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Cardinal Parolin: «Giovanni Paolo I era un uomo del Concilio» 

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JOHN PAUL I

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Camille Dalmas - i.Media per Aleteia - pubblicato il 02/09/22

Intervista alla vigilia della beatificazione di Papa Luciani con il Segretario di Stato della Santa Sede.

Il prossimo 4 settembre Giovanni Paolo I, il papa che ha regnato per appena 33 giorni, sarà beatificato a Roma da Papa Francesco. Il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato della Santa Sede, è anche presidente della Fondazione vaticana Giovanni Paolo I. In questa intervista rilasciata all’agenzia I.MEDIA, spiega perché “l’importanza di Giovanni Paolo I nella storia della Chiesa è inversamente proporzionale al tempo che ha trascorso a capo della Chiesa”.

Il prossimo 2 settembre Giovanni Paolo I sarà beatificato a Roma da Papa Francesco. Lei aveva 23 anni il 26 agosto 1978, giorno dell’elezione dell’allora patriarca di Venezia. Ricorda quel giorno? Se sì, come hai accolto questa notizia? 

Sì, io ricordo abbastanza distintamente questo giorno. Ero ancora diacono, era il mio ultimo anno di teologia nel seminario di Vicenza, ma mi trovavo a Reggio Emilia durante l’estate per un corso di psicologia. Quel sabato pomeriggio del 26 agosto, eravamo andati a un’ordinazione diaconale di un amico sempre a Reggio Emilia. Quando uscimmo dalla chiesa, si sparse la notizia che era stato eletto il papa. E subito dopo, sapevamo il nome: cardinale patriarca di Venezia. Direi che fu una grande sorpresa, soprattutto per la rapidità dell’elezione. È stato eletto in pochissimo tempo, in meno di 24 ore, contro i pronostici della stampa che davano un Conclave lungo, sofferto e combattuto. Ed era stato eletto, come si è saputo successivamente, con una grande convergenza. Per quanto riguarda la figura di Luciani, nonostante fosse della regione, in quanto patriarca di Venezia e metropolita della regione veneta, non lo conoscevo molto bene. Avevo sopratutto letto il suo libro Illustrissimi. Di fatto non avevo elementi per dare giudizi sulla persona. Eravamo ancora seminaristi, e quindi non eravamo ancora entrati nelle cose vaticane!

Quindi l’ha conosciuto solo più tardi?

Sì, è stato successivamente. Poi, la sua vicenda, la sua morte improvvisa dopo 33 giorni di pontificato ha stimolato un po’ anche l’interesse nei suoi confronti. E poi, per il modo in cui si è ripresentato in quei 33 giorni, per lo stile con cui aveva avviato il suo pontificato l’ha fatto apprezzare in tutto il mondo, e naturalmente ha suscitato questo interesse di approfondirne la figura. 

Lei condivide con Giovanni Paolo I un’origine comune, il Veneto, grande regione segnata dalla presenza di Venezia ma anche da quelle delle Alpi, da cui proveniva Albino Luciani. Quale posto occupa la Chiesa cattolica in questa singolare regione d’Italia che ha dato alla Chiesa molte grandi personalità e santi?

Io penso che le cose sono profondamente cambiate in questi ultimi decenni. Il processo di secolarizzazione che colpisce un po’ tutta la Chiesa, tutto il mondo e soprattutto il mondo occidentale si è fatto sentire di maniera molto pesante, molto massiccia, anche nella nostra regione. Era profondamente cattolica, una regione dove la religione non era vissuta come qualche cosa di sovrapposto alla vita ma faceva intimamente parte della vita, dove era un’espressione più alta della stessa vita. E questo si manifestava soprattutto nella grande pratica religiosa, nel fatto che una percentuale altissima della nostra gente frequentava la messa, i sacramenti, le altre celebrazione liturgiche… E soprattutto a livello delle vocazioni. Nel mio seminario negli anni ’60, c’erano 600 seminaristi infatti. E poi una grande missionarietà nelle tantissime opere cattoliche: questa era anche un’altra caratteristica della presenza della Chiesa nella regione, molta collegata alla realtà sociale, soprattutto nei tempi della povertà. La Chiesa era veramente un fattore di promozione umana, legato alle figure dei parroci che avevano avviato grandi opere di solidarietà, come le cooperative dove la gente si metteva insieme, etc. Adesso rimane certamente ancora una presenza della Chiesa, ma non più quelle caratteristiche che la definivano, anche se è vero che alcuni valori, come ad esempio il volontariato, credo derivino proprio da quei valori che la Chiesa ha saputo inculcare, e che è presente nella nostra realtà veneta. 

Albino Luciani ha svolto la maggior parte della sua missione in Veneto. È stato prima sacerdote nella sua diocesi di origine bellunese, poi vescovo di Vittorio Veneto (1958-1969) e infine patriarca di Venezia (1969-1978). Che ricordo ha lasciato nella sua regione d’origine?

Io credo che lui abbia lasciato un ricordo vivo nella regione del Veneto. A Belluno, dove lui era stato ordinato e ha esercitato il suo sacerdozio, vivono ancora dei sacerdoti che lo hanno avuto come professore in seminario. E lì tutti ricordano appunto per esempio  la sua chiarezza nell’esposizione, questo dono della chiarezza, la freschezza della sua predicazione, aveva un dono speciale per parlare, per farsi capire. Ricordano anche la sua grande attenzione alla catechesi. Questa è sempre stata una delle caratteristiche di Luciani. Ricordano infine anche il periodo quando fu vicario generale quindi anche la fermezza con cui esercitava la sua funzione. Poi ci sono ancora delle persone, abbastanza anziane, che vanno quasi matte da lui, che lo ricordano con grande emozione. 

Come si ricorda di lui come vescovo?

La sua nomina a Vittorio Veneto ha coinciso con i primi passi del Concilio Vaticano II, e quindi la sua progressiva applicazione. A Venezia, credo che sia stato il periodo più duro per lui, dove ha sperimentato molte tensioni. Erano gli anni della contestazione. Quindi la difficoltà di implementare il Concilio di fronte alle tante espressioni di contestazione che sorgevano allora. Però credo che la fotografia più bella, l’ha data il Patriarca attuale di Venezia quando ha detto che è soprattutto la gente umile a ricordarsi il papa Luciani. Era molto vicino alla gente.

A causa del suo brevissimo pontificato, incastonato tra quelli dei due «giganti» che furono per la Chiesa Paolo VI e Giovanni Paolo II, si conosce spesso molto male Giovanni Paolo I oggi. Si parla spesso del «papa col sorriso», della sua morte inattesa. Quali sono i grandi insegnamenti che trae da questi 33 giorni di pontificato?

L’insegnamento principale è stato quello del Concilio. È stato un uomo del Concilio e ha cercato appunto di tradurre nella vita pastorale della Chiesa di cui era pastore appunto, l’insegnamento del Concilio. 

A livello personale, il suo grande insegnamento è stato quello della semplicità evangelica. Una semplicità che era fortemente radicata nella sua umiltà. Ricordo ciò che ha detto Papa Benedetto XVI : «L’umiltà può essere considerata il suo testamento spirituale». L’umiltà è la virtù fondamentale che ci ha insegnato il Signore, che ci rende graditi a Dio e che facilita anche i nostri rapporti con il prossimo, umiltà che non vuole dire inferiorità ma riconoscere che tutti i doni che abbiamo ricevuto vengono da Dio.

Infine, aveva questo modo di vivere integralmente il Vangelo, di andare alla sostanza del Vangelo, senza scissioni, senza divisioni in ciò che pensava, diceva, insegnava e praticava. 

Giovanni Paolo I è oggi l’ultimo papa italiano, dopo 44 papi tutti originari della penisola, ossia più di 450 anni di storia durante la quale la successione apostolica si è fatta all’interno dello «Stivale». Dopo di lui i pontefici sono stati scelti fuori dall’Italia, con Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, e ora, con Papa Francesco, fuori dall’Europa. Si commenta spesso l’importanza di questa internazionalizzazione per la Chiesa universale, ma più raramente i suoi effetti per la Chiesa particolare in Italia. Come vede, come italiano, questa evoluzione? 

Io penso che questi cambiamenti magari all’inizio possono suscitare appunto qualche meraviglia, qualche sorpresa dopo secoli di papi italiani. Però io credo che la cosa sia avvenuta in maniera spontanea, e non ha suscitato nessuna reazione negativa, nessuno rifiuto. Era la natura delle cose che a mano a mano la Chiesa, e la Curia Romana, si aprisse all’internazionalizzazione. Questo è stato uno dei grandi impegni di Paolo VI, era logico che alla fine ci fosse un papa non italiano. Credo che all’interno del concetto di universalità della Chiesa, questo non faccia nessuno problema. Siamo contenti che appunto il Spirito Santo stia andando a cercare il successore di Pietro ovunque nel mondo! 

Dopo Giovanni Paolo I, l’elezione di Giovanni Paolo II dovette essere un momento forte: per la prima volta dopo secoli un vescovo di Roma non era più italiano.

Si, ma – per carità, non voglio lodare gli italiani ! – credo che è un po’ nello spirito italiano questa apertura universale. E forse, non so, il fatto che il Signore abbia scelto Roma come centro della sua Chiesa, che doveva essere cattolica e quindi universale, ha un significato… Si pensi alle dimissioni di Benedetto XVI, che sono state uno shock.  Ma queste sono cose che maturano, e sappiamo che alla fine la storia è guidata dallo Spirito di Dio. In realtà, sia a livello personale che a livello generale, non ho percepito alcuna difficoltà ad accettare questi cambiamenti. 

Si potrebbe infatti avere l’impressione che gli italiani oggi «adottino» il papa che viene eletto e lo facciano loro

Sì, è vero. Abbiamo visto l’accoglienza riservata a Giovanni Paolo II, figura già emersa nel primo conclave del 1978. È qualcosa di molto bello. 

Il pontificato di Giovanni Paolo I sopraggiunge dopo un periodo di grandi cambiamenti nella Chiesa, anche di tensioni, che spingeranno i successivi pontefici ad operare per l’unità. In questo contesto, quali sono state secondo lei le qualità di Giovanni Paolo I che hanno sedotto i cardinali elettori? 

Credo che questo sia molto chiaro. I cardinali hanno visto in lui un pastore molto vicino alla gente. Questo richiama il tema della vicinanza di cui parla tanto Papa Francesco. Hanno visto un pastore che andava all’essenziale della fede, ma anche molto attento alle dinamiche sociali, alle difficoltà della gente.

Molti studiosi di Giovanni Paolo I, tra cui la giornalista e saggista Stefania Falasca, paragonano il 263º papa a Francesco. Pensa che ci sia qualcosa di proprio nella personalità di papa Luciani nell’attuale pontefice?

Ogni papa ha le sue caratteristiche. È sempre pericoloso, a mio avviso, fare paragoni perché sappiamo che ogni Papa è chiamato al suo incarico dallo Spirito Santo attraverso l’elezione dei cardinali e che ogni Papa risponde alle esigenze attuali della Chiesa. Però, credo che ci siano delle somiglianze. Stefania Falasca diceva che prima che papa Francisco fosse eletto, era andata a trovarlo nell’ambito della sua ricerca su Illustrissimi. Lui dimostrava di conoscere molto bene gli scritti del cardinale Luciani. 

Hanno delle affinità. Papa Francesco è anche molto attento alla semplicità. Ha anche una grande capacità di comunicazione, perché Luciani era un grande comunicatore. Condividono anche il desiderio di portare avanti l’eredità del Concilio Vaticano II. Vedrei in questo ultimo punto la loro fondamentale affinità.

Un’affinità che si ritrova nel messaggio Urbi e Orbi pronunciato da Giovanni Paolo I il 27 agosto 1978, quando descriveva i suoi sei auspici per la Chiesa: il proseguimento del Concilio Vaticano II, il mantenimento della disciplina in seno alla Chiesa, l’evangelizzazione, l’ecumenismo, il dialogo interreligioso e la pace. Con questo discorso ha dato una direzione ai suoi successori?

Sì, questa è la linea che hanno seguito tutti i pontefici. Questo era particolarmente importante per Albino Luciani perché era il successore immediato di Paolo VI, che aveva chiuso il Concilio e avviato la fase della sua applicazione. Una fase che considerava più facile e che si è rivelata più complessa. La scelta stessa del nome Giovanni Paolo, i due papi del concilio. Giovanni XXIII lo fece vescovo e Paolo VI cardinale, ma la scelta di questo nome era legata soprattutto alla continuazione del Concilio. E in questo intervento ha dato indicazione per il suo successore. E credo che sia Giovanni Paolo II che Papa Francesco abbiano ripreso questi sei punti programmatici per guidare in profondità e con forza le scelte del Concilio.

A causa della sua morte improvvisa, papa Giovanni Paolo I non viene anche a ricordare che la direzione gerarchica della Chiesa non è affidata a superuomini ma a dirigenti che conoscono la fragilità? E quindi non mostra sotto un’altra luce il senso della gerarchia nella Chiesa cattolica?

Questo ci dice che è il Signore a guidare la sua Chiesa. Una maniera a volte misteriosa, incomprensibile per noi! Io ricordo la sorpresa. Era in seminario, dopo la messa del mattino. Ci hanno detto che il Papa era morto. «Ma come è morto? È morto un mese fa!». Invece era purtroppo vero. Ma certo, significa che il Papa è un uomo e ha tutti i limiti della nostra umanità, e quindi della salute. Questo però significa anche che se uno rimane poco, lascia dei segni indelebili. Diciamo che l’importanza di Giovanni Paolo I nella storia della Chiesa è inversamente proporzionale al tempo in cui è stato a capo della Chiesa. Anche con poco tempo si può fare molto, essere uomini del Vangelo, uomini che cercano di vivere nella profondità del loro ministero.

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