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Quando apparecchiavamo la tavola per dare il bentornato ai nostri morti

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Lucia Graziano - pubblicato il 31/10/22

Coco, il delizioso film d’animazione del 2017, ha reso celebre in tutto il mondo l’usanza messicana del Dia de los Muertos, durante la quale le famiglie ricordano i propri defunti lasciando loro, simbolicamente, piccole offerte cibo. Ma tradizioni simili esistevano anche in Italia.

Non è la più celebre delle poesie di Pascoli, e di certo non è fra quelle che normalmente vengono studiate a scuola. Eppure, i versi de La Tovaglia, che compare nei Canti di Castelvecchio (1903), sono probabilmente il miglior modo per introdurre questo articolo, dedicato all’antica usanza di imbandire a festa la propria tavola nella notte che va dal 1° al 2 novembre (o, più raramente, dal 31 ottobre al 1° novembre a seconda delle zone).

Secondo il folklore popolare, in quella notte così speciale che era la vigilia della loro “festa”, le anime dei defunti ottenevano da Dio il permesso di tornare sulla terra per visitare le case dei parenti, proprio come fa un nonno che abita lontano ma che non per questo ha smesso di interessarsi alle vicende dei suoi cari. Naturalmente, un ospite così speciale non può essere accolto a mani vuote: ecco che le tavole da pranzo venivano apparecchiate con mille prelibatezze, che simbolicamente “avrebbero dato il benvenuto” a queste care anime defunte.

Nella poesia di Pascoli, la tradizione contadina diventa lo strumento attraverso cui descrivere il passaggio dall’infanzia all’età adulta. Protagonista della lirica è una bimba che non comprende questa tradizione e anzi ne ha paura: prova ansia nell’immaginare questi fantasmi che prendono posto attorno alla tovaglia di lino bianco e se ne stanno lì, come presenze infestanti, fino alle prime luci dell’alba.

Entrano, ansimano muti.

Ognuno è tanto mai stanco!

E si fermano seduti

la notte intorno a quel bianco.

Stanno lì sino al domani,

col capo tra le due mani,

senza che nulla si senta,

sotto la lampada spenta. –

Ma questo era il pensiero di una fanciullina che non aveva ancora conosciuto il dolore e il lutto. A distanza di qualche decennio,

È già grande la bambina:

la casa regge, e lavora:

fa il bucato e la cucina,

fa tutto al modo d’allora.

Pensa a tutto, ma non pensa

a sparecchiare la mensa.

Lascia che vengano i morti,

i buoni, i poveri morti.

Quelli che un tempo erano impersonali spiriti infestanti, adesso hanno il volto di quelle persone che la donna ha amato, e poi vegliato con dolcezza mentre loro s’addormentavano nell’eterno riposo. E la bimba ormai cresciuta prova grande consolazione nell’immaginare i suoi morti seduti ancora una volta attorno alla tavola di casa:

Oh! la notte nera nera,

di vento, d’acqua, di neve,

lascia ch’entrino da sera,

col loro anelito lieve;

che alla mensa torno torno

riposino fino a giorno,

cercando fatti lontani

col capo tra le due mani.

Il significato di una tradizione antica

Ma, nel comporre questi versi, Pascoli stava facendo riferimento a una consuetudine reale, frequentemente attestata e ben diffusa. E anzi: dobbiamo immaginare che la tradizione fosse universalmente nota ai tempi in cui venivano dati alle stampe i Canti di Castelvecchio, tenuto conto del fatto che né il poeta né il suo editore sentirono il bisogno di inserire una nota introduttiva per contestualizzare quel bizzarro viavai di anime.

Ma da dove nasce questa tradizione? Gli antropologi Eraldo Baldini e Giuseppe Bellosi fanno notare che gli omaggi di cibo ai defunti costituiscono una delle ritualità più arcaiche e diffuse, attestate in quasi tutte le culture precristiane. Molti popoli ritenevano anticamente che i morti, sepolti nella nuda terra proprio come un seme che è destinato a germogliare, fossero «in attesa di un ricominciamento, di un ritorno alla vita», perlopiù inteso nei termini di «un continuum genealogico» attraverso cui i defunti, per così dire, “seguitavano a vivere” per tramite dei loro discendenti. Era dunque importante che i vivi onorassero la memoria dei loro antenati, per preservarne il ricordo attraverso le generazioni: a tal fine, era frequentissima la consuetudine di offrire ai propri defunti piccoli doni simbolici, attraverso ritualità che variavano da zona a zona ma che quasi sempre si svolgevano tra la fine dell’autunno e i primi mesi dell’inverno. Significativamente, in concomitanza di quei periodi in cui «la terra era esternamente spoglia di frutti e vegetazione, ma accoglieva nel proprio grembo i semi e la promessa dei raccolti futuri e del rinverdirsi dei pascoli».

In questo caso, i due antropologi si riferiscono a tradizioni arcaiche. Ma, a tempo debito, gli evangelizzatori non ebbero difficoltà alcuna nel cristianizzare quelle usanze, che quasi sembravano starsene lì proprio nell’attesa di una Buona Novella che promettesse la resurrezione della carne e la vita nel mondo che verrà.

Immediatamente rilette alla luce del Vangelo, queste usanze riuscirono, nella loro semplicità ingenua, a ricordare concetti teologici anche complessi. Per esempio, il fatto che la comunione tra i vivi e i morti non si spezza e che anzi è importante avere a cuore il destino dei defunti, perché molte cose possono essere fatte sulla terra per coloro che si trovano in Purgatorio (…per quanto, una tavola apparecchiata a festa abbia evidentemente un valore simbolico, che non sostituisce la necessità di pregare e che anzi ne era il monito tangibile).

Nel Medioevo, usanze di questo tipo sono attestate in tutto l’Occidente.

Sparirono rapidamente nei paesi a maggioranza protestante, laddove la Riforma negò l’esistenza del Purgatorio; sopravvissero più a lungo nei paesi di tradizione cattolica, come l’Italia. Evidentemente ben note nella Toscana di Pascoli, erano molto particolarmente sentite nelle regioni del Meridione: lì, fino a pochi anni fa, i bambini attendevano con ansia la notte del 1° novembre perché sapevano che i loro nonni andati in cielo sarebbero tornati nottetempo per lasciare ai nipotini un piccolo regalo, in pieno stile Babbo Natale.

E, se è concessa all’autrice una piccola nota personale: nel Piemonte in cui vivo, non si può certo dire che la tradizione sia ancora vitale. Ma mio padre, nato nel 1947, la conobbe da bambino nelle campagne monferrine e la fece sua, continuando a portala avanti per tutta l’età adulta. Da che ne ho memoria, nella notte tra il 1° e il 2 novembre, la tavola di casa viene apparecchiata con una ciotola di castagne e con una bottiglia di vino rosso: un piccolo omaggio simbolico “per i nonni morti”, che io stessa ho fatto mio e continuo a riproporre ancora.

Una storia che sembra quasi Coco

“Sembra quasi il Dia de los Muertos della tradizione messicana!” esclamano solitamente i miei amici quando parlo loro di questa usanza. E, ovviamente, hanno ragione: i piccoli altarini domestici che i Messicani preparano nelle loro case nel periodo di Ognissanti, esponendo le fotografie dei parenti defunti e facendo loro piccole offerte di cibo (poi lasciate anche sulle tombe, nel corso della consueta visita al cimitero) sono solamente una delle tante variazioni sul tema assunte da questa bella tradizione.

Nel XVI secolo, i missionari francescani sbarcati nell’odierno Messico scoprirono con stupore che anche le popolazioni Nahua avevano usanze molto simili a quelle che erano diffuse in Europa: in occasione della festa di Tepeilhuital, i nativi ricordavano i defunti della famiglia dando loro piccole offerte di cibo. Scontato dire che anche questa usanza fu rapidamente cristianizzata, e anzi fu di grande aiuto ai missionari nel momento in cui essi si trovarono a parlare di Purgatorio e di resurrezione finale dei morti.

Oggi diventato elemento identitario della popolazione messicana, il Dia de los Muertos continua a essere celebrato con passione e orgoglio; qualche anno fa, è stato reso celebre in tutto il mondo dallo splendido film Coco (davvero una visione consigliatissima, in questo periodo dell’anno!).

Nel film d’animazione, i defunti affrontano con grande orrore la prospettiva di essere dimenticati dai vivi (e infatti, traggono conforto dalle celebrazioni del Dia de los Muertos, che contribuiscono a tenerne viva la memoria di generazione in generazione). E se questo è lo spunto narrativo attraverso cui si sviluppa una fantasiosa e godibilissima sceneggiatura, io ne approfitterò per una digressione personale raccontando la storia del mio prozio Antonio.

La storia è la seguente: “Antonio morì nel 1926 a otto mesi di vita”. Fine della storia.

Questa è sostanzialmente l’unica cosa che la mia famiglia sia in grado di dire su di lui. Sua sorella, cioè mia nonna, era troppo piccola per ricordare molto altro; e i miei bisnonni non parlavano spesso di quel figlioletto morto, il cui ricordo riapriva probabilmente ferite dolorose.

Insomma: Antonio è un oscuro parente di cui non esiste neanche una foto, morto quasi cent’anni fa a otto mesi di vita, nebulosamente ricordato da un’unica sorella superstite, che in ogni caso è morta a sua volta ormai da tempo. Non esattamente quel tipo di persona la cui memoria sopravvive attraverso le generazioni.

Eppure, la mia famiglia si occupa attivamente del prozio Antonio ogni volta che si dedica alla tradizione di apparecchiare la tavola per i suoi morti. Secondo l’usanza piemontese, il tradizionale omaggio per i defunti consiste in castagne e vino rosso… che ovviamente non è cibo adatto per un bimbo di otto mesi! E così, col sorriso sulle labbra, noi aggiungiamo alla nostra tavola anche un bicchiere di latte: apposta per il piccoletto.

Va da sé: è un simbolo; nulla più. Ed è scontato dire che le anime defunte non traggono il minimo beneficio da una tavola imbandita, e abbisognano invece di Messe e di preghiere (ci mancherebbe). Ma i simboli, ovviamente, sono fatti per i vivi.

E se questa tradizione contadina ha avuto il potere di alimentare la pietà cristiana a vantaggio di un oscuro morto che nessuno di noi ha mai conosciuto e che però viene ricordato ogni anno con un affetto tutto speciale: allora, vien da dire che le antiche usanze del passato erano molto meno sciocche di quanto potremmo immaginare. Agli occhi scettici di noi moderni, potrebbero sembrare nulla più che una banale superstizione; ma avevano in realtà un valore che non sfugge a chi, oggi come ieri, ha avuto modo di viverle nel modo in cui erano originariamente intese.

Bibliografia per approfondire

Candi Cann, Dying to Eat. Cross-cultural Perspectives on Food, Death and theAfterlife (The University Press of Kentucky, 2018)

Nicholas Rogers, Halloween. From Pagan Ritual to Party Night (Oxford University Press, 2002)

Eraldo Baldini e Giuseppe Bellosi, Tenebroso Natale. Il lato oscuro della grande festa (Laterza, 2012)

Sawn Haley e Curt Fukuda, Day of the Dead (Berghahn Books, 2004)

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