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Il Papa all’abate di Solesmes: «Su Traditionis custodes discerni tu» 

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Shutterstock I Thoom

i.Media per Aleteia - pubblicato il 09/09/22

«Ho presentato a papa Francesco come Traditionis Custodes era stata percepita in Francia e perché aveva potuto suscitare l’incomprensione di tanti cattolici», ha confidato il padre abate di Solesmes, dom Geoffroy Kemlin, il 5 settembre dopo un incontro con il Papa. «Sono uscito rassicurato dall’incontro e rinforzato nel mio ruolo di abate nel discernimento delle situazioni. La fiducia del Santo Padre è apprezzabile». Lo abbiamo intervistato.

Di passaggio a Roma, il nuovo abate di Solesmes (dom Geoffroy Kemlin) è stato ricevuto da papa Francesco il 5 settembre 2022. Nella loro conversazione hanno toccato il tema della liturgia, a un anno circa dalla pubblicazione del motu proprio Traditionis custodes, che limita in particolare la celebrazione delle messe tridentine. 

All’abbazia Saint-Pierre de Solesmes, madre della Congregazione di Solesmes (24 monasteri maschili e 8 femminili nel mondo), la messa è celebrata in latino col messale di Paolo VI. In alcune abbazie della congregazione, tuttavia, si celebra la messa secondo il messale anteriore. In quest’intervista il giovane abate si sbottona un poco sulla conversazione con papa Francesco. Si lascia andare in particolare sull’esercizio della sinodalità in seno alle comunità che vivono secondo la Regola di San Benedetto, allorché papa Francesco ha avviato un Sinodo sulla sinodalità nella Chiesa universale. 

i.Media: Perché ha incontrato papa Francesco? 

Dom Geoffroy Kemlin: La settimana scorsa c’è stato il sinodo degli abati presidenti benedettini, a Subiaco. Questo incontro annuale si sarebbe dovuto tenere in Polonia, ma a causa della guerra in Ucraina e del fatto che il monastero destinato ad accoglierci funge attualmente da riparo per i rifugiati, abbiamo ripiegato su Subiaco. Poiché sono appena stato eletto abate, ho approfittato del mio soggiorno in Italia per restare qualche giorno a Roma, conoscere Sant’Anselmo [la sede dell’Ordine di San Benedetto a Roma, N.d.R.] e visitare delle congregazioni. Con un poco di audacia, ho chiesto di incontrare il Papa e mi è stata accordata una udienza. 

i.M.: Come si è svolto l’incontro? 

D. G. K.: È stato un momento molto simpatico. Il Papa è stato molto paterno e fraterno con me. Ero venuto con alcune questioni sulla liturgia, dopo la pubblicazione del motu proprioTraditionis custodes del 2021. Mi ha delucidato un certo numero di punti e sono soddisfatto. Per quanto riguarda il nostro modo di fare, a Solesmes, la sua risposta è stata interessante. Mi ha detto: «Io sto a 2mila chilometri dal tuo monastero. Tu sei monaco, e il discernimento è il proprio dei monaci. Non ti dico né “sì” né “no”, ma ti lascio discernere e prendere la tua decisione. 

Questo consiglio, che il Papa aveva già lasciato ad alcuni vescovi francesi andati a trovarlo, è molto paterno. Mi sento dunque molto libero e rassicurato. Decidendo, so che farò quello che desidera papa Francesco. 

i.M.: Ha avuto l’impressione che il Papa fosse cosciente delle turbolenze che Traditionis custodes ha potuto provocare in alcuni segmenti ecclesiali? 

D. G. K.: Gli ho illustrato come il testo era stato percepito in Francia e perché aveva potuto suscitare incomprensione tra cattolici legati alla forma straordinaria del Rito Romano. Mi ha spiegato come si erano svolte le cose: non mi è parso che stesse appurando qualcosa, da me, e mi ha anzi assicurato che quanto gli dicevo gli era già pervenuto da altri canali. Sono uscito rassicurato, dall’incontro, e rinforzato nel mio ruolo di abate per discernere le situazioni. La fiducia del Santo Padre è molto apprezzabile. 

i.M.: Contrariamente al suo predecessore Benedetto XVI, papa Francesco sembra più distante dalla tradizione monastica benedettina. Come il suo pontificato vi nutre, spiritualmente? 

D. G. K.: Ci nutre scomodandoci. Papa Francesco ci fa riflettere sulla nostra maniera di vivere. Ci invita a esaminare i nostri valori e ci chiede perché vi siamo legati. In una certa maniera, ci radica nella nostra vita di monaci benedettini. Il Papa ci aiuta a correggere alcune cose, come il fatto di sentirci installati, soddisfatti di vivere in clausura senza preoccuparci di quel che accade fuori. Non è questo l’Evangelo. 

Io credo che non si possano opporre i papi. Certamente Benedetto XVI aveva una evidente empatia per san Benedetto, ma i papi si iscrivono in una cordata e apportano ciascuno una piccola nota. Sarebbe un errore marchiano, pretendere di rigettare un papa perché non assomiglia ai suoi predecessori: c’è sempre qualcosa da prendere, in un papa. E poi è questo che lo Spirito ci chiama a vivere. 

i.M.: Il tema delle periferie è centrale per papa Francesco. Dal 2013 egli invita i fedeli cattolici a uscire dalle chiese sui sagrati. Cosa vuol dire per un monaco l’invito a uscire verso le periferie? 

D. G. K.: Nelle nostre foresterie ci sono quelli che possiamo definire “buoni cristiani”: vengono a ristorarsi. Ci sono poi tantissime altre persone, di altre religioni o anche non credenti, che pure vengono a bussare alla nostra porta. Sono le “periferie” che vengono a trovarci. Io credo che da un certo punto di vista i monasteri attraggano tali periferie. E papa Francesco ci invita ad accoglierle veramente. È così che riceviamo il suo invito, non uscendo dai nostri chiostri ma mettendoci a disposizione e in attenzione per quanti vengono a trovarci. 

i.M.: Cos’è che li attira, secondo lei? 

D. G. K.: Io penso che sia il nostro stile di vita radicale, una vita differente da tutto quello che si può trovare là fuori. Senza dubbio vengono a cercare un rifugio. Noi dobbiamo lasciarci interrogare, chiederci che cosa voglia lo Spirito, facendoci incontrare queste persone. Devo testimoniare che molte volte il padre preposto alla foresteria o il portinaio sono venuti a dirmi: «Ho incontrato una persona che di primo acchito mi ha suscitato un moto di ripulsa, ma pensando a quel che insegna il Santo Padre mi sono detto che quelle erano le periferie, e che dunque non dovevo esitare». 

i.M.: Papa Francesco ha avviato l’anno scorso il sinodo sulla sinodalità, vasto cantiere biennale che deve concludersi nell’ottobre 2023. Come un monaco benedettino partecipa a un tale sinodo? 

D. G. K.: Abbiamo nella Regola di san Benedetto quel famoso terzo capitolo, nel quale si parla di sinodalità. Benedetto vi spiega che il padre abate ha un potere assoluto nel governo della comunità, ma che per ogni decisione deve chiedere i pareri. Se la questione è importante, deve consultare il Capitolo, e Benedetto precisa nero su bianco che in quei casi bisogna chiedere il parere di tutti i fratelli, anche del più giovane. Per le decisioni meno importanti, il padre abate consulta il Consiglio, che oggi è in parte eletto dalla comunità, in parte nominato dall’abate. 

i.M.: L’esercizio della sinodalità è una cosa difficile, nel quotidiano? 

D. G. K.: È una cosa che ha le sue insidie. Un proverbio africano dice: «Se vuoi andare veloce, allora va’ da solo; ma se vuoi andare lontano, va’ in gruppo». Lo si verifica di continuo. Constatiamo, sì, che lavoriamo più lentamente in squadra, ma per la vita monastica è il processo più fruttuoso. Far partecipare i monaci e un progetto contribuisce anche a farglielo accettare. 

i.M.: In questo tempo di sinodo, i monaci hanno dunque qualcosa da dire alla Chiesa sulla loro esperienza… 

D. G. K.: La Regola di san Benedetto è certamente utilissima. Del resto, nei documenti del Sinodo la si ritrova menzionata. Così nel documento preparatorio si legge come san Benedetto sottolinei che «spesso il Signore rivelava la decisione migliore» a quelli che non occupano posizioni importanti nella comunità. Gli organizzatori del Sinodo hanno dunque già attinto alla Regola benedettina. Da parte nostra, noi monaci dobbiamo anche assicurarci che quel che Benedetto domandava non ci passi sopra la testa. 

i.M.: La Chiesa in Occidente attraversa una crisi. Il numero dei battesimi diminuisce inesorabilmente, così come pure il numero di vocazioni sacerdotali. Talvolta si ha però l’impressione che la crisi risparmi i monasteri. Come stanno le cose? 

D. G. K.: Forse a Solesmes ci rendiamo meno conto della crisi. La nostra foresteria è piena e abbiamo tanta gente a messa la domenica. Niente a che vedere con gli anni 1960, eh: all’epoca bisognava prenotare il posto per riuscire a entrare a messa. Mi hanno raccontato che c’era una coda che arrivava alla strada. 

Non registriamo un calo di frequentazione in foresteria, però a livello di “reclutamento” sì, lo registriamo: la crisi delle vocazioni non si è fatta sentire molto negli anni 1970, quando eravamo percepiti come monasteri “conservatori”. Non abbiamo conosciuto le turpitudini del post-Concilio. A partire dagli anni 1990, però, il calo si è fatto sentire. Nel 1995 c’erano forse 25 novizi, oggi ne abbiamo 4. Attualmente siamo 42 frati in tutto. È un numero importante, ma quarant’anni fa ne eravamo un centinaio. La cosa non mi preoccupa: nella storia, lo sappiamo, ci sono fluttuazioni. Nella prima metà del XIX secolo, per esempio, c’erano pochissimi ingressi “in religione”. E poi siamo noi in Europa a essere interessati dalla crisi, e questo non è il caso di altre regioni del mondo, come l’Africa, dove non sanno più dove mettere i postulanti. 

[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio] 

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