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Il Papa rivela l’unica frase che lo ha confortato in ospedale, un consiglio per quando si visitano i malati

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Tiziana Fabi / AFP

Kathleen Hattrup - pubblicato il 17/11/22

Rispondendo a un seminarista sul “linguaggio dei gesti”, il Pontefice racconta un'esperienza confortante di quando aveva 21 anni

A ottobre, Papa Francesco ha incontrato i sacerdoti e i seminaristi che studiano a Roma. È riuscito a rispondere solo a una piccola percentuale delle 200 domande che erano state preparate per lui, e una di queste ha riguardato il linguaggio dei gesti, cosa che gli dato occasione di offrire dei consigli per quando si fa visita ai malati.

Un seminarista gli ha raccontato come, imparando l’italiano, abbia appreso l’importanza dei gesti, ampliando poi la riflessione per notare come Papa Francesco sia famoso per i suoi gesti d’amore, azioni che a volte parlano più forte dei messaggi che dà a parole.

Il seminarista gli ha detto:

“Nella formazione verso il sacerdozio ci insegnano tanto come parlare, come usare bene le parole e la parola, a fare un discorso filosofico coerente, a interpretare la Scrittura, a fare un bel sermone in Chiesa. Tuttavia Lei, Santo Padre, ci ha fatto vedere l’importanza dei gesti, delle opere, della tenerezza concreta, e quanto sono potenti i gesti, quanto sono eloquenti i nostri gesti. Io vedo come Lei abbraccia i sofferenti, e quanto vorrei farlo pure io. Vedo come bacia i malati, e quanto vorrei farlo pure io. Vedo come tocca i bisognosi, e quanto vorrei farlo pure io. So che non si imparano i gesti dalla notte al giorno, e so che non sarò mai un sacerdote che predica con l’esempio se non imparo il linguaggio dei gesti da oggi. Come ha imparato Lei questi gesti di misericordia? Come possiamo arrivare anche noi nel seminario, come possiamo imparare questo linguaggio così importante?”

Imparare dalla vita

“I gesti, la vita te li insegna”, ha risposto il Papa, aggiungendo che la sua esperienza personale gli ha insegnato una lezione importante per visitare i malati:

“Per esempio, una cosa che ho imparato dall’esperienza personale è che quando vai a visitare un malato, che sta male, non devi parlare troppo. Prendi la mano, guardalo negli occhi, di’ due parole e rimani così.

Nell’intervento che hanno fatto a me, in cui mi hanno tolto una parte del polmone quando avevo 21 anni, venivano tutti gli amici, le zie, tutti a parlare: ‘Vai, vai ti riprenderai presto, parlerai, potrai giocare un’altra volta…’ Mi piaceva, ma mi stufava.

Un giorno è venuta la suora che mi aveva preparato per la prima Comunione, suor Dolores, brava vecchia, e mi ha preso la mano, mi guardava negli occhi e mi disse: ‘Stai imitando Gesù’, e non ha detto niente di più. Quella mi ha consolato.

Per favore, quando andate da un ammalato, non riempire di motivazioni di promesse del futuro. Il gesto della vicinanza parla più con la presenza che con le parole”.

Ricordare con gratitudine

Il Santo Padre ha condiviso l’importanza di suor Dolores nella sua vita in più di un’occasione. Di recente, ha sperato che i bambini ricordino i loro catechisti come lui ricorda lei.

“Il Signore mi ha fatto anche una grazia molto grande. Era molto anziana, io ero studente, stavo studiando fuori, in Germania, e finiti gli studi sono tornato in Argentina, e il giorno dopo lei morì. Io ho potuto accompagnarla quel giorno. E quando ero lì, pregando davanti alla sua bara, ringraziavo il Signore per la testimonianza di questa suora che ha passato la vita quasi soltanto a fare catechesi, a preparare bambini e ragazzi per la Prima Comunione. Si chiamava Dolores”.

Lode e gratitudine

La visita a suor Dolores non è l’unico ricordo vivido che il Papa ha di quell’intervento. Il Pontefice, infatti, ha anche parlato della suora infermiera che gli ha salvato la vita:

“È un’infermiera, una suora italiana, domenicana, che è stata inviata in Grecia come professoressa, molto colta, ma anche infermiera. Poi è andata in Argentina, e quando io a vent’anni ero vicino alla morte, è stata lei a dire ai dottori, a discutere con loro, questo sì, quest’altro di più, e grazie a queste cose io sono sopravvissuto”.

“La ringrazio e vorrei nominarla qui davanti a voi: suor Cornelia Caraglio. Una brava donna. Anche coraggiosa, al punto di discutere con i medici, umile ma sicura di quello che faceva”.

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