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Cosa c’entra la Regina Elisabetta con San Giorgio l’ammazza draghi?

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Alessia Pierdomenico - Zvonimir Atletic via Shutterstock

Lucia Graziano - pubblicato il 20/09/22 - aggiornato il 20/09/22

Le spoglie di Elisabetta II riposano ora nella St George’s Chapel di Windsor, e molte parole sono state e saranno scritte riguardo la commovente cerimonia con cui l’Inghilterra ha detto addio alla sua regina.

Ma forse qualche osservazione interessante potrà prendere lo spunto proprio dal luogo in cui, ieri sera, si sono svolte le esequie: la stupenda chiesa di Windsor dedicata alla memoria di san Giorgio. Una dedicazione non casuale, anzi a suo modo piena di significato, che ci racconta la storia di un’amicizia secolare tra il santo dragonslayer e la famiglia reale inglese.

La nostra Storia inizia nel V secolo, quando san Giorgio non aveva la minima idea di come si uccidesse un drago. Nelle prime agiografie dedicate al martire, l’episodio è totalmente assente; Giorgio ci viene presentato come un giovinetto nato in Turchia in una famiglia di fede cristiana e divenuto guardia del corpo dell’imperatore Diocleziano grazie a un incredibile talento militare. Quando Diocleziano lancia una persecuzione anticristiana, Giorgio si auto-denuncia senza esitazione, guadagnandosi così la palma del martirio: una storia esemplare, che spinse l’esercito bizantino a scegliere il santo come suo patrono.  

Il dettaglio divenne rilevante nel momento in cui, nel 1098, una coalizione crociata composta da soldati bizantini, inglesi e normanni si trovò a dover difendere la città di Antiochia in condizioni di schiacciante inferiorità numerica. La situazione era disperata, ché il nemico li accerchiava da fronti; sentendosi con le spalle al muro, un soldato bizantino invocò la protezione di san Giorgio… ed ecco, una figura splendente di luce si materializzò sulle mura della città di Antiochia, esortando i prodi che difendevano la cittadella e prendendo il controllo delle operazioni militari. Nell’arco di poche ore, il nemico era stato respinto; o così, almeno, assicura la leggenda. 

Una leggenda che, per comprensibili ragioni, ebbe enorme diffusione quando i crociati di varia nazionalità la riportarono con sé facendo ritorno in patria. Nell’arco di pochi anni, san Giorgio era diventato uno dei santi più popolari in tutta Europa; e fu proprio in quel periodo che – per così dire – il cavaliere diede il via alla sua carriera di dragonslayer. Il primo agiografo a descrivere la lotta tra san Giorgio e il drago fu Jacopo da Varagine, che nel 1226 incluse questo episodio nella sua Legenda aurea

Va da sé, si tratta di un episodio da leggere in chiave allegorica: il mostro sputafiamme è il simbolo del male sconfitto, con un rimando esplicito al drago di cui leggiamo nell’Apocalisse (12, 1-18). Ma, chiaramente, l’episodio piacque molto anche in senso letterale: l’immagine del cavaliere-santo che sfida e vince un drago è davvero in grado di rivaleggiare con le produzioni fantasy dei nostri giorni. La leggenda contribuì a diffondere ulteriormente la popolarità del santo… che trovò uno dei suoi ammiratori più ardenti in seno alla famiglia reale inglese. 

Edoardo III, che regnò sull’Inghilterra dal 1327 al 1377, guardava a san Giorgio come a un modello di vita, sia in ottica cristiana che in ottica guerresca. Questo atteggiamento era dovuto in gran parte alle riflessioni spronate in lui dal cappellano di corte Walter de Milemete, che attorno al 1326 aveva composto per il futuro re un trattato sui doveri e le responsabilità di un buon sovrano. 

Il testo s’apriva con l’immagine di san Giorgio, vestito con le insegne araldiche proprie di un combattente di nobili natali, che porgeva le sue armi al giovane Edoardo: si trattava di una vera e propria cerimonia di investitura, cavalleresca e spirituale al tempo stesso; il combattente-santo, campione di virtù, nominava il principe a suo erede spirituale. 

Edoardo III prese molto sul serio quell’eredità. 

Nel 1348, fondò nella città di Windsor un collegio religioso che volle dedicare al suo santo preferito. Lo edificò nei pressi di una chiesa già esistente, che era dedicata a sant’Edoardo il Confessore; al suo interno, v’era però una piccola cappella che onorava la memoria di san Giorgio. 

L’amore sconfinato che re Edoardo III provava nei confronti del santo cavaliere finì col rendere sempre più visibile la presenza del dragonslayer tra le mura di quella chiesa regale: nell’arco di pochi anni, l’edificio fu arricchito di immagini (oggi non più esistenti) che descrivevano il ciclo della vita di san Giorgio. Ma non solo: al santo fu dedicata anche una grossa statua che lo ritraeva nell’atto di uccidere il drago, e fu fatto arrivare uno scrigno contenente quelle che si dicevano essere le sue reliquie.

Alla morte di Edoardo III, la devozione per san Giorgio fu tenuta viva dai suoi eredi. In particolar modo, Enrico V, che regnò dal 1413 al 1422, gli attribuì la “miracolosa” vittoria dell’esercito inglese ad Agincourt: quella che noi, per shakesperiana memoria, siamo soliti associare alla vigilia di san Crispino fu in realtà una battaglia cui si associò spesso il nome di un altro santo – Giorgio, per l’appunto. Secondo le testimonianze dei presenti, il combattente si materializzò al fianco delle truppe inglesi guidandole verso una vittoria che pareva impossibile; e l’eco di questo miracolo fu tale che, quando l’esercito di Enrico V tornò a Londra, fu accolto da un gigantesco fantoccio di san Giorgio che era stato allestito sul London Bridge a dare il bentornato ai (suoi) prodi combattenti. 

Ormai, il santo era legato strettissimamente alla famiglia reale inglese. E così, sul finire del XVI secolo, la real chiesa di Windsor andò incontro a radicali lavori di ristrutturazione, che la trasformarono nell’edificio che vediamo oggi e che, soprattutto, le cambiarono nome: quella dei re era diventata a tutti gli effetti la St George’s Chapel.

Il legame che collegava san Giorgio alla famiglia reale (e, per estensione, a tutta la nobiltà britannica) era talmente radicato che, nel 1596, il romanziere londinese Richard Johnson si divertì a ricamare su questa storia dando alle stampe il suo The Most Famous History of the Seven Champions of Christendome, una raccolta di novelle dedicate ai santi più amati del periodo. Uno di loro era san Giorgio, naturalmente! 

L’intento di Johnson non era quello di scrivere un’opera spirituale; ispirandosi alle vite dei santi, l’autore voleva dichiaratamente comporre testi narrativi che risultassero piacevoli alla lettura, e nulla più. Visti i presupposti, non stupisce che il racconto “liberamente tratto” dalla Vita di san Giorgio sia altamente fantasioso: nel romanzo di Johnson, il santo dragonslayer viene dipinto come un prode cavaliere che non stonerebbe alla corte di re Artù. Figlio di un aristocratico inglese, ma rapito dalle fate (!) quando è ancora un neonato, Giorgio cresce in Turchia ignaro dei suoi nobili natali. Diventa militare, sconfigge un drago che minacciava di uccidere una bellissima principessa e, già che c’è, sposa anche la ragazza (vuoi non inserire una love story nel romanzo?). Dopodiché diventa un dragonslayer professionista, delicata occupazione professionale che lo spinge a girare per tutta Europa. Giunto in Inghilterra, scopre le sue vere origini e ha finalmente modo di ricongiungersi alla sua famiglia: ahinoi, una gioia di breve durata, ché i giorni di san Giorgio stanno per finire. 

Mentre si trova alla corte di suo padre, il cavaliere viene a sapere che un terribile drago sta minacciando la città di Windsor e mette in pericolo la famiglia reale: prontamente, il santo si arma per uccidere il mostro, impresa in cui ovviamente avrà successo… ma caro prezzo. Morendo, infatti, il drago di Windsor riesce a ferire a morte il cavaliere: san Giorgio esala il suo ultimo respiro sotto lo sguardo, pieno di gratitudine commossa, di un dolentissimo re d’Inghilterra. Il quale, di lì a poco, ordina di far costruire una grandiosa cappella sul luogo del martirio di quel prode: la St George Chapel di Windsor, per l’appunto.

Ovviamente, è solo una leggenda romanzesca, che mai ha avuto pretesa di attendibilità. Ma, per le sue implicazioni, la storiella è suggestiva: se il mito fosse vero, ciò vorrebbe dire che la regina Elisabetta è stata sepolta in quello stesso luogo in cui san Giorgio perse la vita. E non solo: le sue spoglie riposerebbero fianco a fianco con le reliquie del prode martire!

Chiaramente, non è vero. Ma anche le fiabe e le storie di fantasia meritano d’essere raccontate, quando sono così belle. 

Tags:
regina elisabetta iisan giorgiosanti e beati
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