per il dono di essere suo, anche di essere sacerdote, ma prima c’è stata proprio la consapevolezza di voler essere di Dio per sempre». 

Ma attenzione, avverte il giovane sacerdote: «Chi vuole mettere un’etichetta e dice: “ecco un entusiasta”, ha sbagliato etichetta. Perché io non sono per niente un entusiasta. Se avessi guardato ai miei sentimenti interiori, io stasera sarei andato da tutt’altra parte piuttosto che fare l’incontro. Ma la bellezza di questa vocazione è inalterata, è totale, e ne vale la pena. Il mio metodo personale per parlare di una cosa è innanzitutto fare autocritica».

Quando incontri un prete o una suora

Padre Botta sottolinea che quando le persone incontrano un prete o una suora, «vogliono vedere quello che non vedono da nessun’altra parte, cioè la gioia e la speranza che nascono dal fatto di stare con il Signore risorto».

«Queste parole  sarebbero da stampare belle grandi. Quelli che ci incontrano vogliono e hanno il diritto di vedere questa gioia e questa speranza. Anche i non credenti ne hanno il diritto. È come se atei e non credenti gridassero e ti dicessero continuamente: “Ma è vero tutto quello che credi? Tu ci credi veramente?”. Avvertono l’esigenza di vedere la gioia e la speranza che vengono non da un’allegria superficiale infantile e banale – che non è nemmeno umana ma è disprezzabile –, ma dallo stare con il Signore risorto».

“Dimostrami che è tutto vero”

Secondo Padre Maurizio, anche il non credente, l’ateo, «il più lontano, talvolta, nel suo ruggito, è come se dicesse: “Dimostrami che è tutto vero. Dimostrami che ami anche i nemici. Dimostrami che vi amate tra di voi veramente. Fammi vedere questa gioia, questa pace che viene dal Signore. Allora ti crederò”».

Qualcosa di incomprensibile 

Quindi, la vocazione è comprensibile solo «se dietro c’è qualcosa di incomprensibile». Cioè «una bruciante passione per Gesù, per le sue parole, per il Vangelo, se uno è affamato della parola del suo Vangelo, se uno è arso dalla passione della preghiera. Se questa passione non c’è, la vocazione resta incomprensibile, e di fatto Gesù è disprezzato». 

Mai smettere di pregare 

«Sono convinto intimamente – conclude Padre Botta parlando della vocazione – che qui stia la radice della crisi della Chiesa. Non preghiamo più, preghiamo poco, non stiamo con il Signore. Se un prete arriva ai peccati mortali gravi, è perché prima ha smesso di leggere il Vangelo, di pregare».

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Tags:
padre Maurizio Bottapretevocazione
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