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Ucraina: “Anche i non credenti chiedono rosari”. Parla un vescovo in mezzo alla guerra

posługa bp. Jana Sobiło w czasie wojny na Ukrainie

fot. archiwum bp. Jana Sobiło

Beata Zajączkowska - pubblicato il 25/10/22

Un ufficiale mi ha detto una volta che nelle trincee non esistono più non credenti...

Il vescovo Jan Soblova lavora in Ucraina da più di 30 anni. È vescovo ausiliare della diocesi di Kharkiv-Zaporizhzhia, dove hanno luogo i combattimenti più feroci e si trovano i territori occupati dalla Russia. Dall’inizio della guerra nel 2014 non ha lasciato Zaporizhzhia, portando aiuto spirituale e materiale ai bisognosi. È spesso tra i soldati nelle trincee, e insieme al vescovo protestante porta personalmente aiuti alimentari nelle zone più pericolose.

Da vari giorni Zaporizhzhia è durante attaccata. Qual è la situazione in città?

Le ultime notti sono state tragiche. Il rumore dei razzi che esplodono nell’oscurità è terrificante. I Russi attaccano e si vendicano della distruzione del ponte per la Crimea. C’è anche un nuovo capo dell’esercito russo incaricato dell’invasione dell’Ucraina, ed è un uomo senza pietà.

Penso che le cose peggioreranno. Si sta preparando una nuova ondata di partenze. Molte persone sono venute da me dopo la Messa domenicale e volevano congedarsi perché stavano per fuggire. I Russi stanno attaccando deliberatamente serie di abitazioni. Vogliono intimidirci.

Nelle vicinanze dei punti in cui sono caduti gli ultimi razzi non c’erano installazioni militari né uffici. Questa è una città-dormitorio. I Russi, impauriti, vogliono forzare la gente a esercitare pressioni sulle autorità perché non difendano la città, ma questo non sarà di aiuto, perché i nostri soldati sono fortemente determinati a liberare tutta la zona.

Purtroppo dobbiamo pagare un prezzo molto elevato, e quello più alto è stato pagato da coloro che sono già morti, ma anche da quelli che hanno perso braccia o gambe al fronte. È un prezzo enorme, ma questa guerra dev’essere vinta, altrimenti la Russia ricatterà e distruggerà non solo la Russia, ma tutto il mondo civilizzato.

Le persone stanno fuggendo. Anche lei, vescovo, pensa di farlo?

A meno che tutti i parrocchiani partano non ci penso. Se non rimarrà nessuno, me ne andrò anch’io. Così dicono gli altri sacerdoti e religiosi.

Domenica scorsa, il primate ha celebrato la Messa nel nostro santuario di Dio Padre Misericordioso. C’è stata anche un’ordinazione sacerdotale a Zaporizhzhia. Il fatto che Dio ci dia un sacerdote è un segno di speranza in questo tempo di guerra. Padre Igor Syciof è originario di Mariupol, la città simbolo del martirio del popolo ucraino.

Quando è iniziata la guerra nel 2014, ha impacchettato i suoi averi, ha lasciato il seminario ed è andato a combattere al fronte. Vi è rimasto per tre anni, poi è tornato per completare la sua formazione.

I suoi genitori, riusciti a uscire a fatica dalle aree occupate dalla Russia, sono venuti all’ordinazione. La situazione è terribile, ma dobbiamo ringraziare Dio per questo.

posługa bp. Jana Sobiło w czasie wojny na Ukrainie

Gli aiuti umanitari continuano ad arrivarle?

Riceviamo ancora aiuti. Ci sono anche medicine da consegnare. In questo modo, gli ospedali in cui i soldati ricevono i primi soccorsi dopo essere stati trasferiti dal fronte trovano tutto quello di cui hanno bisogno. C’è anche qualcosa da mangiare e qualcosa da condividere con chi riesce a fuggire dalle zone occupate.

Portiamo anche il cibo al fonte, e nonostante il pericolo continuiamo a offrire questo aiuto. Visto che i Russi stanno prendendo di mira infrastrutture civili, volendo privarci di acqua, elettricità e gas, ci stiamo preparando a un inverno difficile. Stiamo installando nelle case piccole stufe a carbone e a legna, e i tubi vengono portati fuori dalla finestra.

Stiamo portando generatori di elettricità e scavando un pozzo profondo tra la nostra chiesa e la curia. Speriamo di riuscire a farlo in tempo. Sempre più persone vengono da noi cercando del pane. Cerchiamo di garantire prodotti a lungo termine, perché possano usarli per cucinare la zuppa e cuocere il pane. Dividiamo perché nessuno abbia fame.

Parte della diocesi di Kharkiv-Zaporizhzhia è sotto occupazione dal 2014. In che modo la guerra ha modificato il ministero pastorale in queste zone?

Molti luoghi non possono essere raggiunti da un sacerdote, e la gente cura da sé la propria vita spirituale. Siamo in contatto con loro per telefono il più possibile. Prima del 24 febbraio era almeno chiaro dov’era la prima linea, dove potevamo andare. Ora è difficile prevedere qualsiasi cosa. Puoi essere sotto tiro ovunque. Stanno distruggendo case, scuole, ospedali. C’è poi la vicina centrale nucleare, con la conseguente minaccia nucleare.

Sento che la guerra sta diventando sempre più crudele e che le persone da sole possono fare poco. Solo la misericordia di Dio può aiutare. La situazione impone cosa fare. Abbiamo due Messe in programma, e il resto viene fatto spontaneamente. Andiamo dove ci sono delle necessità: in prima linea, a casa di qualcuno, prendiamo le persone, visitiamo gli ospedali, parliamo, prepariamo i sacramenti. Siamo disponibili per una certa persona.

In questo periodo molti si sono riaccostati ai sacramenti, spesso sono persone battezzate ma che non erano praticanti. Ci sono anche coppie che si chiedevano da tempo se sposarsi o meno e ora dicono che vogliono l’unione sacramentale. Lo stesso accade con la Confessione.

ukraiński żołnierz z różańcem przymocowanym do broni

Si reca spesso al fronte, parla con i soldati?

La cosa più difficile è sentire i loro desideri, che vorrebbero vedere mogli, figli, madri… Si vede che sono uomini che non hanno paura, portano armi pesanti, ma quando pensano alla famiglia vengono loro le lacrime agli occhi. Questo loro desiderio di vedere i propri cari mi tocca personalmente e mi fa pregare per loro, perché Dio permetta loro di vivere questo periodo al fronte con ancor più fervore.

Allo stesso tempo, però, quando si ascoltano le loro storie si nutre speranza. Più di una volta ho sentito parlare di situazioni in cui non avevano alcuna speranza di salvarsi, e inaspettatamente lo scenario è cambiato e si sono salvati. Sono loro che mi mostrano che Dio non si incarica solo di galassie e grandi cose, ma pensa anche al singolo soldato seduto in trincea con il compito di non far passare gli invasori che stanno cercando di infiltrarsi nel nostro territorio.

Ricordo i soldati che hanno trovato un gattino nel campo, lo hanno portato nelle trincee e se ne sono presi cura, perché, dicevano, ricordava loro che è così che Dio si prende cura della loro vita.

Ci sono video online di soldati con l’armatura completa e un rosario al collo, odi cappellani che fanno il segno della croce sulla fronte prima di entrare in battaglia…

L’evangelizzazione dell’Ucraina sta avvenendo più nelle trincee che altrove. I soldati in prima linea non pensano a cose banali, hanno domande fondamentali sul senso della vita. Se non c’è Dio, allora la vita non ha senso, e se c’è un senso per combattere e persino per morire, è perché c’è un Dio e io vivrò per sempre, e sarà anche meglio per coloro che difendo.

Un ufficiale una volta mi ha detto che nelle trincee non c’erano più non credenti. Se è così, sotto il flagello dei proiettili sperimentano una grazia speciale, e Dio dà loro miracolosamente la comprensione del fatto che tutto ha senso perché Egli esiste e ci ha redenti. Qui accadono cose miracolose. Ho visto dei soldati radunarsi nelle trincee per leggere insieme le Scritture. È sorprendente come le parole del Vangelo risuonino in una situazione di questo tipo, momenti in cui le armi vengono messe a tacere per mantenere vivo lo spirito cristiano nei nostri difensori.

posługa bp. Jana Sobiło w czasie wojny na Ukrainie

Una suora in viaggio per il fronte mi ha detto che la gente ora vuole più Dio che pane…

Anche i non credenti chiedono rosari. I cappellani insegnano come recitare il Padre Nostro e l’Ave Maria. Gli interessati chiedono che venga dato loro uno schema di ciò che devono pregare in ogni mistero, e questo viene spesso insegnato dalle suore che visitano le trincee. Lo apprezzano molto, ed è un bisogno del loro cuore.

Penso che Dio, anche con il gesto di mettere loro il rosario al collo, li sta già benedicendo. È interessante notare che non mettono mai il rosario in tasca perché dicono di essere sporchi. Lo appendono al collo per tenere la croce vicino al cuore.

Nelle trincee non ci sono immagini sacre, devono avere un posto speciale. Questo rispetto per il sacro è già una forma di preghiera. Prima della battaglia ha luogo la cosiddetta unzione con olio consacrato, perché lo Spirito Santo ispiri cosa fare e come agire, e anche perché l’incoraggiamento e la speranza siano nel cuore perché la paura non se ne impadronisca. Il cappellano fa il segno della croce sulla fronte, come rafforzamento per il momento della battaglia, per quando saranno in prima linea.

Cosa vorrebbe chiedere ai lettori di Aleteia?

Di pregare per noi e di ricordarci. Perché se io soffro e qualcuno si ricorda di me, per me è molto più facile. È importante essere presenti per coloro che soffrono dove c’è la guerra.

Sappiamo che qualcuno ci difenderà, che il mondo non permetterà che veniamo spazzati via dalla Terra, che anche se moriremo ricorderanno che abbiamo lottato per la libertà non solo nostra, ma anche dell’Europa e del mondo. È per questo che questa solidarietà e questo ricordo sono tanto importanti per noi, forse perfino più importanti del pane, perché fanno sì che, anche se dobbiamo morire, questa morte non sia priva di senso, perché qualcuno si ricorderà che qui diamo la nostra vita per opporci al male.

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