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A San Martino, sii medievale: dai in beneficienza i vestiti che non usi più!

San Martino di Tours

Abmg | CC BY-SA 3.0

Lucia Graziano - pubblicato il 10/11/22

Sono numerose le tradizioni popolari legate alla festa di san Martino: spillare il vino novello, traslocare come da proverbio, mangiare carne d’oca, consumare biscotti a forma di cavallo. Ma pochi conoscono una tradizione medievale, ormai dimenticata ma di grande significato: quella di dare in beneficenza i propri vestiti smessi. Come in effetti fece anche il santo!

Lo storico Alessandro Vanoli ha efficacemente fatto notare che “la magia dell’inverno”, che oggi ci è tanto cara, ha cominciato a essere apprezzata solo nel momento in cui la popolazione è stata messa in condizione di poterla ammirare al di là di una finestra ben chiusa e senza spifferi, in una casa confortevolmente riscaldata, con i piedi ben protetti da un paio di buone scarpe provviste di suola isolante.

Ma queste sono innovazioni recenti. Per buona parte della storia umana, l’inverno è stato una stagione veramente dura: si mangiava poco e male, si soffriva un freddo insopportabile, ci si ammalava costantemente e, purtroppo, si moriva con frequenza. Ed è probabilmente questa la ragione per cui le grandi ricorrenze di fine autunno (Ognissanti, san Martino, sant’Andrea…) erano vissute dalla popolazione con un pathos e una partecipazione del tutto particolari, che oggi fatichiamo a comprendere: in molti casi, queste feste di piazza erano l’ultima occasione per divertirsi in allegria e fare una scorpacciata in compagnia dei vicini. Di lì a poco, il rigido inverno sarebbe calato sul mondo, portando con sé i suoi doni sgraditi: dispense mezze vuote, freddo nelle ossa, corpi febbricitanti e colpi di tosse nella notte.

Fai come san Martino: regala vestiti ai bisognosi!

San Martino viene festeggiato l’11 novembre; e cioè, in quel periodo dell’anno in cui il freddo comincia davvero a farsi sentire.

L’episodio più celebre della vita del santo è certamente quello in cui Martino taglia in due il suo mantello per farne dono a un mendicante scosso dai brividi che incontra lungo la strada. In omaggio a questo episodio, la Chiesa medievale propose ai suoi fedeli una modalità specialissima con cui onorare la festa di san Martino: fra le altre cose, i parrocchiani furono invitati a ripetere personalmente quello stesso gesto di carità che aveva reso celebre il santo di Tours. Ovverosia, donare vestiti ai poveri!

I fedeli più benestanti, che ne avevano la possibilità economica, furono esortati a donare mantelli caldi ai bisognosi che senza dubbio si sarebbero presentati quel giorno alla loro porta, certi di non andarsene a mani vuote. Ma c’era anche chi profittava dell’occasione per rifarsi il guardaroba e dar via i vestiti vecchi non più in uso; e c’era anche chi preferiva comperare scampoli di stoffa da regalare ancora interi ai mendicanti, permettendo loro di utilizzarli nei modi che avrebbero ritenuto più opportuni.

A seconda delle possibilità, nessuno si sottraeva a questo piccolo atto di carità, che era suggestivo e divertente al tempo stesso: c’era una teatralità, se vogliamo, nell’onorare la festa di san Martino ripetendo materialmente quell’episodio che aveva reso popolare il milite di Tours. Entro l’anno Mille, la tradizione, probabilmente nata in Francia, s’era diffusa a macchia d’olio in tutta Europa: e davvero la carità di san Martino riviveva grazie ai fedeli che, ogni anno, ne imitavano le gesta.

I doni di San Martino: gli antesignani della tredicesima

Col passar dei secoli, la tradizione di fare l’elemosina ai bisognosi si estese anche a quelle fasce della popolazione che, di per sé, non avrebbero avuto necessità di ricevere gesti di beneficenza. Vale a dire: quella dell’11 novembre si trasformò in una giornata di festa che poco aveva da invidiare al Natale, con distribuzioni di doni su larga scala; entro il pieno Medioevo, era normale scegliere quel giorno per fare regali anche ai propri sottoposti, vassalli e dipendenti sul lavoro.

Si trattava – se vogliamo metterla in questi termini – della versione medievale della nostra tredicesima: ricevere in dono un mantello caldo all’inizio della stagione fredda permette indubbiamente di affrontare l’inverno con una certa serenità d’animo (nonché, ovviamente, di risparmiare i soldi che sarebbe stato necessario destinare all’acquisto).

Echi di questa tradizione si trovano in molte opere letterarie del periodo. Per esempio, il poeta tedesco Walther von de Volgeweide, che lavorava spesso per la diocesi di Passau, scrisse nel 1203 di aver ricevuto in dono dal vescovo Wolfger un bellissimo mantello di pelliccia che gli tenne caldo per tutto l’inverno. Meno fortunati i suoi colleghi Archipoeta e Ugo Primate, che nelle loro poesie satiriche lanciarono invettive ai rispettivi datori di lavoro: individui così avari da non far regali ai dipendenti neppure nel giorno di san Martino, quando persino i braccianti impiegati nei mestieri umili erano certi di poter contare su un piccolo regalo!

In effetti, se così stavano le cose, i poeti avevano le loro buone ragioni per lamentarsi, tenuto conto del fatto che, nel Medioevo, la tradizione di fare doni a san Martino era così diffusa da aver fatto breccia nell’immaginario collettivo. Nella Franconia, vive ancor oggi nel folklore il personaggio di Pelzmartin: un san Martino barbuto, rubicondo e sorridente che viene immaginato nell’atto di distribuire regali ai bambini, degno collega di quel san Nicola che passerà a poche settimane di distanza per concludere il lavoro.

Una tradizione perduta, da riscoprire

A partire dal XVIII secolo, purtroppo o per fortuna, questa tradizione scomparve in tutta Europa. A i regali della festa di san Martino (occasionali, e comunque necessariamente vincolati alla generosità del singolo benefattore), i dipendenti preferirono aumenti in busta paga e maggiori garanzie contrattuali, capaci di tutelarli per tutto l’anno. E venne meno anche la necessità di concentrare in specifici giorni dell’anno la distribuzione di elemosine a favore dei bisognosi, grazie alla crescente diffusione di enti assistenziali che provvedevano a dare sostegno ai bisognosi sette giorni su sette.

E così, l’Europa dimenticò in fretta questa tradizione: il che non fu necessariamente un male, beninteso. Ma anche il riscoprirla potrebbe non essere un male: e anzi, approfittare del cambio di stagione per mettere da parte qualche vestito da destinare ai poveri sarebbe gesto meritorio a dir poco.

In fin dei conti, anche quest’anno l’inverno sta arrivando; e, per le ragioni ben note, questo potrebbe essere per molti uno degli inverni più duri di cui sia abbia memoria; e se è vero che – come recita l’adagio – “la Storia è maestra di vita”, questo potrebbe davvero essere un buon momento in cui prendere qualche lezione dal passato.

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