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La beata Celestina Faron ha illuminato la vita nell’oscurità di Auschwitz

CELESTINA FARON

sluzebniczkinmp.pl

Sandra Ferrer - pubblicato il 14/11/22

Ha offerto la propria vita perché un vescovo tornasse alla Chiesa

27989. Baracca 24. 9 aprile 1944. Un numero. Un luogo. Una data. È tutto ciò che è rimasto di lei quando il suo corpo è stato incenerito nell’inferno di Auschwitz, o l’unica cosa che i suoi carcerieri volevano che rimanesse di lei. Il nazismo, però, è riuscito a cancellare né la sua storia, né quella di tante persone morte lasciando dietro di sé una scia di dignità e grandezza.

Suor Celestina Faron arrivò al campo di concentramento nazista quando aveva 29 anni. Era una ragazza piena di voglia di vivere che si dedicava a Dio e agli altri. Era nata nella località polacca di Zabrzez il 24 aprile 1913.

Battezzata come Caterina, crebbe in una famiglia cattolica in cui la disgrazia bussò purtroppo alla porta quando lei aveva appena 5 anni. La morte della madre fu un duro colpo, ma presto dei familiari che non avevano figli a cui suo padre la affidò perché se ne prendessero cura mitigarono il dolore offrendole una nuova casa, piena d’amore, in cui Caterina trovò anche la consolazione della fede cattolica.

Nel 1930, a 17 anni, decise di abbracciare la vita religiosa ed entrò nella Congregazione delle Suore Ancelle della Santissima Vergine nel piccolo paesse di Stara Wieś. Negli anni successivi si dedicò a formarsi e prepararsi per la via che aveva scelto, e frequentò vari corsi per perfezionare il suo compito educativo e migliorare come catechista.

Caterina trovò sempre nella figura di Santa Teresina del Bambin Gesù un modello da seguire. Forse per questo, quando si trovava a Leopoli per uno dei suoi corsi di formazione, conobbe la storia di padre Wladyslaw Marcin Faron, un vescovo molto controverso, per il quale decise di offrire la propria vita perché tornasse alla Chiesa cattolica.

Nel 1936 conseguì il diploma di maestra d’asilo, e due anni dopo professò i voti perpetui. Nel 1938, quella che ormai era diventata suor Celestina venne scelta come direttrice di un asilo nella località di Brzozów.

Si trovava lì quando la minaccia del nazismo iniziò ad aleggiare sull’Europa, arrivando presto alle porte di casa sua. L’invasione tedesca della Polonia turbò la pace in cui viveva suor Celestina, che si impegnò ad aiutare un orfanotrofio e le persone bisognose. Il suo operato suscitò i timori della Gestapo.

Il 19 febbraio 1942 venne arrestata, e passò per due prigioni diverse prima di essere trasferita al campo di concentramento di Auschwitz, dove giunse il 6 gennaio 1943. Il suo corpo venne marchiato con il numero 27989, e fu destinata ai lavori forzati.

Come tutti i prigionieri che non venivano mandati subito nelle camere a gas, suor Celestina subì vessazioni di ogni tipo, vivendo in condizioni disumane. Il suo corpo accusò presto la stanchezza e la mancanza di cibo.

Nonostante la situazione drammatica, la sua presenza divenne una consolazione per quanti condividevano con lei la tortura di vivere un’esperienza tanto terribile. Con delle molliche di pane improvvisò un Rosario con cui recitava preghiere che le davano la forza per trasmettere la pace in quel luogo atroce.

Il 9 aprile 1944 il suo corpo si spense. Tifo e maltrattamenti posero fine alla vita di suor Celestina Faron, ma non alla sua memoria, né al suo esempio. Quattro anni dopo la sua morte, nel 1948, Wladyslaw Marcin Faron, il vescovo per cui suor Celestina aveva offerto la sua vita e le sue preghiere, tornò al cattolicesimo.

Suor Celestina Faron è stata una delle donne incluse nella beatificazione dei 108 martiri polacchi durante l’occupazione nazista nella II Guerra Mondiale.

Nell’omelia pronunciata a Varsavia domenica 13 giugno 1999, Papa San Giovanni Paolo II ha affermato:

“Se oggi ci rallegriamo per la beatificazione di cento e otto martiri chierici e laici, lo facciamo anzitutto perché sono la testimonianza della vittoria di Cristo, il dono che restituisce la speranza. Mentre compiamo questo atto solenne, in un certo senso si ravviva in noi la certezza che, indipendentemente dalle circostanze, possiamo riportare la piena vittoria in ogni cosa, grazie a colui che ci ha amati. I beati martiri gridano ai nostri cuori: Credete che Dio è amore! Credetelo nel bene e nel male! Destate in voi la speranza! Che essa produca in voi il frutto della fedeltà a Dio in ogni prova!”

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