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Gola & Lussuria, “il vestibolo dell’inferno”. Ma si possono vincere

Funny couple fighting

fizkes - Shutterstock

Giovanni Marcotullio - pubblicato il 26/10/22

Nell’Antirrhetikon, Evagrio Pontico espone gli “otto pensieri cattivi” che assediano l’anima e indica alcuni rimedî per non perdersi. I primi due riguardano i vizî dell’appetito concupiscibile.

«Ma che è ’sto posto? Er vestibbolo de l’inferno?
Gola! Lussuria! Oh! E cercâmo de sta’ ’m po’ ’n grazia de Ddio! 

Mons. Colombo (Nino Manfredi), In nome del Papa-Re (Luigi Magni, 1977) 

Ieri sera in metropolitana sono capitato accanto a una ragazza decisamente pienotta e dai bei lineamenti: era vestita di nero (ma non era una dark) e mandava giù ampie cucchiaiate di un gelato da fast food tempestato di mini-marshmallow. «Ragazza mia – le dissi tra me e me – stai fresca a vestirti di nero (perché “sfina”), se poi t’ingozzi di certa roba… e a quest’ora della sera, per di più!». 

Ovviamente non le ho detto nulla (perché ovviamente non la conoscevo, ma anche se l’avessi conosciuta… ha tenuto tutto il tempo gli occhi incollati allo schermo dello smartphone), però mi sono ricordato di alcune pagine di Evagrio Pontico, una delle radici più antiche e sante dell’ascetica cristiana d’Oriente e d’Occidente (soprattutto via Giovanni Cassiano): in uno dei suoi opuscoli conservati per secoli sotto il nome di san Nilo, l’Antirrhetikos (che sembra il nome di una medicina – e difatti lo è! –: serve a combattere i pensieri cattivi), Evagrio espone la scala di quei “discorsi interiori” che danneggiano la vita morale e spirituale delle persone – quelli che nell’Occidente latino abbiamo chiamato “vizî”. 

La prima differenza che salta agli occhi, però, tra i “pensieri cattivi” di Evagrio (e di tutta una sterminata tradizione ascetico-monastica) e i meno esoterici “vizî capitali”, è il numero: questi costituiscono un classico settenario, mentre quelli sono otto. Non vale la pena cercare di tagliare corto chiedendosi “e qual è quello aggiunto?”, perché non ce n’è “uno in più”: sono descrizioni proprio diverse del panorama interiore. 

Ad esempio, Evagrio presenta prima la gola e poi la lussuria, mentre Dante ha eternato per noi l’immagine del vortice infernale (contrappasso per l’obnubilamento della ragione che viene travolta da una volontà irragionevole) in cui incontriamo Paolo e Francesca, e solo dopo facciamo la triste conoscenza del melmoso Ciacco. Verrebbe da dire che Evagrio si metta dalla parte di mons. Colombo, del film di Magni, ma questo è solo un caso della sceneggiatura: la differenza è che Dante, seguendo Tommaso, offre una gerarchia della gravità dei vizî, dal momento che intende offrire una descrizione dei loro castighi eterni; Evagrio invece provvede a una genetica di questi pensieri cattivi, ci spiega cioè come essi si generino, ricevendo forza l’uno dall’altro, perché quel che vuole offrire (ed è cosa non meno utile) è piuttosto una via di fuga da quei vizî (e dai castighi eterni che essi costruiscono per chi è loro schiavo). 

Gola

E difatti il grande Padre del monachesimo apre l’opuscolo scrivendo: 

L’origine del frutto è il fiore, e l’origine della vita attiva è la temperanza: chi domina il proprio stomaco fa diminuire le passioni; al contrario, chi è soggiogato dai cibi accresce i piaceri. 

Due righi, un doppio chiasmo, ed Evagrio ha già dato il La della sua lezione: se vuoi vivere veramente (che bello che si chiami “vita attiva” la spiritualità cristiana!) la devi anzitutto smettere «di mangiare come un cassonetto» (questo non è Evagrio, ma uno dei suoi discepoli più vicini a noi nel tempo – don Fabio Rosini). 

Come Amalec è l’origine dei popoli, così la gola lo è delle passioni. 

Secco e irreplicabile: Stàcce – chioserebbe sempre don Fabio Rosini. C’è un’indulgenza diffusa e autoassolutoria, soprattutto nelle nostre società del benessere, verso la gola: non esistono varianti di “che simpatico golosone!” per la lussuria, l’avarizia, l’ira… Chi direbbe mai “che simpatico iracondo!”? Eppure la gola, che passa per la bocca, è veramente la porta dei vizî: 

Molta legna anima una grande fiamma e un’abbondanza di cibarie nutre la cupidigia. La fiamma si estingue quando viene meno la legna e la penuria di cibo spegne la cupidigia. 

Ecco perché Cristo non cede alla tentazione di darsi da mangiare (e il diavolo gli aveva proposto di trasformare le pietre in pane, mica in maritozzi con la panna!): pur avendo di per sé Gesù una natura umana immacolata, egli affrontava le nostre passioni e doveva vincerle per noi – per aprirci la via all’estinzione della cupidigia. Prima cosa da fare. 

È difficile non pensare a quanti fra noi, pur essendo cristiani (e magari consacrati, preti… vescovi!), s’illudono di poter dominare i vizî lasciandosi un “cantuccio libertino” in fatto di gola. Come pensare di poter tenere la casa calda lasciando spalancata la porta. Pura illusione. Ed Evagrio – che si rivolge prevalentemente a dei monaci – aggiunge una frecciata micidiale che ancora oggi colpisce al cuore le nostre dinamiche ecclesiali (dalle parrocchie in su): 

L’anima del goloso enumera i ricordi dei martiri, mentre quella del temperante imita il loro esempio. 

Ahia… ci vuole poco, pare, a fare una bella omelia, una bella catechesi, una bella conferenza su “l’arte della preghiera”, “l’arte del discernimento”, “l’arte della vita interiore”: basta un minimo di intelligenza, di capacità linguistica, di interesse (tutte cose date dalla Grazia di Dio, evidentemente!). La gola tiene occupata la mascella ma non impedisce di parlare. Però di vivere sì, cioè di conformare realmente la vita – di modo che sia “attiva”! – a quelle dottrine, sì. 

A monte di tutti i vizî, la gola va stroncata senza inopportune ed anzi esiziali pietà: 

La fiamma che illanguidisce si riaccende se viene aggiunta della legna secca e il piacere che si va attenuando rivive nella sazietà dei cibi; non compiangere il corpo che si lagna per lo sfinimento e non rimpinzarlo con pranzi sontuosi: se infatti lo rinforzerai ti si rivolterà contro muovendoti una guerra senza tregua, finché renderà schiava la tua anima e ti menerà servo della lussuria. 

È vero che Evagrio è di lignaggio platonico, soprattutto per via origeniana, ma qui sta un grande malinteso: non è che il dualismo platonico consista sic et simpliciter nel disprezzo del corpo – quelli sono gnostici e marcioniti! –… la spiritualità platonica invece riconosce precisamente che esistono dei nessi esatti tra corpo e anima. Altrimenti sarebbe del tutto ininfluente digiunare anziché crapulare. 

Lussuria

Già da Platone, e ancora di più in seguito con lo stoicismo, si riteneva che l’anima, o meglio alcune sue “parti”, avessero delle “collocazioni somatiche” particolari: ecco, quello che Platone chiamava “appetito concupiscibile dell’anima” si localizza normalmente all’altezza delle viscere – diciamo all’interno di una circonferenza il cui centro si individua nell’ombelico e il cui raggio è di una quindicina di centimetri… Di che si parla? Dell’apparato digestivo e di quello riproduttivo, evidentemente, rispettivamente esposti ai “cattivi pensieri” (cioè ai vizî) della gola e della lussuria. 

Di fatto una delle ragioni per cui Evagrio, al seguito di altri, individua una priorità della gola sulla lussuria sta nel fatto che il cavo orale, il quale serve in via primordiale alla manducazione, è pure il canale della fonazione e quindi dell’emissione della parola (espressione principale e peculiare dell’anima umana): insomma l’“alto ventre” si ritrova esposto prima, perché più direttamente, del “basso ventre” ai “cattivi pensieri”; e inoltre dalla corruzione degli atti umani relativi all’“alto ventre” (cioè dal vizio della gola) viene fomentata quella degli atti umana relativi al “basso ventre” (cioè al vizio della lussuria). 

Ciascuno è libero, evidentemente, di prendere quel che vuole (o anche tutto, o perfino nulla) da questa antropologia filosofica… fatto sta che non di rado i messaggi erotizzanti che innervano la nostra società trovano nella bocca (e nello stesso cibo) alcuni tra i loro vettori principali – ed è altresì vero  il reciproco, ossia che le pubblicità di cibi o di ristoranti coniugano spesso il loro messaggio col sex appeal. Anche se “meno spesso”, si può notare: e forse questo torna a dar ragione ad Evagrio, ammettendo cioè che la gola nutre la lussuria prima e più di quanto questa nutra quella. 

E che ha da dire Evagrio, quanto alla lussuria? Possiamo anzitutto spigolare una frase sorprendente: 

Chi intende difendersi da queste frecce sta lontano dalle affollate riunioni pubbliche e non gironzola a bocca aperta nei giorni di festa. È infatti assai meglio starsene a casa passando il tempo a pregare piuttosto che compiere l’opera del nemico credendo di onorare le feste. 

L’accenno finale a “onorare le feste” rende chiaro che Evagrio non pensa ad adunanze comuni, né alle assemblee pagane che nel IV secolo erano ancora diffusissime… bensì alle celebrazioni dei cristiani! Torna in mente la celebre scena di Non ci resta che piangere quando i provocatori vanno in chiesa apposta a “guardare fisso le donne” mentre predica Savonarola. 

Anche Petrarca trovò parole efficaci per descrivere questo paradosso, visto che il colpo di fulmine per Laura – passatogli proprio da un’occhiata della bionda – gli venne durante una celebrazione liturgica, e non una qualunque bensì una Celebrazione del Venerdì Santo! E il poeta annota:

Tempo non mi parea da far riparo
contra colpi d’Amor: però [perciò] m’andai
secur, senza sospetto [come Paolo e Francesca…]; onde i miei guai
nel commune dolor s’incominciaro». 

Francesco Petrarca, Era il giorno che al sol si scoloraro, ne Il Canzoniere

Ebbene sì, a messa si può peccare di lussuria – e gravemente, perfino –, soprattutto se non si è sviluppato l’habitus di controllare gli appetiti concupiscibili mediante un’alimentazione disciplinata. 

Colui che si riempie il ventre e fa professione di temperanza è simile a chi afferma di frenare la forza del fuoco nella paglia. Come infatti è impossibile contrastare il mutevole guizzare del fuoco nella paglia, così è impossibile colmare nella sazietà l’impeto infiammato dell’intemperanza. Una colonna poggia sulla base, e la passione della lussuria ha le fondamenta nella sazietà. 

Se queste spigolature vi incuriosiscono e vi viene voglia di andare a leggere l’Antirrhetikos nella sua interezza potreste essere colpiti da affermazioni piuttosto dure, quali: «Vedere una femmina è come un dardo velenoso: ferisce l’anima». Troverete dozzine di commentatori pronti a cantavi la stonata canzoncina della “misoginia dei Padri”, ma la verità è piuttosto in tre punti: 

  1. Evagrio è un uomo e conosce direttamente (e quasi esclusivamente) la sessualità maschile, perlomeno quanto alle modalità in cui essa viene tentata; 
  2. Evagrio si rivolge prevalentemente a dei monaci (uomini anch’essi); 
  3. Evagrio sembra ben consapevole del fatto che la sessualità maschile viene veicolata soprattutto dallo sguardo. 

Al contrario, quella femminile sembrerebbe condizionata soprattutto da un istinto manipolatorio del quale, tra le righe, Evagrio non manca di restituire qualche efficace tratto: 

Infatti all’inizio hanno [le donne, chiaramente] o simulano una certa cautela, ma in seguito osano di tutto spudoratamente: al primo abboccamento tengono gli occhi bassi, pigolano dolcemente, piangono commosse; l’atteggiamento è grave, sospirano con amarezza, pongono domande sulla castità e ascoltano attentamente; le vedi una seconda volta e alzano un poco il capo; la terza volta si avvicinano senza troppo pudore; hai sorriso e quelle si sono messe a ridere sguaiatamente; in seguito si fanno belle e ti si mostrano con ostentazione, cambia il loro sguardo annunciando che ardono; sollevano le sopracciglia e ruotano gli occhi, denudano il collo e abbandonano l’intero corpo al languore; pronunciano frasi ammollite nella passione e sfoderano una voce fascinosa ad udirsi finché non espugnano completamente l’anima. 

Non si tratta di fare l’apologia di un genere contro l’altro, se non si vuole perdere (e far perdere) del tempo, ma di riconoscere come le anime degli uomini e delle donne, pur essendo inclini ai medesimi vizî, vi sono disposte in modi decisamente particolari. La donna che si sente poco esposta alla pornografia, ad esempio, non deve perciò credersi particolarmente virtuosa; allo stesso modo l’uomo che non si scopre intento a manipolare psicologicamente la propria donna non deve perciò illudersi di saperla amare e rispettare – è piuttosto che in ciascun genere la lussuria entra per fessure particolari. 

Per gli uni e per le altre, però, vale l’avvertimento: sia la debolezza dello sguardo sia l’inclinazione a manipolare vengono rafforzate dallo scarso o nullo dominio sull’alimentazione. Dunque è quella la leva da cui si può intervenire per riprendere il controllo anche della propria affettività. 

E che ne è delle altre “parti dell’anima”, coi loro “cattivi pensieri” – i restanti “sei vizî”? Ne parleremo presto… 

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