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Cinzia Leone: il lievito che fa crescere e quello che gonfia soltanto

MANI CHE IMPASTANO

alexkich|Shutterstock

Mani femminili che impastano

Paola Belletti - pubblicato il 19/09/22

Un libro che raccoglie sedici inediti di altrettante scrittrici, per la Libreria Editrice Vaticana. Sono autrici che hanno letto e si sono fatte leggere da altrettante parabole evangeliche. Tra le altre: Cinzia Leone, autrice de Il lievito e il bambino e illustratrice del volume, Ritanna Armeni, Ubah Cristina Ali Farah, Viola Ardone

«Il lievito c’entra con tutto: con l’orgoglio, con la vanità, con la malizia. Ma soprattutto con Dio che, anche se non lo vediamo, cresce dentro di noi. Lo scoprirai da grande.»

Così risponde la mamma all’autrice ancora bambina mentre la segue con gli occhi, le domande e tutta la sua brulicante immaginazione, durante la preparazione dell’impasto del pane.

Una raccolta di racconti

Questo del lievito è solo uno degli inediti racconti pubblicati dalla Libreria Editrice Vaticana nel libro La Parola e i racconti, 16 scrittrici leggono le parabole dei vangeli

“Sedici tra le più note scrittrici italiane”, si legge nel comunicato stampa della casa editrice, leggono e “riscrivono” le parabole dei Vangeli; ma prima se ne lasciano attraversare.

Ne sono nati racconti originali e imprevedibili come è sempre l’effetto che la Parola di Dio su chiunque incontri. Unica perennemente identica a sé stessa e per sua natura nuova, generatrice ed esplosiva, non ha di certo alcuna paura di lasciarsi deformare da chicchessia; piuttosto, come fa in questo caso, si lascia impastare, piccola, quasi invisibile, ma capace di sprigionare, una volta nascosta nelle pieghe di un’anima e lasciata agire al buio e senza troppi disturbi, la forza inarrestabile del lievito.

Vedere fare il pane

E’ a pagina 109 che inizia il racconto che ho deciso di segnalarvi, uno di quelli che più mi ha conquistato; e lo fa seguendo lo schema degli altri: la citazione evangelica, asciutta e breve, sembra un timido cappello introduttivo, ma presto si scopre come serva da pilone di cemento armato ficcato nel suolo a sostenere la casa che vi sorge sopra.

Matteo 13, 33-35
«Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata».

E per fortuna che è così: nessuno iota viene storpiato o eliso. Rimane intatta, la Parola, per questo può esplodere dentro la vita e l’immaginazione di chi la legge e se ne lascia attraversare.

Cinzia Leone assisteva davvero alla mamma che preparava il pane: ogni venerdì che Dio mandava in terra (e non è un modo di dire, era per la loro famiglia un modo di concepire i giorni e il loro ordine carico di senso) e non durante un lockdown ante litteram che la costringesse a trovare passatempi domestici.

Sempre di venerdì

Ogni venerdì mattina a casa mia si ripeteva il prodigio del lievito. Perché di venerdì lo scoprirete più avanti. Il rituale di gesti con cui mia madre preparava il pane mi ipnotizzava. Prima indossava un grembiule ampio, incrociava i lacci dietro alla vita e li girava sul
ventre allacciandoli con un fiocco e, siccome non ero ancora capace di fare il nodo alle scarpe, per me quel fiocco era già magia. Poi si toglieva la fede dal dito e la lasciava cadere in una tazzina. Toccando la porcellana, il cerchio d’oro produceva un tintinnio che per me era l’inizio della festa.

Il lievito e il bambino, La Parola e i racconti, LEV, pag 111

Il senso del venerdì sta tutto nel sabato, che per la madre di Cinzia era lo Shabbath; ebrea sposata ad un cattolico, preservava così la sua fede, madre come un lievito madre di quella del marito. Ad essere Padre per entrambi e il mondo tutto ci pensava Dio, ben al di sopra del soffitto che indicava per suggerire alla figlia l’ingrediente ancora più nascosto e ancora più potente e inarrestabile del lievito che gonfiava l’impasto.

A quel punto con il coltello prelevava dal panetto di lievito la giusta quantità e la metteva in un bicchiere, aggiungeva l’acqua e lo zucchero e mescolava l’intruglio con un cucchiaino finché non diventava un amalgama denso color bianco avorio che nel giro di pochi minuti formava al suo interno tante piccole bollicine. Con le mani a coppa stringeva il bicchiere per trasmettergli calore come fosse un bambino e poi lo lasciava riposare.
Il segreto del pane era tutto in quella poltiglia biancastra capace di modificare ingredienti inerti in un miracolo.

Ibidem

Tempi giusti, tempi sbagliati

“E poi lo lasciava riposare.” Fare il pane come per tutto ciò che deve formarsi e crescere è questione di azioni e attese, di semi depositati e silenzio, di cambiamenti impercettibili che ci portano col loro passo, quasi fossimo bendati, davanti a fatti compiuti non si sa bene come.

L’impasto triplicato, il ventre teso: un panino croccante, un fratellino che piange, pretende il seno e ci ruba la scena (ma anche il cuore). Nessuna magia eppure sono prodigi questi che si ripetono imperterriti; e fanno il pane come fanno la vita. E fanno la vita che si vede come quella ancora più vera, che non si vede. «Dio nessuno l’ha mai visto» e nemmeno lo Spirito e tutta la vita che porta con Sè.

Esiste anche il pane senza lievito, conferma la madre alla bambina che ha chiesto se la magia dei panini caldi e panciuti (no, non si tratta di magia le dirà) la faccia tutta il lievito. Esiste anche il pane azzimo, quello della Pasqua ebraica.

«Il pane azzimo non sa di niente.»
«È il pane del cambiamento, non sono più schiavi ma hanno la responsabilità della loro nuova vita da uomini liberi. Ma è anche il pane dell’afflizione, del tempo sospeso e della fuga. E quando si fugge si mette da parte l’orgoglio…»
«Che c’entra il lievito con l’orgoglio?»
«Il lievito c’entra con tutto: con l’orgoglio, con la vanità, con la malizia. Ma soprattutto con Dio che, anche se non lo vediamo, cresce dentro di noi. Lo scoprirai da grande.»

Ibidem, pag 114

Quanto possono essere lunghe due ore di attesa per una bambina ce lo ricordiamo credo, o per esperienza diretta o vedendo la frustrazione che prende i nostri figli più piccoli quando aspettare qualcosa o qualcuno tocca a loro e non riescono a farsi rapire da altro che non sia ciò che attendono.

Così la bambina alzava il canovaccio per vederlo crescere credendo che la mamma non se ne avvedesse. Non era così e scoprirà che quell’impazienza non era affatto innocua; sbagliare tempo, togliere o aggiungerne in eccesso può distruggere l’azione del lievito. Può stroncare la crescita o lasciarla procedere fino a guastare l’impasto.

Il grembiule stringe

Con tempi diversi ma un simile mistero qualcosa avviene anche alla figura della mamma: prima sottile, al punto da richiedere due giri ai legacci del grembiule, ora senza che la cosa si vedesse accadere, il suo ventre si era allargato. Adesso era teso, grande e abitato.

Lo sente appoggiandoci le mani, la mamma la invita a farlo e le spiega: c’è un fratellino, qui e anche lui cresce un po’ come succede all’impasto per il pane. I bambini credono a ciò che capiscono e vedono, che c’entra il lievito con un bambino? hai mangiato l’impasto? tu e papà siete farina e lievito?

No, Dio è il lievito.

«Tuo padre e io siamo come acqua e farina e mescolati abbiamo fatto un bambino. Tu sei nata dagli stessi ingredienti.»
«E il lievito?»
Mia madre con il dito aveva indicato in alto.
«Il soffitto?» chiesi smarrita.
«Lascia perdere il soffitto. Il lievito è Colui che è.»

Questo racconto, non sarò originale a dirlo, sembra racchiudere come sotto un telo caldo che copre un impasto, il segreto di quel che succede quando incontriamo la Parola di Dio.

Conviene lasciarsi impastare

Da quando Dio ha deciso di parlare all’uomo, fino al culmine dell’Incarnazione, Dio usa figure, immagini e alla fine il Figlio che è Lui; e che a sua volta spiega i misteri di Dio, del mondo, di tutto con parabole e similitudini. Anche questi si fanno metafora e figura e questo in particolare: per questo mi pare che così giustifichi e renda assolutamente godibile l’intera raccolta di inediti.

Noi, tutti noi siamo farina inerte a rischio di saccheggio da parte di fameliche farfalline, fino a che non ci lasciamo prendere e mescolare con quella strana poltiglia fatta di acqua, zucchero e lievito. Non senza dolore, strappati al “packaging” del nostro io, ci lasciamo trasformare.

Questo e gli altri racconti – ma vale per tutte le nostre esistenze catturate in un panetto bianco, tirato e modellato da mani sapienti, non siamo già quasi il regno? Siamo semplicemente in lavorazione, anzi in fase di lievitazione, quindi senza luce diretta puntata addosso e ancora non commestibili, ma quello è il nostro goloso destino: farci dorati, croccanti, buoni come il pane.

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