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Perché non dovremmo dare nomi agli angeli?

ANIOŁ STRÓŻ

Cristina Conti | Shutterstock

Lucia Graziano - pubblicato il 29/09/22

Negli ultimi anni, sta godendo di una certa diffusione la consuetudine di dare un nome al proprio angelo custode. Molti fedeli dicono che “chiamar per nome” il proprio angelo li aiuta a pregarlo con più concretezza; eppure, la Chiesa ha sempre vietato questa pratica. L’ultima di queste proibizioni risale al 2002.

«È da riprovare anche l’uso di dare agli Angeli nomi particolari, eccetto Michele, Gabriele e Raffaele che sono contenuti nella Scrittura» si legge senza mezzi termini al punto 217 del Direttorio su Pietà Popolare e Liturgia, pubblicato nel 2002 dalla Congregazione per il Culto Divino. È un divieto piuttosto esplicito, che spesso genera la perplessità dei fedeli: “ma perché? Che c’è di male?”, ci si sente dire di tanto in tanto.

In effetti, quella di dare un nome al proprio angelo custode è una pratica che va assai di moda, ultimamente. I fedeli che ne fanno uso dicono di averne tratto grande beneficio, nella misura in cui “conoscere” il nome del proprio angelo custode li aiuta psicologicamente a sentire più concreta la sua presenza, come se si avesse a che fare con un amico in carne e ossa. E se non c’è ragione per dubitare della loro buona fede, è pur vero che la Santa Sede si è espressa sul tema utilizzando termini inequivocabili: ma quali sono esattamente le motivazioni che l’hanno spinta a definire «riprovevole» questa consuetudine?

La proibizione ha origini antiche: il primo pronunciamento di questo genere risale al concilio di Roma del 745, che fece fermo divieto di chiamare per nome gli angeli (con l’ovvia eccezione di Michele, Gabriele e Raffaele, che sono citati nella Bibbia). Nei secoli a venire, la Chiesa medievale guardò con una certa tolleranza anche alla consuetudine di parlare dell’angelo Uriele, che non figura nei testi canonici ma che all’epoca era protagonista di alcune leggende apocrife di grande diffusione. 

Questo dettaglio ci permette di capire che non siamo di fronte a uno scrupolo di natura filologica: per fare un esempio eclatante, neppure i nomi dei re magi sono citati dei Vangeli, ma nessuno ebbe mai motivo di preoccuparsi a causa della tradizione popolare che finì col “ribattezzarli” con le generalità con cui li conosciamo oggi. 

Ma la questione dei nomi angelici era molto più delicata. I vescovi avevano avuto la forte impressione che la tendenza a dare un nome (e spesso anche una personalità e dei patronati specifici) ad angeli che non erano nemmeno citati nella Bibbia finisse col trasformarli, agli occhi dei fedeli, in qualcosa di pericolosamente simile a un semidio pagano.

Ma non solo. Esistevano delle motivazioni di natura scritturale a sconsigliare fortemente questa moda.

Nella tradizione biblica, dare nomi a qualcuno è una scelta da non fare a cuor leggero, che equivale implicitamente ad affermare la propria autorità sulla quella persona. Si potrebbe far notare che Dio concede ad Adamo la possibilità di scegliere i nomi degli animali proprio perché l’uomo può esercitare su di loro il suo dominio; oppure che la Madonna non sceglie di testa sua il nome per suo figlio, ma usa quello che le viene comunicato al momento dell’annunziazione. Più banalmente, si potrebbe riflettere su quel senso di confidenza che ancor oggi si viene a creare quando tra colleghi ci si dice “dai, chiamiamoci per nome”, o sull’intimità che è legata a quei nomignoli affettuosi che spesso ci si dà in famiglia: ci suonerebbero irricevibili, persino irrispettosi, se li usasse qualcuno che è al di fuori della nostra cerchia di affetti. 

Insomma: decidere arbitrariamente di dare un nome al proprio angelo custode denota una confidenzialità un po’ troppo disinvolta? Ai vescovi parve di sì, tantopiù che la Bibbia ci mostra alcuni angeli singolarmente restii nel condividere con gli uomini le proprie generalità. «Perché vuoi sapere il mio nome? Esso è misterioso» dice un angelo al padre di Sansone in Giudici 13,18; in Genesi 32,30, Giacobbe si sente fare la stessa osservazione, ricevendo una benedizione (ma non una risposta!) dall’angelo a cui aveva chiesto il nome. 

Furono queste le motivazioni su cui si basò per secoli la netta proibizione.

Questi divieti, ovviamente, non riguardavano gli Ebrei, che nella loro cabala diedero minuziosamente conto di una complessa gerarchia celeste corredata da nomi angelici; nel corso del XIII secolo, questi scritti (uniti a fonti classiche) ispirarono la composizione di numerosi trattati di magia, nei quali i nomi angelici avevano un’importanza di prim’ordine. In questi testi, determinati angeli venivano associati a certe ore del giorno e a certi giorni della settimana, che costituivano i momenti migliori per contattarli… chiamandoli per nome, per l’appunto. 

Va da sé: fare uso di quei testi equivaleva alla pratica dell’eresia; un indirizzo abbastanza eloquente della considerazione con cui la Chiesa guardava questa pratica. 

Se non altro, quando scese in campo l’Inquisizione, i fedeli compresero lestamente il messaggio: dare nomi agli angeli è un malcostume che non deve essere portato avanti da un buon cristiano. 

Per qualche secolo, tutto filò liscio e la cosa non destò più particolari preoccupazioni. 

Ma, a sorpresa, la Santa Sede di sentì in dovere di tornare sul tema nel 1992, sanzionando alcune pratiche che venivano portate avanti in buona fede dal movimento dell’Opus Angelorum, ispirato dalle rivelazioni private che una mistica austriaca testimoniava di aver ricevuto dal suo angelo custode. Col passar degli anni, all’interno del movimento s’era appunto diffusa la consuetudine di dare nomi agli angeli (e di tramandare come cosa vera i nomi angelici che la mistica udiva nel corso delle visioni): un atteggiamento che risultò fortemente problematico per la Congregazione per la Dottrina delle Fede, che intervenne nel 1992 imponendo un netto cambio di rotta.  La storia ha un lieto fine: come si legge in una nota divulgata nel 2010 dalla Santa Sede, «poiché l’Opus Angelorum ha obbedito alla Chiesa abbandonando quelle dottrine e le loro conseguenze pratiche, esso si presenta oggi a pieno titolo come un movimento ecclesiale».

Tutto è bene quel che finisce bene; ma questa storia aveva fissato un precedente, mostrando che anche ai nostri giorni si può cadere nell’errore. Furono probabilmente queste considerazioni a spingere la Congregazione per il Culto Divino a esprimersi nel 2002 nei termini che citavamo in apertura; e la fermezza dei toni dovette sembrare opportuna, considerata la rinnovata popolarità di quella moda. 

Negli anni ’90, la consuetudine di dare nomi agli angeli stava prendendo piede anche in ambienti che avevano ben poco a che vedere con il Cattolicesimo. Nei circoli New Age, si andava diffondendo la teoria secondo cui, “canalizzando” verso l’alto le sue energie mentali, ogni uomo sarebbe stato potenzialmente in grado di mettersi in contatto con il suo spirito guardiano, o angelo custode che dir si voglia. Stando a quanto raccomanda la spiritualità New Age, una delle prime cose da fare quando si stabilisce il contatto è appunto chiedere il nome al proprio angelo: vuoi mica non fare un minimo di presentazioni, già che ci sei? 

Le istruzioni su come cercare questo contatto sembrano, a prima vista, consigli pieni di buon senso: spesso, si suggerisce di creare nella propria casa un posto tranquillo dove raccogliersi in meditazione; presto, “si avvertirà nel cuore” la vicinanza del proprio protettore. Lodevolissimi consigli senza dubbio, sulla carta (chi mai criticherebbe un fedele che si ritaglia un po’ di tempo per meditare sul suo angelo custode?); e infatti, estrapolati dal contesto, questi insegnamenti hanno avuto modo di diffondersi anche in ambienti cristiani, con la complicità del Web che ha fatto da propulsore. 

A scopo di documentazione giornalistica, chi vi scrive ha affidato a un motore di ricerca la richiesta “trova il nome del tuo angelo custode” ed è stata prontamente reindirizzata a un sito ricco di citazioni di santi e confortanti riferimenti al catechismo. Lì, è stata informata della possibilità di scoprire il nome del suo angelo custode semplicemente indicando la sua data di nascita (!); così facendo, la scrivente “ha appreso” di essere protetta da un serafino specializzato nel propiziare le storie d’amore, il successo scolastico e la vittoria nei concorsi pubblici, che è possibile contattare da mezzanotte a mezzanotte e venti in cinque giorni dell’anno. 

Vien difficile non sorridere di fronte a una simile descrizione, nella quale sono peraltro evidenti le influenze cabalistiche ed esoteriche; ma spesso i termini della questione sono più sfumati e si riducono a frasi piene di buoni sentimenti tipo “medita e vedrai che troverai la risposta nel tuo cuore”, effettivamente tali da suggestionare molti. 

Ma è il pronunciamento della Santa Sede a ricordare ai fedeli che non c’è bisogno di questi espedienti: gli angeli custodi sono al nostro fianco e tanto basta. A che serve ostinarsi nel volerli chiamar per nome, fra l’altro correndo il rischio di imbattersi in letture non propriamente consigliabili? 

In fin dei conti, nessun bambino chiama per nome la sua mamma, ma la mamma risponde immancabilmente alla sua chiamata; vien da pensare che lo stesso valga anche per i nostri custodi, quando ci rivolgiamo loro con un semplice “Angelo di Dio…”.

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