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3 tradizioni da riscoprire per dare il benvenuto all’autunno

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Lucia Graziano - pubblicato il 23/09/22

Oggigiorno cadute in disuso, ma non per questo prive di valore, queste antiche tradizioni possono fornirci qualche spunto per vivere con pienezza l’arrivo della nuova stagione

Se non fosse bastato l’improvviso crollo delle temperature a farci capire che l’estate è finita, il calendario ce lo conferma: sì, l’autunno è davvero arrivato. E mentre le riviste femminili si riempiono di consigli sulle linee di “ecco i cinque modi per preparare la pelle all’arrivo dell’autunno”, anche noi ci uniamo al trend con qualche contributo a tema.

Con l’unica differenza che i nostri consigli verteranno sul miglior modo di preparare l’anima. E che lo faranno dando una spolverata a usanze antiche che affondano le loro radici nel Medioevo: tradizioni perdute (o quasi), oggi poco note, ma non per questo prive di valore.

Fino a qualche decennio fa, le quattro Tempora che scandivano l’anno liturgico erano un appuntamento immancabile per il popolo cristiano. Tramite questa devozione, la Chiesa marcava lo scorrere del tempo invitando i fedeli a una vita di preghiera particolarmente intensa quando si avvicinavano i solstizi e gli equinozi. Le Tempora d’autunno, per esempio, venivano celebrate nella terza settimana di settembre: nei giorni di mercoledì, venerdì e sabato, i fedeli erano invitati a digiunare e a compiere piccole mortificazioni. La comunità, inoltre, si riuniva nei campi per recitare apposite preghiere e tutti erano invitati a profittare di quei giorni per una buona confessione.

Questa devozione (di origini antichissime: nel V secolo, papa Leone Magno la descrive come una pratica diffusa e già affermata) aveva un carattere essenzialmente penitenziale: l’idea di fondo era quella di innalzare a Dio le proprie suppliche per chiedere la grazia di un clima mite, piogge abbondanti e condizioni favorevoli.

In una società di stampo agrario, questi momenti erano vissuti con grandissima partecipazione popolare. Forse inevitabilmente, la devozione cominciò pian piano a perdere risonanza negli anni del dopoguerra, quando una larga fetta della popolazione si trasferì nelle grandi città iniziando a vivere una vita che non era più così strettamente collegata al ritmo delle stagioni.

Eppure, se c’è una cosa che l’estate 2022 ha saputo insegnarci è che non c’è bisogno di essere agricoltori per esser messi in ginocchio da un clima inclemente. E allora, questo potrebbe essere il momento giusto per rispolverare la tradizione dei nostri nonni, profittando di questi giorni per rendere grazie a Dio per i doni della terra e per elevare al cielo le nostre preghiere.

E per riflettere, possibilmente. Stando alle indicazioni fornite dal Concilio Vaticano II, le Tempora di oggi non dovrebbero limitarsi a essere vissute come un momento esclusivamente penitenziale: a chi volesse riproporre queste celebrazioni, si suggerisce di sfruttare l’occasione per spronare riflessioni riguardo la responsabilità con cui ogni fedele è chiamato a tutelare l’ambiente e custodire il creato.

Verrebbe da dire che capita di rado di trovare tradizioni antiche di tale attualità.

2. Profitta del cambio di guardaroba per cercare vestiti da dare in beneficienza – come san Martino!

Tutti conosciamo il celebre episodio in cui san Martino dona il suo mantello a un mendicante infreddolito. Non tutti, però, conoscono l’usanza deliziosa che, in omaggio a questo episodio, prese corpo nel Medioevo: quella di onorare la memoria del santo ripetendo personalmente quello stesso gesto di carità.

I fedeli che ne avevano la possibilità economica erano invitati a mettere da parte i vestiti non più in uso per farne dono ai bisognosi, nel giorno di san Martino; e chi non aveva vestiti da dar via comprava direttamente scampoli di stoffa, che destinava allo stesso scopo.

Nessuno si sottraeva a questo atto di carità, che era suggestivo e divertente al tempo stesso: c’era una certa teatralità, se vogliamo, nell’onorare il santo ripetendo materialmente quell’episodio che l’aveva reso celebre.

Ma il gesto non si limitava a esser bello; anzi, era decisamente significativo, se teniamo conto che san Martino viene festeggiato l’11 novembre – e cioè, nel momento in cui sta per cominciare il periodo più freddo dell’anno. Per chi viveva in una casupola piena di spifferi, e magari non aveva modo di procurarsi la legna per riscaldarla, un mantello caldo e una coperta pesante potevano davvero far la differenza tra la vita la morte: ecco allora che la consuetudine di donare vestiti ai bisognosi diventava veramente un atto di carità preziosa.

E allora – quando anche noi sfrutteremo il cambio di guardaroba per mettere da parte quei vestiti che non ci convincono più – profittiamo dell’occasione per raccontare ai piccoli di casa la bella storia di san Martino. Non esiste esempio più educativo di questo, per spiegare le ragioni per cui stiamo facendo quella cernita.

3. Sconfiggi la malinconia d’autunno grazie a nuovi progetti e nuovi amici

“Licenziati, cambia vita e trasloca in una nuova casa” è probabilmente un consiglio un po’ tranchant; eppure, era questo il modo in cui molti dei nostri antenati festeggiavano ogni anno l’avvicinarsi dell’autunno.

Da quando, alla fine del Trecento, i contadini erano riusciti ad affrancarsi dalla schiavitù della gleba passando a un sistema di contratti annuali, i mezzadri avevano cominciato a trovare molto conveniente questa inedita condizione di lavoratori stagionali. Alla scadenza di ogni contratto, erano liberi di ridiscutere le condizioni economiche o di cercare altrove un miglior impiego – e in questo avevano fortuna, perché in fin dei conti ogni tenuta aveva bisogno di bravi contadini ben referenziati.

Tradizionalmente, i contratti agrari scadevano in concomitanza con le due feste più importanti del periodo: san Martino (11 novembre) o san Michele (29 settembre). E forse c’era una sapienza antica nel modo in cui i nostri antenati riempivano d’un entusiasmo palpabile e frizzante quelle settimane in cui l’estate scivola verso l’autunno. Mentre noi ci lasciamo prendere dalla malinconia, guardando oltre le finestre il cielo grigio e uggioso, i nostri antenati sfruttavano quelle due feste per organizzare grandi tavolate di piazza, in cui dire addio ai colleghi che se ne andavano e in cui brindare ai nuovi acquisti.

Alla cheticella, in quei giorni, arrivavano in paese le famiglie di chi aveva appena cambiato lavoro e dunque cambiava casa, con l’entusiasmo dei nuovi inizi: e quello di dare il benvenuto ai nuovi vicini con una torta, un vassoio di biscotti, un «serve una mano?» era un dovere “quasi sacro” cui nessuno voleva sottrarsi.

Varrà la pena di rispolverare anche questa tradizione?

Licenziarsi e cambiar casa è forse un modo un tantinello drastico per combattere la malinconia autunnale… ma dedicarsi a un nuovo hobby o iniziare un nuovo progetto è pur sempre qualcosa che si può prendere in considerazione. E stupire i colleghi con una torta fatta in casa, invitare a cena il vecchietto del sesto piano che soffre la solitudine, organizzare un pomeriggio di giochi coi genitori di quel bambino che ha appena traslocato e non conosce nessuno nella nuova classe: beh, queste sono attività alla portata di tutti.

E i nostri antenati (che erano gente che ne sapeva) direbbero probabilmente che sono attività perfette per chi vuole iniziar l’autunno col piede giusto, anche dal punto di vista spirituale.

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