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Alessandra Campedelli, prima allenatrice straniera della Nazionale volley in Iran

ALESSANDRA CAMPEDELLI, VOLLEY, COACH

RM Sport | Youtube

Annalisa Teggi - pubblicato il 31/08/22

Una carriera nella pallavolo che comincia aiutando il figlio sordo. Dalle medaglie olimpiche ed europee con la Nazionale femminile sorde, oggi allena la nazionale iraniana. Prima straniera a occupare questo ruolo

Dal Trentino a Teheran, potrebbe essere l’inizio della cronaca di una disavventura. E invece è proprio un’avventura, è la trama di vita di Alessandra Campedelli che da insegnante di educazione fisica è arrivata ad allenare oggi la Nazionale di pallavolo femminile in Iran.

E’ la prima straniera a occupare questo ruolo.

Seguire il proprio talento, ma anche i segni della realtà

Classe 1974, Alessandra Campedelli dallo scorso 2 giugno è la Ct della Nazionale iraniana femminile di pallavolo. Mi ha incuriosito incrociare la sua storia, e mi pare che parli di come si costruisce una carriera. E’ l’opposto della mera pianificazione per obiettivi ambiziosi e astratti. L’avventura è la cosa più corrispondente a noi umani, un percorso in cui le presenze inattese della realtà diventano una strada maestra verso ipotesi non messe in conto, eppure fecondissime.

E così il punto di partenza di Alessandra Campedelli è una forte predisposizione sportiva. Studia al liceo scientifico, consegue anche una maturità magistrale e poi frequenta l’Isef.

E’ brava in tutti gli sport, predilige quelli di squadra e diventa atleta professionista nell’hockey su prato. La predilezione per la squadra, anche nell’accezione di ‘famiglia’, è occasione di una svolta. Diventa mamma di due figli, Nicolò e Riccardo. Entrambi intraprendono la via dello sport, nel loro caso la pallavolo. E Alessandra segue con particolare premura Riccardo, affetto da sordità. Accompagnarlo si trasforma in un’occasione di lavoro a Verona:

[…] dove sono rimasta 3 anni con una giovanile maschile e dove ho allenato anche mio figlio Riccardo, sordo. Nato come palleggiatore, oggi è un libero. In quel periodo, mi resi conto che la situazione cominciava a pesargli: aveva 12 anni ed era un po’ in difficoltà perché non conosceva altre persone sorde, d’altronde l’avevamo cresciuto in un mondo di udenti. Così ho cercato un contesto nel quale potesse confrontarsi”. 

da Redattore sociale

L’avventura prende corpo così, scoprendo una vocazione dentro le circostanze e i bisogni che la vita le mette di fronte.

Una pioggia di medaglie olimpiche ed europee

Le medaglie olimpiche sono il traguardo più ambito da ogni atleta. Pur riconoscendomi agli antipodi da questo tipo di tempra, so che c’è una sana forma di competizione sportiva, quella che suda sul miglioramento (e non solo sul prevaricare sull’avversario).

Alessandra Campedelli forse non aveva messo in conto di conquistare medaglie prestigiose nel modo in cui sono arrivate. Ma questo suo capitolo di vita è proprio esemplare di cosa sia il lavoro di squadra.

La disabilità del figlio Riccardo fa conoscere ad Alessandra il mondo della FSSI, la Federazione sport sordi Italia. Ed è proprio il figlio a passarle una palla che lei schiaccia a punto.

Con Riccardo sono andata a vedere la finale del campionato italiano che quell’anno era a Brescia. Il padrino della manifestazione era il pallavolista cubano Hernández. Lui mi presentò agli organizzatori non come mamma di Riccardo, ma come allenatrice. Subito mi chiesero la disponibilità a dare una mano in una squadra bresciana di volley maschile. Accettai e, dopo un anno – era il 2016 – ricevetti la proposta di allenate la nazionale italiana femminile sorde di volley, sia senior sia Under 21. Nel 2017 c’erano le Olimpiadi.

Ibid.
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Per allenare queste ragazze, la Campedelli ha imparato la lingua dei segni e molto di più. Le sue competenze sportive e da allenatrice hanno dovuto plasmarsi in una nuova forma di comunicazione in cui occorre ridurre i gesti all’essenziale. Cosa importa di più? Come si infonde coraggio? Come si corregge e come si valorizza?

Il vero frutto del lavoro di squadra è nel di più che si riceve dagli altri. Alessandra ha allenato le giovani pallavoliste, ma è stata anche allenata da loro a una crescita umana fatta di immedesimazione e collaborazione con chi vive un’esperienza di vita segnata da limiti, da non vedere come barriere.

A quelle Olimpiadi per sordi del 2017 in Turchia la nazionale femminile allenata da Campedelli vince il suo primo argento. Nel 2018 è arrivato l’argento ai campionati Europei pallavolo sordi U21 e poi l’oro nel 2019 agli Europei di pallavolo sordi senior e, lo scorso ottobre, l’argento ai Mondiali di pallavolo sordi.

A Teheran, oltre la rete dei pregiudizi

Un’altra caratterista che stimo negli sportivi è la voglia di alzare l’asticella, oltre le proprie zone di comfort. In fondo Alessandra Campedelli avrebbe potuto riposare sugli allori, godersi la soddisfazione di una carriera imprevista, ma arrivata al top.

E invece, c’è la voglia di “stare in partita”, di restare sul campo a vedere quale altra palla arriva da giocare. A fine del 2021 la Campedelli viene a sapere che la federazione sportiva iraniana cerca un’allenatrice per la nazionale di pallavolo femminile. Si candida ed è l’amico Julio Velasco a incoraggiarla.

Proprio Velasco mi colpì durante un incontro pubblico che fece, spiegò la pallavolo come forma di incontro simbolicamente profonda. Fin ad allora avevo pensato alla rete come barriera, Velasco invece disse che è un segno del rispetto per l’avversario: la rete sta lì a dire che non puoi saltare addosso all’altra squadra, costruisci il gioco coi tuoi compagni e lo lanci dall’altra parte.

In questo senso, la pallavolo può davvero essere uno strumento diplomatico. E’ uno sguardo di pace e rispetto e confronto. E dallo scorso 2 gennaio Alessandra Campedelli è diventata allenatrice delle pallavoliste iraniane. Un altro tuffo di comprensione, traduzione e immedesimazione in un mondo altro.

A Teheran vivrò nel Centro olimpico federale femminile: ho visto le ragazze e conosciuto la dirigenza, ho toccato con mano la grande volontà di promuovere e sviluppare lo sport femminile. In Iran lo sport è uno strumento di inclusione, crescita e cultura

Ibid.

Mettersi nei panni altrui non è solo una forma di rispetto, ma di crescita personale. Come si gioca da non udente a pallavolo? A questa esperienza, oggi si aggiunge quella di chi si chiede: come si gioca a pallavolo con il velo?

Si suda di più, la temperatura corporea diventa altissima. E non c’è il contatto diretto della palla con la pelle. Così, attraverso questi dettagli incarnati, si crea un incontro.

A moltissimi chilometri di distanza, noi saremmo pronti a spendere tante parole astratte e arrabbiate sulla condizione femminile in Iran. Ringraziamo chi percorre l’avventura dell’incontro reale, come Alessandra. Alla sua voce e all’esperienza che sta facendo cediamo volentieri il microfono, attendiamo storie e racconti di un’umanità vissuta sul campo.

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