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Multare chi non vuole figli? Proposta shock del demografo britannico

NATALITA'

jordi.magrans|Shutterstock

Un neonato nella culla in ospedale

Paola Belletti - pubblicato il 20/09/22

Paul Morland, membro senior del St Antony's College, Università di Oxford, ha esposto il grave problema dell'inverno demografico nel suo paese e proposto alcune possibili soluzioni. Non solo sostengo per le famiglie con più di un figlio, ma anche tasse per chi non ne vuole avere.

Surriscaldamento climatico, raffreddamento demografico

Che ci aspetti un inverno rigido e austero lo sentiamo dire di continuo, ultimamente. La qual cosa impressiona ancor più perché ci stiamo ancora asciugando la fronte dal sudore di un’estate lunga e avara di precipitazioni.

Ma come nel caso della siccità estrema la causa è più remota – la perdita di riserve d’acqua dolce è più da imputarsi alla scarsità di pioggia e neve nell’inverno e primavera precedenti che non alla canicola estiva che ci ha oppresso fino a pochi giorni fa.

Lo stesso vale per l’altro inverno, quello ancora più difficile da mitigare: siamo alla glaciazione demografica, ormai.

Ancor meglio, la scarsità di precipitazioni di due stagioni fa, dipende da cambiamenti climatici in atto da decenni. Idem per il raffreddamento demografico.

Proposte considerate indecenti per un problema che non si vuole vedere

Casus belli che ha il merito di avere riportato in cima ai sommari dei notiziai il tema è stato un articolo comparso a luglio scorso sul Sunday Times a firma del demografo britannico Paul Morland.

Come usa spesso, la notizia è stata rilanciata dal suo lato più spigoloso, urtante e molesto: ridotta a grossolana cover di leggi fasciste o sovietiche, sui giornali e nella testa di molti lettori è risuonata così: “Multa a chi non vuole fare figli”.

Inevitabili e comprensibili le reazioni: e chi non può averne? e chi li ha persi per incidenti o malattie? e chi, essendo omosessuale, si oppone al ricorso all’utero in affitto?

Oltre tutti i casi limite rimane e giustamente il rifiuto istintivo personale per tutto ciò che suoni come imposizione di stato in una sfera tanto intima e libera: l’amore, la sessualità e la procreazione.

Prima ci addestrano alla libertà sfrenata, ora esigono che facciamo figli per la patria?

Peccato però che ce ne accorgiamo solo in questo caso e meno quando si trattava di contraccezione selvaggia, aborto, surrogata resa diritto, eugenetica preventiva (diagnosi prenatali o preimpianto al solo scopo di rimuovere dal consesso umano individui difettosi e quindi costosi).

Le proposte abbozzate dall’ingegnere della demografia, considerato un’autorità nella comunità scientifica, non si riducono alla boutade della tassa su quelli che, fino a poco tempo fa, o forse anche adesso, erano le gallinotte dalle sterili uova d’oro, i dink (double income, no kids). Lo studioso parte dalla panoramica desolante che abbiamo già sotto gli occhi, basta alzarsi in volo, e dagli eventi atmosferici estremi che si profilano all’orizzonte. Da allerta livello 5 ormai.

Parla del suo paese, il Regno Unito, ma le cose non vanno tanto diversamente in tutto il resto dell’Occidente: popolazione che invecchia, vive più a lungo, pochi figli, sempre meno, aumento vertiginoso di spesa sociale e sempre meno forza lavoro attiva in grado di sostenere il gioco.

E’ di fatto una questione di strutture portanti: si possono avere tutte le idee che si vogliono sul senso della vita, della patria, del futuro. Resta la realtà, ottusa, a dire la sua: se non nascono abbastanza figli, se le famiglie si sgretolano, la società, l’economia, tutto crolla.

Gli infelici precedenti

Non aiuta di sicuro ricordare che iniziative simili, di sanzione a chi non procreava e incentivi offerti alle famiglie più prolifiche, sono state prese da regimi dittatoriali e totalitari: per restare a casa nostra, anche i più scarsi in storia contemporanea sanno che il duce aveva imposto una tassa sugli scapoli

Il 13 febbraio 1927, in pieno regime fascista, in Italia, fu istituita l’imposta sul celibato. Tutti i celibi di età compresa tra i 25 e i 65 anni, a seconda dell’età e del reddito, dovevano pagare un tributo che variava da 70 a 100 lire.

Econopoly, IlSole24Ore

Più sistematico e persistente il provvedimento imposto da Stalin all’URSS: la tassa alle coppie che non avevano figli rimase in vigore dagli anni Quaranta fino al crollo dell’Unione Sovietica all’inizio degli anni Novanta.

Persino Augusto, ricordato tra le altre cose per il censimento più famoso della storia umana, impose una tassa ai senatori non sposati.

Ciò che inevitabilmente e giustamente tutti trovano respingente è l’ideologia da guerra dei ventri sottesa a queste iniziative: servono soldati, servono figli della grande madre Russia, serve un popolo giovane e vigoroso. No grazie, non fa per noi.

Il problema dei problemi

Ciò nondimeno resta il fatto che senza nuove nascite crolla l’insostituibile infrastruttura di qualsiasi società. Basta saper fare i conti, li ha fatti anche Elon Musk e anche lui non è risultato simpatico; si vede che ci tocca proprio sul vivo.

Il tema è proprio questo, la vita, nella sua reale e unica sostenibilità, che non può che essere personale e comunitaria. Non potremo opporre a questa drammatica (per ora) realtà nessuna spocchiosa domanda retorica “cosa cambia a te se io non faccio figli?” poiché cambia eccome, a tutti. Come cambia in bene condiviso il fatto che se ne facciano.

Di sicuro questa visione di insieme non può però abbattersi come una condanna sulle vicende personalissime e intime di ciascuno, sul mistero che sono certe nascite e sul dolore dell’infertilità; bisogna fare lo sforzo di mantenere distinti i piani.

Morland sembra indelicato, ma avverte il suo paese che “l’inverno demografico è appena cominciato“.

Non si nasce più tanto, ma si muore sempre più tardi; la popolazione britannica non cresce più da 10 anni. Le prossime sparute generazioni dovranno dunque farsi carico della spesa sociale e sanitaria di un numero crescente di anziani.

Cerchiamo la felicità individuale mentre costruiamo l’infelicità collettiva

Alcune delle obiezioni e dello sdegno di chi ha reagito alle sue parole partono anch’esse da brutali questioni di conti che non tornano: come si fa a mettere al mondo dei figli se la maternità diventa motivo di esclusione professionale, se comprare o affittare casa si trasforma in un lusso, se mandare i bambini al nido richiede un mutuo?

Il sospetto è che alla radice di questi mali ci sia in ultima analisi una disgregazione della persona, imposta dalla mentalità comune (imposta a sua volta?). Un lavoratore non è anche nel frattempo un padre, un padre non è anche nel frattempo cittadino, un uomo non è anche un marito, un figlio non è anche un futuro collega, un compagno di strada. E non parliamo della maternità che meriterebbe un Ministero dedicato.

I conti, dunque, non tornano

Entrambi i bilanci, quello delle coppie e delle famiglie fiaccate dalle spese e quello della popolazione con una maggiore aspettativa di vita (leggi invecchiamento generale), gridano la stessa cosa: nascere, vivere, costruire qualcosa di duraturo, non sono affatto una faccenda di mera realizzazione personale, sono una faccenda comunitaria, addirittura epica. “Tu sei un bene per me”, allora, potrebbe essere il titolo di un programma nazionale di vera ripartenza e non solo la frase motivazionale da mandare al gruppetto adolescenti in parrocchia. E’ ciò che ci descrive e ci chiama tutti. Anche solo restando nell’orizzonte naturale, senza invocare Dio.

Serve una mentalità diversa: come si costruisce?

Come la cultura individualista e l’accento posto troppo a lungo su consumi immediati ed esperienze da accumulare hanno contribuito a far considerare il matrimonio e la procreazione obiettivi legati solo alla propria autorealizzazione e quindi erroneamente considerati fatti privati, così serve un lavoro contro-culturale per reintrodurre o far crescere l’idea che costruire famiglie stabili e possibilmente ricche di figli è una cosa buona, vera, bella, gratificante e persino utile per tutti.

Cosa può promuovere una cultura a favore delle nascite, si è domandato l’esperto? Non solo assegni o sanzioni, ma anche Agenzie dedicate a monitorare la crescita demografica, giornate nazionali che celebrino il bene dell’essere genitori, un telegramma della Regina(ora del Re Carlo III) alla nascita del terzo figlio.

Sono idee, per carità; e a considerarle sommariamente risultano anche un tantino offensive, riduttive o naif. Ma essendo idee si possono discutere. Ciò che invece non cambierà a seconda dei nostri umori o della nostra irritazione è la realtà: pochi figli, e sempre meno, significa il suicidio di un paese, e in questo caso il modello britannico è ahinoi assai esportabile.

Forse siamo semplicemente in una fase di brain storming, quel gioco creativo per cui si buttano sul tavolo tutte le idee che vengono alla mente per riservarsi di scegliere in un secondo momento quelle più adatte e realizzabili.

Conviene sbrigarsi, però, perché un’altra tempesta per niente giocosa si sta già abbattendo sulle coste della nostra civiltà.

Tags:
crisi demograficainvecchiamentonatalitàvita
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