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Nigeria: “Hanno messo i cristiani nelle gabbie”, racconta una ragazza rimasta prigioniera per 9 anni

chrześcijańska chata w Kamerunie

Michal Szymanski | Shutterstock

José Miguel Carrera - pubblicato il 14/11/22

Maryamu Joseph è stata tenuta prigioniera per 9 anni in una foresta nel nord della Nigeria. Oggi ha 16 anni, ma era una bambina quando è stata portata via dal suo villaggio dai terroristi di Boko Haram

Le parole di Maryamu Joseph alla Fondazione Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS) sono una forte testimonianza che aiuta a comprendere meglio la minaccia brutale che aleggia sui cristiani in Nigeria, soprattutto nel nord del Paese. Maryamu è stata rapita e violentata, e ha trascorso nove anni in prigionia prima di riuscire a fuggire. Ora sta cercando di riprendersi dai traumi subiti e dalle esperienze laceranti a cui è stata costretta ad assistere, come il brutale assassinio di uno dei suoi fratelli, decapitato davanti a lei.

Viene assistita al Centro per la Cura dei Traumi della Diocesi di Maiduguri, costruito con il sostegno della Fondazione ACS e destinato ad aiutare chi soffre di stress post-traumatico.

L’attacco, la conversione forzata, le punizioni

“Boko Haram ha attaccato la mia comunità nel febbraio 2013. Dopo una mattanza che ha provocato innumerevoli morti, hanno portato 22 di noi in una fitta foresta e abbiamo camminato per 22 giorni prima di arrivare a destinazione. Hanno messo i cristiani nelle gabbie, come animali”, ha ricordato Maryamu alla Fondazione ACS nella sua lingua materna, l’hausa. “La prima cosa che hanno fatto è stata convertirci a forza all’islam. Hanno cambiato il mio nome in Aisha, un nome musulmano, e ci hanno detto di non pregare come cristiani o saremmo morti. Quando avevo dieci anni volevano farmi sposare uno dei capi, ma ho rifiutato. Come punizione mi hanno chiusa in una gabbia per un anno intero. Portavano del cibo una volta al giorno e lo passavano sotto la porta, senza mai aprire la gabbia”.

L’assassinio crudele di uno dei fratelli

Tutto il racconto ha questo tenore, di una crudeltà immensa, come quando la giovane cristiana ricorda il giorno in cui i terroristi hanno catturato anche due dei suoi fratelli e li hanno portati nel campo in cui si trovava anche lei. “Nel novembre 2019 hanno catturato due dei miei fratelli e li hanno portati all’accampamento. Solo Dio sa come mi sono sentita quando li ho visti. Ero piena di rabbia, avrei voluto prendere un machete e massacrare uno a uno quei delinquenti. Hanno preso uno dei miei fratelli e lo hanno ucciso davanti ai miei occhi. Gli hanno tagliato la testa, poi le mani, le gambe e lo stomaco. Hanno trattato il corpo di mio fratello come una gallina prima di essere cucinata. Questo mi ha devastata. Mi sono detta: “Chi sarà il prossimo?” Qualche giorno dopo ho iniziato ad avere incubi, allucinazioni…

La fuga verso la libertà

L’incubo, però, doveva finire. Quattro mesi fa, l’8 luglio, approfittando di un momento di distrazione, Maryamu Joseph è fuggita con una dozzina di compagni di sventura. Nell’intervista a Patience Ibile ha raccontato com’è andata: “L’8 luglio 2022, verso l’una del mattino, l’accampamento era calmo e tutti dormivano, tranne i miei compagni di capanna ed io. Noi 12 abbiamo deciso di fuggire. All’inizio ero in dubbio se restare o meno per via di mia sorella minore, che era in un’altra capanna, ma ho pensato che se fossi rimasta avrei trascorso il resto della mia vita in questo accampamento, e quindi dovevo andare via, a tutti i costi. Abbiamo lasciato furtivamente l’accampamento e abbiamo corso attraverso la foresta”. La fuga è continuata per altri due giorni, finché non sono riusciti ad arrivare a Maiduguri. “Quando siamo arrivati sono svenuta, e quando mi sono svegliata ero tra le braccia di un buon samaritano. Ci ha dato acqua e cibo per recuperare le forze, e in seguito sono venuta al centro gestito dalla Chiesa”.

Nove anni di angoscia e terrore

Ora è il momento di cominciare a liberarsi dalle ombre dell’incubo in cui ha vissuto in questi nove anni. “Abbiamo sofferto tanto ad opera di queste persone empie e senza cuore. Per nove anni abbiamo assistito all’effusione del sangue innocente dei miei compagni cristiani, uccisi da persone che non valorizzano la vita. Hanno assassinato senza rimorso, come se fosse una cosa normale. Le parole non rendono giustizia a quello che ho passato”. Sono stati “nove anni di prigionia, nove anni di tortura, nove anni di agonia”.

Imparare a liberarsi dell’odio

Ora è tempo di ricominciare, tentando l’impossibile, cercando di ritornare ai tempi felici in cui aveva appena 7 anni e guardava il mondo con innocenza. L’esperienza nel Centro per la Cura dei Traumi è molto importante in questo processo. “Quando sono arrivata a Maiduguri, prima di iniziare il mio processo di guarigione, non sopportavo gli uomini. Non riuscivo a guardarli. Mi facevano schifo. Ora, grazie al mio processo di guarigione, ho imparato a mettere da parte l’odio”. Un cammino che viene effettuato lentamente e che ha riportato la giovane Maryamu Joseph al cristianesimo, a casa. “La prima cosa che hanno fatto è stata pregare per me e incoraggiarmi a tornare alla mia fede. Sono felice di tornare al cristianesimo. Da quando sono tornata a Maiduguri il dolore è diminuito. Spero che col tempo Dio mi aiuti a superare l’amarezza e ad abbracciare la pace, anche se non credo che accadrà tanto presto. Continuo ad avere incubi, anche se non brutti come prima. Grazie al Centro non ho più allucinazioni”.

Il Centro per la Cura dei Traumi

Il

Centro per la Cura dei Traumi
di Maiduguri è stato costruito con l’aiuto della Fondazione ACS. L’obiettivo di questa struttura diocesana è aiutare le vittime della violenza di Boko Haram, un gruppo terroristico di ispirazione jihadista che vuole creare un “califfato” nel nord-est del Paese, minacciando non solo questa zona della Nigeria, ma anche le regioni di frontiera di Niger, Ciad e Camerun. Dal 2009, gli attacchi terroristici hanno provocato più di 40.000 morti e oltre 2 milioni di sfollati. Il Centro, che verrà inaugurato in questo mese di novembre, ha già aiutato più di due dozzine di persone a superare situazioni di trauma e stress post-traumatico, cercando anche di dare consulenza e formazione vocazionale alle vittime, tra cui Maryamu.

Tornare a scuola, imparare a perdonare

Ora questa ragazza di 16 anni cerca di liberarsi dei fantasmi che la assediano e delle paure che la perseguitano, ma ha un sogno concreto: tornare a scuola, imparare l’inglese e, se possibile, studiare Diritto, “per difendere gli indifesi”. Il futuro è ancora incerto, come lo spazio per Dio e il ritorno al cristianesimo. Nelle sue parole c’è ancora molta rabbia. “Tornare al cristianesimo dopo nove anni di pratica dell’islamismo implica un lavoro molto duro. All’inizio sembra quasi impossibile. La mia mente è ancora pesante, piena di rabbia, amarezza e angoscia. Il dolore va e viene. Un minuto sono felice, quello dopo torna la tristezza”. Prima o poi, Maryamu dovrà affrontare l’odio che la invade ogni volta che pensa ai terroristi che l’hanno imprigionata, violentata e maltrattata e che hanno ucciso i suoi cari. Il perdono è possibile? “Perdonare quegli esseri senza cuore? Penso di non essere in grado di perdonare. Ho bisogno di tempo per digerire tutto quello che mi è accaduto, e poi forse, solo forse, potremo parlare di perdono. Oggi, però, no, non li posso perdonare…”

Non dimenticare Leah Sharibu

La storia di Maryamu fa ricordare quella di Léah Sharibu, una giovane cristiana nelle mani di Boko Haram dal 19 febbraio 2018. Quel giorno, Léah è stata rapita insieme a un centinaio di compagne della sua scuola a Dapchi. Anche la sua vicenda è emblematica. Pochi giorni dopo l’attacco alla scuola, tutte le ragazze sono state liberate tranne lei. All’epoca aveva 15 anni e ha rifiutato di rinunciare al cristianesimo come chiedevano i terroristi. Ha avuto il coraggio di rimanere prigioniera per restare fedele alla sua religione. Nonostante tutti gli appelli dei genitori e di istituzioni come la Fondazione ACS, la giovane cristiana è ancora tenuta prigioniera, e non si sa dove si trovi esattamente. Nel gennaio 2020, un’operatrice umanitaria che era stata anche lei prigioniera e nel frattempo era stata liberata ha detto che Léah era viva a apparentemente in buona salute. Da allora non si sono più avute informazioni su di lei.

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