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Teresa di Lisieux ci mostra la “corsa da giganti” che è la fede

Saint Therese of Lisieux

Zvonimir Atletic | Shutterstock

Luc de Bellescize - pubblicato il 07/10/22

La fede un racconto da nonnine per rassicurare i bambini prima di mandarli a nanna? No, scrive padre Luc de Bellescize, che addita l’esempio di santa Teresa di Gesù Bambino. La santa ebbe il coraggio della fede, che si riceve come una grazia e si apprende come un lavoro, come una luce beata in mezzo alle nostre ombre.

Voleva sedersi alla tavola dei peccatori. Era Teresa di Gesù Bambino, dello spirito d’infanzia che osa tutto, che tutto spera, che in tutto si affida. Era pure Teresa del Volto Santo, Teresa della Passione, Teresa della notte priva di stelle in cui è avanzata come si avanza in acque profonde, come ci si getta in fondo al mare. 

«Se aveste fede quanto un granello di senape – dice il Signore – potreste dire a questo gelso “Sràdicati e vai a piantarti in mare”, ed esso vi obbedirebbe» (Lc 17,6). L’albero è simbolo dell’uomo retto, «piantato lungo corsi d’acqua, / porta frutto a suo tempo» (Ps 1). Il mare è il luogo oscuro in cui il Signore rovesciò il Faraone e i suoi eserciti. Chi pianta l’albero nella morte è Cristo. «Ecco il legno della Croce – recita la liturgia del Venerdì Santo –, al quale fu appeso il Cristo, salvatore del mondo». 

Se aveste fede – vuole dire il Signore – sareste già vincitori della morte. Ecco la libertà suprema, quella dei santi e dei martiri. Perché in fondo che cosa offre la fede? Non elargisce valori umanistici superiori – non sono sicuro che noi cristiani siamo meno dissoluti gozzovigliatori degli altri, anche se i santi veri rialzano la media – né dei vantaggi particolari. Non ci risparmia le sofferenze che colpiscono i mortali, anzi può pure attirarci il disprezzo del mondo e la derisione degli uomini. «Prendi la tua parte di sofferenze legate all’annuncio dell’Evangelo», dice l’Apostolo (2Tim 1,8). No: ciò che la fede dona è la grazia immensa di sapere che andiamo verso il Signore come una luce beata in mezzo alle nostre ombre. È la vera libertà davanti al principe di questo mondo, davanti agli idoli della terra, davanti alla morte stessa. «Non muoio – diceva la piccola Teresa –: entro nella vita». La morte è l’irruzione della luce eterna nella nostra vita temporale, come se si squarciasse il velo che ci nasconde il Regno. 

La fede si apprende come un lavoro 

La misteriosa certezza della fede non è fondata sulla sabbia di miti ma sulla testimonianza degli apostoli, sulla loro reale esperienza di una presenza reale. La fede non è un raccontino che le nonne raccontino ai bambini mandandoli a nanna: è radicata su parole solide, temprate nel sangue dei martiri. «Attieniti al modello dato dalle parole solide che mi hai sentito pronunciare nella fede […]. Custodisci il deposito della fede in tutta la sua bellezza» (2Tim 1,14). 

Esiste dunque un deposito della fede, una “grammatica” da decifrare – diceva Benedetto XVI –, una rivelazione compiuta in Cristo. La fede si riceve come una grazia e si apprende come un lavoro, al fine di poter rendere ragione della speranza che è in noi. Essa non è anzitutto una faccenda di emozioni e di sentimentalismi spirituali… Sapete, come quando Depardieu mangia un prosciutto di Parma e dice “Se le ostie fossero così farei la comunione più spesso…”. Ma Cristo non è un prosciutto essiccato, e il Santissimo Sacramento non è una lampada da solarium. Il Signore non ha scelto di attrarci mediante le seduzioni sensibili: si è nascosto in un miserrimo pezzo di pane. La fede passa dunque dalla prova come l’oro si purifica nel crogiolo: «Ho combattuto la buona battaglia, ho completato la corsa, ho conservato la fede» (2Tim 4,7). 

Una corsa tra giganti 

Bisogna lasciare la “massa dei sentimentali” per decidersi a seguire l’Agnello ovunque egli vada, ora e nell’ora della nostra morte. Si sente dire, talvolta: «Ho la debolezza di credere». Al contrario! Per credere ci vuole coraggio – per restare fedeli malgrado i lutti e i drammi, malgrado il peso del nostro peccato. È per questo che fu tanto grande, agli occhi di Dio, quella Thérèse che pareva tanto piccola a quelli degli uomini… 

Nel mezzo di un’epoca segnata dall’ateismo, che andava a sboccare su un XX secolo destinato a saturarsi di sangue e di lacrime, il Cuore di Cristo si rifugiò in quella fanciulla piccola, in apparenza tanto fragile, per disputarvi – lo ha detto lei, dopo la notte di Natale del 1886, quando ricevette «la grazia di uscire dall’infanzia» – «una corsa tra giganti». Questa corsa, nascosta nel silenzio del Carmelo, fu il provare la notte della fede e il tornare a ripetere a fior di labbra, dal profondo del cuore, la fiducia in Dio quando non sentiva più la sua presenza e aveva «paura di bestemmiare». 

Acconsentì a portare il Nome di Cristo fino in fondo alle tenebre della miscredenza, per piantare la fede nella morte e la speranza nella notte. Morì a 24 anni, soffocata dalla tubercolosi. Il suo volto divenne splendido di una bellezza misteriosa, come se i suoi tratti restituissero il volto della sua anima, come se il Volto Santo si sintetizzasse con quello di Gesù Bambino. Tale fu il primo segno della piccola Teresa, come l’eco di una delle sue ultime risposte, quando Céline le chiese: «Ci guarderai dal cielo, non è vero?». E lei rispose: «No: scenderò». 

[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio] 

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