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ESCLUSIVA: P. Lombardi ricorda l’incredibile figura di Giovanni Paolo II: “Non ho mai visto niente di simile in nessun altro”

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Giovanni Paolo II e Federico Lombardi

EAST NEWS/ALBUM; Filippo MONTEFORTE/AFP PHOTO/EAST NEWS

Anna Artymiak - pubblicato il 02/11/22

Entrava in chiesa, si immergeva nella preghiera e si aveva l'impressione che si fosse estraniato dalla realtà per entrare in relazione con Dio. Chiunque era concentrato sul viaggio e aveva fretta di proseguire. P. Dziwisz lo pungolava, ma lui non aveva mai fretta. Era concentrato sull'adorazione...

Padre Federico Lombardi, classe 1942, sacerdote, Gesuita, direttore della Sala Stampa della Santa Sede tra il 2006 e il 2016, festeggia i 50 anni di sacerdozio.

Un raid aereo, lo scoutismo e una famiglia cattolica

Anna Artymiak: Quali sono i suoi ricordi d’infanzia e di gioventù?

P. Federico Lombardi: Sono nato durante la guerra, nel 1942. Ero molto piccolo, e quindi non ricordo la guerra. La conosco dai racconti altrui. A dirla tutta, però, il mio primo ricordo è di un raid aereo. Avevo circa tre anni. Mia sorella maggiore mi teneva in braccio. Fuggendo, ci siamo rifugiati in un canale in cui c’era dell’acqua.

Sono cresciuto in un ambiente spontaneamente e naturalmente cristiano, nella mia parrocchia e poi, dopo la guerra, a Torino. Ero uno scout. Per me è stata un’esperienza molto importante, come anche il liceo. Dopo le elementari, ho frequentato una scuola gestita dai Gesuiti, e ha giocato un ruolo fondamentale nella mia formazione.

Com’era la sua famiglia?

Era una famiglia cattolica pia e praticante. Mio padre era ingegnere. Lavorava come ingegnere elettrico a Torino, anche se la mia famiglia era della provincia di Cuneo. Avevo tre sorelle più grandi, ero il quarto figlio. Avevo molti zii e zie. Eravamo una famiglia unita, e valorizzavamo la vita morale.

Devo ammettere di aver avuto una giovinezza molto pacifica in una famiglia che conduceva una vita normale ed è stata un ambiente naturale per la fede, anche una fede attiva. Sia mio padre che le mie sorelle erano coinvolte nella vita parrocchiale e negli scout.

Vocazione alla vita religiosa più che al sacerdozio

Quando ha scoperto la sua vocazione al sacerdozio?

Quando avevo circa 17 anni, verso la fine del liceo, il senso di essere chiamato a dedicare radicalmente la mia vita a Dio si è rafforzato ed è diventato più pronunciato. Oltre a tutte le cose belle che vedevo intorno a me e che abbracciavo, era una chiamata a un impegno di vita maggiore, più pieno. Una cosa che per me poteva anche implicare un costo: lasciare l’ambiente favorevole in cui vivevo pacificamente tra tanti amici e buoni familiari. Mi interessava studiare Scienze.

Avendo frequentato una scuola gesuita, per me è stato naturale e spontaneo unirmi ai gesuiti, ma se ho conosciuto anche i Salesiani, che gestivano il gruppo di scout a cui appartenevo.

Ho sentito una vocazione a un ordine religioso piuttosto che al sacerdozio. Non è che non volessi diventare sacerdote. Conoscevo molti splendidi presbiteri, ma devo dire che quello che implicava la mia vocazione era una chiamata a servire totalmente Dio e gli altri, e tuttavia era una chiamata forte e specifica alla vita di un religioso.

Aveva un modello specifico?

Per me i modelli della vita cristiana sono stati i miei genitori, che stimavo molto. Altri sono stati i cappellani degli scout, splendidi educatori. Oltre a questo, facevo regolarmente visita ai poveri con la scuola gesuita che frequentavo. Con gli scout ci prendevamo molta cura dei malati. Li accompagnavamo nei loro pellegrinaggi a Lourdes o Loreto spingendo le sedie a rotelle.

L’idea di mettere la propria forza e le proprie capacità al servizio degli altri è stata un’esperienza importante dal punto di vista sia del servizio e della vicinanza ai sofferenti che della preghiera nel contesto spirituale in cui si operava.

Ho studiato matematica. Avrei preferito la fisica.

Com’è stata la sua formazione?

Sono entrato nel noviziato dopo il diploma. I due anni del noviziato sono dedicati ad una formazione spirituale approfondita, non c’è studio. Ci sono poi tre anni di studi di Filosofia. Eravamo 100 studenti, una comunità interessante e internazionale. Ho incontrato colleghi provenienti da India, Sudamerica e Africa. Per me era un mondo nuovo, la mia prima esperienza in un contesto internazionale. Fino ad allora ero cresciuto esclusivamente tra Italiani. Oggi è diverso.

Dopo gli studi di Filosofia, ho seguito un corso di 4 anni di Matematica all’Università di Torino. Per i Gesuiti era piuttosto normale. Se i giovani entravano senza studi universitari precedenti, nel periodo tra Filosofia e Teologia studiavano materie che avrebbero potuto essere utili per l’insegnamento nelle scuole. Molti di noi in seguito hanno insegnato matematica, fisica, chimica o scienze umane nelle nostre scuole.

Ho mostrato una notevole attitudine nelle materie scientifiche, ecco perché sono stato mandato a studiare matematica. Se avessi dovuto scegliere, avrei preferito la fisica.

In seguito sono stato inviato in Germania, a Francoforte, per 4 anni di studi teologici. Era anche abbastanza normale che una delle fasi di formazione di un Gesuita si svolgesse all’estero, di modo che potesse conoscere non solo i Gesuiti della propria area linguistica o della propria regione, ma avere un quadro più ampio.

Questo periodo è stato molto importante per me. Oltre agli studi, insieme ad altri colleghi italiani ho svolto compiti di carattere apostolico tra gli emigranti italiani. Era una comunità molto grande. Sono stato incaricato di curare i miei compatrioti in uno dei distretti di Francoforte. Sono stato coinvolto in questo per quattro anni. Visitavo i giovani e le famiglie e preparavo la Messa. È stato un aspetto molto importante per me.

Direi che la mia formazione e la mia prima esperienza come sacerdote dopo l’ordinazione è stata collegata all’ambiente degli espatriati. Questo ha influenzato molto il mio sacerdozio, nel senso che sentivo molto il bisogno di parlare di modo che la gente potesse capirmi. Senza grandi teorie, ma in risposta ai bisogni delle persone che condividevano i loro problemi con me. Questo mi ha permesso di sperimentare gli studi teologici non come qualcosa di distaccato dalla realtà. Ho sempre sentito un forte legame con la vita di determinate persone e con i loro problemi.

Non ho chiesto di essere mandato a Roma

Siamo stati ordinati durante i nostri studi di Teologia, al terzo anno. C’è stato poi il quarto, in cui abbiamo completato la nostra formazione quando eravamo già diventati sacerdoti. In seguito dovevo insegnare logica, filosofia e scienze nel nostro istituto filosofico.

Durante quel periodo, però, il numero di studenti è diminuito molto, mentre alla redazione de La Civilità Cattolica avevano bisogno di un nuovo giovane autore. Quando ero in Germania, ho scritto due articoli sui migranti e i loro problemi. Gli editori li hanno apprezzati e mi hanno chiesto di venire a Roma. Non l’ho chiesto io.

È così che sono entrato nel mondo delle comunicazioni, una rivista dedicata alla cultura. Ho scritto articoli; il mio campo era società e scienza, problemi scientifici nel mondo di oggi. Ero vice-editore della rivista. Una parte significativa del mio lavoro era editoriale, ad esempio trovare articoli, leggerli, tradurli in altre lingue, comporli, rileggere tutto il componimento. Ero una sorta di tuttofare in redazione.

Avevamo un caporedattore, l’illustre p. Sorge SJ. Era un oratore superbo, impegnato nei problemi della Chiesa e della società dell’Italia dell’epoca. Teneva molte conferenze, e scriveva brillantemente sulla dottrina sociale cattolica. Io ero coinvolto soprattutto nella redazione della rivista. Lui gestiva la rivista, io mi occupavo del lato pratico.

Poi, 11 anni dopo, sono diventato provinciale dei gesuiti. La provincia era molto grande; ho viaggiato molto in tutta Italia e ho anche compiuto dei viaggi per visitare i missionari in Estremo Oriente, Madagascar e Brasile. Per me era importante anche conoscere un po’ la Chiesa nel mondo.

E poi è arrivato il Vaticano. Quando si è concluso il mio mandato di sei anni, sono stato assegnato a lavorare alla Radio Vaticana. Non ho mai scelto le posizioni che mi sono state affidate.

Non conoscevo l’arcivescovo Wojtyła

Qual è stata la sua esperienza dell’anno dei due conclavi, come lo descriveva Giovanni Paolo II?

Ero qui, a La Civiltà Cattolica. Abbiamo vissuto gli ultimi anni di Paolo VI in modo molto intenso. P. Sorge aveva contatti con il Vaticano, con il Papa. Eravamo coinvolti nel rapporto con il Vaticano e la vita della Chiesa in Italia e nel mondo. Ricordo la morte di Paolo VI e poi i due conclavi. La nostra rivista è trimestrale, quindi non seguiva gli eventi correnti come un settimanale o un quotidiano.

Ricordo molto bene quando è stato eletto Wojtyła. Penso che stessimo ascoltando la radio qui con p. Fantuzzi. Quella sera ho subito contattato i Gesuiti in Polonia per trovare un Gesuita polacco che potesse scriverci rapidamente un articolo presentando l’arcivescovo di Cracovia. Conoscevamo Wyszyński, ma avevamo meno familiarità con Wojtyła. Non lo conoscevo.

Sapevo che aveva guidato un ritiro per Paolo VI, ma non ne avevo una conoscenza approfondita. Sono stato indirizzato a p. Drążek, che aveva lavorato con Wojtyła come cappellano studentesco e lo conosceva molto bene. Ha scritto per noi un articolo in modo piuttosto rapido in francese, perché all’epoca non conosceva l’italiano. Ha presentato l’arcivescovo di Cracovia, spiegando un po’ la sua agenda pastorale. In seguito sono riuscito a conoscere più da vicino il Papa polacco.

Come ricorda Giovanni Paolo II?

Ci sono molti aspetti… Una delle cose che mi ha colpito e che colpiva allo stesso modo gli altri era la sua concentrazione nella preghiera davanti al Santissimo Sacramento, anche durante i suoi viaggi.

Entrava in chiesa, si immergeva nella preghiera e si aveva l’impressione che si fosse estraniato dalla realtà per entrare in relazione con Dio. Chiunque era concentrato sul viaggio e aveva fretta di proseguire. P. Dziwisz lo pungolava, ma lui non aveva mai fretta. Era concentrato sull’adorazione…

Giovanni Paolo II? Non ho mai visto niente di simile in nessun altro

Il secondo aspetto era la sua autorevolezza nei confronti delle folle che rappresentavano la Nazione. Sfidava le popolazioni dei Paesi del blocco orientale, cattoliche, a scoprire il proprio Paese, il proprio popolo, a contribuire alla costruzione della pace nella famiglia delle Nazioni. Ha saputo far emergere il patriottismo – non il nazionalismo, ma il desiderio di dare il contributo delle Nazioni grazie alla loro diversità.

Era questo il suo modo di rivolgersi all’intera Nazione, ricordando la storia, la cultura, la creazione, l’identità, dando un senso di dignità. Pur essendo distrutte dall’oppressione della tirannia, invitava le popolazioni a scoprire il proprio senso di dignità, i propri talenti, la ricchezza culturale e spirituale, per renderle parte della famiglia umana. Parlava in modo autorevole e lo faceva con facilità.

Aveva una grande autorità morale per far emergere la dignità delle persone che lo ascoltavano e orientarle verso il loro bene. Per me è stato straordinario. Non ho mai visto una cosa del genere in nessun altro. Una persona capace di parlare all’intera Nazione, e quindi di darle dignità. Era in grado di affrontare tutte le Nazioni, non solo la propria, che ovviamente conosceva.

Questi sono i ricordi che ha lasciato, ma ce ne sono molti altri. Ho sempre sottolineato che gli ultimi anni di sofferenza sono stati molto importanti. Il suo pontificato è stato estremamente intenso, e anche quando alla fine ci sono stati sofferenza e rallentamento non hanno intaccato nulla. A mio avviso, la malattia è stato un elemento molto importante di integrazione e comprensione del suo pontificato, mostrando l’entità della sofferenza, l’umiltà e la preghiera insieme alla forza, al successo, all’impegno.

È importante anche nel giudizio della sua santità come Papa. In questo è stato diverso da Papa Luciani, ora beato. Luciani è stato Papa per un mese. Non si può dire che sia stato santo per un mese come Papa. Lo è stato per decenni come vescovo. È un modello di vescovo umile.

Giovanni Paolo II è stato Papa per 27 anni. Era santo come Papa, per il modo in cui era Papa. A differenza di Benedetto XVI, non ha rinunciato al pontificato. Sono due personalità molto diverse, ed entrambi hanno fatto bene. Giovanni Paolo II, come mistico, è stato coinvolto nella sofferenza di Cristo, portando la Chiesa anche alla sofferenza. Benedetto XVI ha agito con cautela. Come Papa della fede e della comprensione, ha visto che sarebbe stato meglio per la Chiesa se si fosse allontanato.

50 anni di sacerdozio

Circa i suoi cinquant’anni di sacerdozio, cosa significa quest’ultimo per lei? Come ricorda la sua prima Messa?

Sono stato ordinato in una chiesa gesuita. In seguito ho celebrato le mie prime Messe nella mia città natale e nei dintorni in giorni consecutivi. La mia prima Messa è stata celebrata al santuario della Madonna, venerata da mia madre e da chiunque nella zona. Poi ho detto Messa in tutte le cappelle quando era possibile celebrare l’Eucaristia con gli anziani, con i bambini dell’asilo, con i disabili. È stata una settimana piena di entusiasmo spirituale e visite a ogni dimensione della misericordia e della vita comunitaria della mia città. È stato un periodo bellissimo e gioioso.

I giorni successivi alla mia ordinazione sono stati gli ultimi in cui tutta la famiglia è stata insieme; una delle mie sorelle è morta in un incidente automobilistico tre mesi dopo, quando ero già tornato in Germania.

Guardando indietro, 50 anni sono tanti. Non sono stato un pastore a tempo pieno nel modo in cui lo sono i pastori o i rettori di santuari, ma ho avuto molte opportunità di esercitare il ministero sacerdotale. Essere semplicemente sacerdote ti dà l’opportunità e la capacità di collocare diverse condizioni e persone davanti al Signore Gesù nella gioia, nella sofferenza, nei momenti chiave della loro decisione di costruire la propria vita sulla base di una relazione con Dio, nella prospettiva della fede, della speranza e dell’amore nei confronti degli altri. Si può trasformare la dimensione materiale, la realtà quotidiana dell’esperienza umana, in un’esperienza di relazione con Dio. Questo è estremamente bello.

Si riconosce il grande dono: il Signore può passare attraverso di noi per toccare le persone con cui camminiamo e che incontriamo nel nostro cammino. Attraverso di noi, Gesù dà vita e speranza a queste persone. Anche il sacerdozio vissuto da un religioso come me, che ha altri compiti, è un dono enorme. È sempre una via di benedizione, di santificazione, della grazia di Dio che viene. Siamo solo un canale attraverso il quale passano gli altri.

Questo articolo è stato pubblicato orginariamente nell’edizione polacca di Aleteia al link https://pl.aleteia.org/2022/10/22/ks-lombardi-przypomina-genialna-ceche-jana-pawla-ii-nie-widzialem-czegos-podobnego-u-nikogo-nasz-wywiad/

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