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Non potevano avere figli: hanno adottato 7 bambini, 2 dei quali con la sindrome di Down

NIEMOWLĘ, KORONAWIRUS

Hu Chen/Unsplash | CC0

Pilar Velilla Flores - pubblicato il 27/09/22

La coppia vuole rimanere anonima per proteggere la propria privacy, ma vuole condividere la sua testimonianza e incoraggiare altri a intraprendere la stessa avventura

I protagonisti di questa storia hanno generosamente condiviso la loro avventura con i lettori di Aleteia, ma desiderano mantenere l’anonimato per proteggere i loro figli e la loro famiglia. Per questo, li chiameremo Ana e Carlos.

Si sono sposati 15 anni fa. Lei è insegnante di scuola materna, lui gestore patrimoniale. Si conoscono da quando avevano 10 anni. Andavano in vacanza nello stesso paese e facevano parte dello stesso gruppo di amici. Hanno iniziato a uscire insieme quando lei aveva 19 anni e lui 21.

Da fidanzati parlavano del fatto di voler avere dei figli, senza specificarne il numero. Desideravano fortemente accogliere da Dio tutti i bambini che avrebbe mandato loro. Avevano anche pensato di adottare un bambino con la sindrome di Down, perché in famiglia hanno casi di adozione di questo tipo e la consideravano non qualcosa di cui aver paura, ma un dono.

Dopo il fidanzamento sono arrivate le nozze, e con queste il desiderio di materializzare quello che avevano sognato.

Dopo un anno in cui non riuscivano ad avere figli, però, hanno scoperto di non essere fertili.

Non hanno voluto sottoporsi a trattamenti contrari alla natura, mettendosi solo nelle mani di Dio e di professionisti con un’etica medica.

Il loro desiderio era tale che è trascorsa solo una settimana prima che intraprendessero il processo dell’adozione. Parallelamente, continuavano a sottoporsi a esami ed erano assistiti da un sacerdote che li orientava.

L’avventura dell’adozione: la Russia

Il primo passo nel processo di adozione è ottenere il certificato di idoneità, cosa che richiede un paio d’anni, in base alla coppia. Dopo prove e valutazioni, la coppia ha ottenuto l’idoneità per poter adottare.

Hanno saputo che in Russia c’erano due fratellini da adottare, e si è quindi attivata la seconda fase del processo di adozione: recarsi nel Paese dei bambini per conoscerli.

Ana racconta che il viaggio l’ha colpita molto. Lo descrive come un’esperienza molto migliore del viaggio di nozze, perché l’uomo e la donna hanno gli stessi sentimenti.

“Vivere la maternità naturale è una cosa che riguarda soprattutto la donna, mentre l’uomo resta in disparte fino a quando non terminano i 9 mesi di gestazione”, ci ha spiegato. “Con il parto accade qualcosa di simile. È la donna che ha le esperienze più intime, e per quanto possa contare sul sostegno dell’uomo, questi non è pienamente consapevole e non condivide appieno il carico emotivo del momento. Nell’adozione, invece, si parte dalla stessa base. L’emozione è uguale in entrambi”.

Il viaggio ha avuto anche un aspetto amaro, perché dopo aver conosciuto i bambini Ana e Carlos sono tornati indietro senza di loro.

Qualche mese dopo ha avuto luogo il secondo viaggio, quello definitivo. La famiglia era finalmente al completo. In Spagna l’adattamento non è stato troppo difficile. Da brava insegnante, Ana si è dedicata anima e corpo ai bambini, insegnando loro la lingua, a leggere…

Seconda adozione: tre fratelli

L’esperienza è stata così felice che Ana e Carlos non ci hanno messo molto ad avviare un nuovo processo di adozione. Questa volta c’erano tre fratelli russi, due dei quali gemelli.

I viaggi sono stati diversi da quelli precedenti. Questa volta lasciavano in Spagna due bambini adottati da poco, e la regione della Russia da cui provenivano i tre bimbi era molto povera. È stata comunque un’avventura emozionante, e la famiglia che è passata ad avere sette membri.

TRIPLETS, TWIN, CHILDREN

Ana riconosce che essere giovani è stato un vantaggio, perché si ha l’energia necessaria per prendersi cura di bambini piccoli. I primi anni hanno fatto studiare i figli a casa.

Terza adozione: un bambino con la sindrome di Down

Trascorsi tre anni dalla seconda adozione, Ana e Carlos hanno voluto adottare il loro primo figlio con la sindrome di Down.

Si sono affidati al Servizio Adozioni della Generalitat de Catalunya. Dovevano ottenere una nuova idoneità, questa volta con più difficoltà visto che avevano già altri figli. Pochi mesi dopo sono riusciti ad adottare un bambino di 3 anni.

“Adottare un bambino con la Trisomia 21 è molto diverso dal rimanere incinta di uno, quando in genere si è inondati da paura e incertezza. Noi sapevamo quello che volevamo, lo desideravamo. Lo avevamo desiderato fin da quando eravamo fidanzati”, ci ha raccontato Ana emozionata.

Avendo scelto la Spagna, si trattava di un’adozione più semplice. “L’accoglienza dei bambini è stata meravigliosa”, ha riconosciuto.

Dove c’è spazio per sei…

Lo scorso anno, Ana e Carlos hanno ricevuto una telefonata dalla Generalitat, che li convocava per un incontro. Chiedeva loro aiuto per trovare 14 famiglie per 14 bambini con la sindrome di Down. Senza esitare, si sono offerti per essere una di queste famiglie.

“Non chiudo la porta a future adozioni. Vivo la maternità agli occhi di Dio, non mettiamo impedimenti”, dice Ana. “Se Lui vuole, ne adotteremo altri”.

“L’aspetto più facile di tutta questa avventura è il fatto che in una famiglia numerosa nessuno si annoia. È più facile educare a certi valori, come la condivisione, il fatto di cedere, di aspettare, di essere generosi…”

“Le cose più difficili sono far sì che nessuno li etichetti per il fatto di essere stati adottati e la lotta dei genitori per dimostrare che sono come tutti gli altri e che il fatto di essere adottati non significa necessariamente che abbiano problemi diversi da quelli che possono avere i figli biologici”.

Una famiglia degna di ammirazione pere la sua generosità e dedizione.

Tags:
adozionesindrome di down
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