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Dalla via Emilia al mondo: sacerdoti sulla strada di Don Camillo.

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INCONTRO, GUARESCHI, MEETING RIMINI

Meeting Rimini | Flickr

Annalisa Teggi - pubblicato il 24/08/22

Dal palco del Meeting di Rimini 5 sacerdoti hanno raccontato la sfida di portare Cristo nel 'mondo piccolo' di Guareschi, pieno del mistero di bene e male del mondo intero.

Una passione per l’uomo, con questo titolo il Meeting di Rimini non poteva non avere un microfono per Giovannino Guareschi. Anche se da noi, in Emilia Romagna, l’uomo appassionato va anche fuori dalle righe. Quando Don Camillo sferra un cazzotto a Peppone dimostra una gran passione…per quell’uomo che è il nostro nemico (amico) quotidiano.

Accogliendo l’invito di Egidio Bandini, Presidente del Gruppo Amici di Giovannino Guareschi, si sono alternati su uno dei palchi del Meeting 5 sacerdoti che portano Cristo sulle vie di Don Camillo, nella sanguigna e cordiale Emilia Romagna. Il Mondo piccolo di Guareschi è una finestra sull’umano che abbraccia il mondo intero, perché il mistero della vita, della morte, del bene e del male, s’incarnano nel qui e ora di ogni fetta di terra.

Le testimonianze sono state accompagnate dalla voce di Gianni Govi, attore e regista, e dalle musiche di Eugenio Martani, Clarinettista e Corrado Medioli, Fisarmonicista.

Guareschi: la realtà si inventa

Abbiamo tanto bisogno di giornalisti come Guareschi. Che inventino la realtà. L’invenzione è l’antidoto alle fake news. Infatti, inventare è un verbo che è piantato nella realtà: in-venio, significa trovo qualcosa, andando a fondo di ciò che c’è.

Il paese di Mondo piccolo è un puntino nero che si muove insieme ai suoi Pepponi e ai suoi Smilzi in su e in giù lungo il fiume per quella fettaccia di terra che sta tra il Po e l’Appennino. […] I fatti raccontati sono realmente accaduti, un po’ da ogni parte, si capisce. Oppure sono inventati. Ma i più veri sono quelli inventati, perché, dopo che io li avevo inventati sono realmente accaduti e spesso in modo inverosimile.

Giovannino Guareschi

Non è un paradosso quello che abbiamo appena letto. E’, invece, la definizione – ormai dimenticata – di cosa sia la conoscenza. Uno scrittore si immedesima a tal punto con chi incontra che può inventare storie che, poi, diventano anche cronaca. Trova il vero dell’intera umanità nei volti che incontra per strada e lo trasforma in personaggi che parlano la lingua dei nostri bisogni eterni e irriducibili. Fedele alla realtà, Guareschi ha inventato ciò che poi si è incarnato in storie reali. Perché l’essere umano è davvero fratello dei suoi simili, da sempre ferito dalle stesse contraddizioni, animato dagli stessi desideri. Aprendo un qualunque giornale alla pagina della cronaca nera ritroviamo Caino, Erode, Giuda. In qualche trafiletto a fondo pagina, magari, troviamo il buon samaritano e il buon pastore.

E affinché ci sia questa vista profonda sull’umano occorre farsi piccoli. Guareschi ha ridotto al minimo la fetta di terra da guardare e raccontare. E, così facendo, lo riconosciamo ancora come una voce universale. Più ci si incarna, più si ospita il mondo intero nella propria voce.

Tanti Don Camillo continuano ad abitare tra noi. Sul palco del Meeting se ne sono alternati cinque. Uno di loro è don Pierre Laurent Cabantous, di cui vi abbiamo già raccontato. Insieme a lui, Daniel Cardenas, rettore del monastero di Santa Maria degli Angeli a Busseto a Parma e Giancarlo Plessi, Presidente del “Centro Manfredini” di Piacenza. Ascoltate per intero le loro parole nel video integrale (in fondo).

Di seguito, un assaggio delle testimonianze di altri due sacerdoti che portano Cristo in posti esplosivi.

don Luigi Valentini: una canonica grande per gli ultimi

Don Luigi Valentini è l’anima della Comunità Betania, che in provincia di Parma (a Marore) offre accoglienza a scopo terapeutico e riabilitativo a persone cadute nella dipendenza, senza fissa dimora, malati di Aids. La sede è, non a caso, in via del Lazzaretto, nome che evoca l’emarginazione, ma anche la cura degli ultimi.

La Comunità Betania è nata negli anni ’80, quando Don Luigi era sacerdote nella parrocchia Maria Immacolata di Parma e cominciò a verificare un’ipotesi di vera pace insieme a un gruppo di giovani che avevano scelto l’obiezione di coscienza. All’inizio lo fece insieme a 7 ragazzi e alle loro findanzate, presero sul serio un’indicazione della CEI riguardo alla criticità su un progresso economico sfrenato e disincarnato dai valori:

Ma bisogna innanzitutto decidere di ripartire dagli ultimi che sono il segno drammatico della crisi attuale.

La loro mossa partì dal mondo piccolo, cioé Don Luigi e i suoi spalancarono gli occhi sulle presenze problematiche presenti nel loro territorio. E si accorsero del fenomeno devastante della droga. Decisero di aprire le case, per accogliere chi voleva liberarsi dalla dipendenza e poteva farlo accanto a persone competenti che avessero anche un volto amico.

Ed è così che nel 1982 il vescovo di Parma di allora, Benito Cocchi, è venuto una domenica pomeriggio e mi ha detto: “Ascolta, vedo che per te ci vuole una parrocchia piccola e una canonica grande“. E’ stato così che ci si è messi alla ricerca e nel 1983 è nata la comunità Betania, nella canonica di Marore dove aveva vissuto don Lamberto Torricelli, parroco di Giovannino Guareschi.

don Luigi Valentini

Quella del vescovo Cocchi fu una fantastica battuta alla Guareschi. Ma la Comunità Betania ha, soprattutto, in comune con il mondo di Don Camillo un cristianesimo in cui la Parola si fa presenza. Ce lo ricordiamo che inforca la bicicletta e va, Don Cammillo. Non sta chiuso in parrocchia, è solerte a battere il suo territorio centimetro per centimento. E dove va la vera chiesa in uscita?

La periferia non è il luogo della beneficenza, non è il luogo dove si va una volta ogni tanto per fare un’opera buona. Ma la periferia diventa il luogo da abitare tutti i giorni, perché è lì dentro che si riscopre davvero la bellezza e la dignità del volto dell’uomo.

don Luigi Valentini

don Daniele Benecchi: portare il Crocifisso nelle guerre dell’uomo

Il cappellano militare porta Cristo dove nessuno si aspetta che Cristo vorrebbe andare, tra i soldati.

Con queste parole don Daniele Benecchi (cappellano militare regionale della Guardia di Finanza a Bologna) ha avuto tutta la mia attenzione. Perché ci sono posti dove sappiamo che solo Cristo può andare, e poi ci sono posti dove crediamo che Cristo non voglia andare. Ma è un nostro misero pregiudizio, che oltretutto fraintende cosa sia l’esperienza militare.

E allora, giusto per ricentrare l’obiettivo, parto dalla testimonianza di don Daniele che è stata davvero cristiana, cioé plurale e non singolare. Anziché parlare di sé, ha parlato delle storie dei suoi ‘colleghi’ cappellani militari dislocati in Emilia Romagna, perché è nella compagnia che riconosciamo la presenza di Gesù (e non nelle nostre cordate solitarie).

A Forlì e Cervia c’è Don Marco. Ha portato Cristo in mezzo ai nostri soldati due volte in Kosovo, due volte in Afghanistan, in Bosnia e in Libano. E’ uno dei tanti cappellani che ha dovuto rispondere alla domanda che sempre pongono i nostri militari di fronte agli orrori e alle sofferenze di cui sono testimoni in ogni guerra: “Perché se Dio è buono, permette questo male?“. L’unica risposta è il Crocifisso, è Cristo sofferente che è presente in ogni luogo dove c’è il dolore e la violenza.

don Daniele Benecchi

Anche Don Camillo fu cappellano militare durante la guerra, anche se, a proposito di forze armate, ci verrebbe spontaneo tirar fuori dal cassetto della memoria quelle volte in cui imbraccia la carabina, tentato dall’idea di risolvere alla svelta certi problemi con Peppone.

Chi più del prete sta in mezzo ai conflitti? Entrare in un confessionale è entrare in guerra, nel tumulto di bene e male che c’è nelle anime di gente normalissima. In questo senso, ogni sacerdote è un po’ cappellano militare. Presidia una terra esplosiva. E l’idea di pace che porta non è affatto pacifista (nel senso becero che ha assunto oggi). La pace è l’incontro con vivo con Gesù. Non è un comportamento buono, ma una compagnia viva.

L’azione più gratuita che un sacerdote possa fare è la celebrazione della Santa Messa. Il Mistero del Sacrificio Eucaristico non è una proprietà del celebrante, non gli viene chiesta fantasia, inventiva, carisma. Gli viene chiesta la fedeltà a qualcosa che non è suo, non gli appartiene, ma gli viene affidato.

don Daniele Benecchi

In un tempo di egocentrismo spiccato, non c’è presenza più sovversiva di chi non porta sé ma il Padre, l’unico in grado di dirci chi siamo in mezzo al putiferio di ogni giorno.

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