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Afghanistan, un anno dopo

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Wakil KOHSAR / AFP

Salvador Aragonés - pubblicato il 17/08/22

Il regime talebano mantiene il Paese nella miseria e disprezza i diritti umani più elementari, soprattutto delle donne

Un anno fa, l’Afghanistan è caduto nuovamente sotto il regime radicale islamista dei talebani. Ricordiamo in modo vivido le scene di disperazione all’aeroporto di Kabul.

Si vedevano masse che correvano per imbarcarsi su un aereo e fuggire dal Paese di fronte all’avanzata dei talebani e il ritiro precipitoso e caotico delle truppe statunitensi e della NATO. Non si può dimenticare quell’Afghano che si è aggrappato a un’ala dell’aereo ed è caduto a terra quando il velivolo era già a circa 60 metri di altezza.

I talebani hanno conquistato la capitale afghana, Kabul, il 15 agosto 2021, quando hanno dichiarato la vittoria e il Presidente afghano, Ashraf Ghanim, ha abbandonato il Paese.

Le truppe governative hanno praticamente smesso di combattere, prive di morale e di guida. Il Presidente statunitense, Joe Biden, ha annunciato che gli Stati Uniti avrebbero lasciato l’Afghanistan l’11 settembre 2021, ventesimo anniversario dell’attentato alle Torri Gemelle del World Trade Center. Non è arrivato a quella data.

E così è caduto, quasi vergognosamente, per l’Occidente e per gli Stati Uniti in particolare, uno dei regimi più corrotti del mondo, secondo le statistiche degli Stati Uniti.

Pochi Afghani sono riusciti a uscire dal Paese. Solo poche migliaia di coloro che avevano collaborato con la NATO o con i Governi afghani, fantoccio e corrotti.

Un effetto domino mondiale

Si è detto che i talebani dell’Afghanistan avevano sconfitto due superpotenze: la Russia (l’URSS, all’epoca di Mikhail Gorbaciov) e gli Stati Uniti. L’Afghanistan avrebbe cambiato il mondo. In qualche modo, le conseguenze della vittoria talebana e la sconfitta delle potenze occidentali in Afghanistan hanno favorito l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia.

Il popolo afghano – e soprattutto le donne afghane – hanno subìto e continuano a subire la rigidità estrema dell’islamismo radicale dei talebani, che non rispettano minimamente i diritti umani.

Sostenuti da Iran, Pakistan e Arabia Saudita, quando sono arrivati al potere a Kabul – cosa che è sembrata quasi una passeggiata militare, vista la resistenza quasi inesistente da parte delle truppe governative afghane – non hanno rispettato gli accordi a cui erano giunti con gli Stati Uniti per il ritiro dell’ONU dal Paese.

Hanno detto che avrebbero rispettato le donne senza ostacolarne l’istruzione, che non avrebbero avuto rapporti con l’organizzazione terroristica di Al Qaeda, che non avrebbero epurato chi fino a quel momento aveva collaborato con il Governo sostenuto dagli Stati Uniti, che avrebbero abbandonato la produzione e il commercio dell’oppio e di altre sostanze allucinogene e un lungo eccetera, ma poi…

Repressione

Delle promesse fatte, non ne hanno mantenuta quasi nessuna. Al loro interno ospitano la cupola terroristica di Al Qaeda. Qualche giorno fa, i servizi di intelligence degli Stati Uniti hanno ucciso quello che era l’attuale leader dell’organizzazione, Ayman al Zawahiri, il successore di Bin Laden, che viveva proprio in Afghanistan. L’attacco è stato realizzato da un drone all’inizio del mese di agosto.

I talebani hanno anche assassinato più di 100 collaboratori del regime filo-occidentale senza alcun tipo di processo. Decine di migliaia di Afghani sono state condannate a morte, ma per via della corruzione non pochi sono riusciti ad attraversare le frontiere e a recarsi in Paesi europei sicuri.

Una settimana fa sono giunti in Spagna 300 Afghani, molti dei quali condannati a morte, su un aereo proveniente da Islamabad (Pakistan).

Oggi le donne possono andare a scuola solo fino ai 10 anni, e in pubblico devono coprirsi la testa e usare il burka. La musica moderna non è permessa. Le donne che lavorano nel campo dell’istruzione, della sanità o dell’amministrazione pubblica sono state in molti casi licenziate. Quelle che lavoravano in televisione hanno dovuto coprirsi la testa, lasciando liberi solo gli occhi. È la violazione più flagrante dei diritti umani fondamentali.

La chiave: l’oppio

La coltivazione dell’oppio e dei suoi derivati, come l’eroina, e la loro commercializzazione non ha mai raggiunto livelli elevati come oggi. Non ci sono cifre esatte perché si tratta di un commercio illegale, anche se il dipartimento dell’ONU che se ne occupa afferma che l’80% dell’oppio mondiale viene prodotto in Afghanistan. Vengono elaborate anche droghe sintetiche e si coltiva l’hashish.

La maggior parte del denaro che entra nel Paese proviene da attività illegali, come spiega David Mansfield, esperto di Afghanistan e autore del libro A State Built on Sand: How opium undermined Afghanistan (Uno Stato costruito sulla sabbia: come l’oppio ha minato l’Afghanistan).

A giugno, l’ONU ha pubblicato un rapporto in cui si legge che “le principali fonti di finanziamento dei talebani continuano ad essere attività criminali”, tra cui “traffico di droga e produzione del papavero (utilizzato per produrre l’oppio), estorsione, sequestro a scopo di riscatto, sfruttamento minerario ed entrate provenienti dalla raccolta informale delle imposte”.

Alla fine dello scorso anno, David Beasley, direttore esecutivo del Programma Alimentare Mondiale (PAM), ha descritto la situazione in Afghanistan come un “inferno sulla terra”. Anche se da quando i talebani sono tornati al potere nell’agosto 2021 sono cessati spari, bombardamenti e combattimenti, il Paese si trova in una grave crisi economica e alimentare.

Fame

Nove Afghani su dieci soffrono per insufficienza alimentare, secondo il Programma Alimentare Mondiale. Più di 18 milioni di persone, quasi la metà della popolazione afghana, ha così poco cibo che avrebbe bisogno urgente di aiuto.

A causa della fame si registrano scene drammatiche, e i Paesi occidentali non offrono aiuto perché si tratta di un regime che nega quasi tutti i diritti umani.

Attualmente, gli aiuti riescono a soddisfare le necessità di dieci milioni di persone, come ha affermato la direttrice del PAM in Afghanistan, Mary-Ellen McGroarty, in una conferenza stampa online alla fine di luglio.

La conseguenza è che bisogna stabilire una priorità tra i bisognosi, in funzione di criteri come la situazione alimentare attuale o la vulnerabilità specifica. La McGroarty ha parlato di un processo “estremamente difficile e spesso lacerante”.

Il problema è la mancanza di denaro. Il Segretario Generale dell’ONU, António Guterres, ha chiesto agli Stati Uniti e alla Banca Mondiale di scongelare i fondi dell’Afghanistan, ma ha chiesto ai talebani il rispetto dei diritti umani.

Il dilemma va avanti senza che si riesca a trovare una soluzione, possibile solo con la cooperazione con un regime che viola massicciamente i diritti umani e delle minoranze, soprattutto delle donne e delle bambine.

Il dramma dell’emigrazione

Achim Steiner, direttore del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, ha una posizione chiara al riguardo. Nel Forum Economico Mondiale di Davos, alla fine di maggio, lo ha espresso in poche parole: “Semplicemente, non possiamo abbandonare 40 milioni di Afghani per indignazione morale”.

L’Afghanistan ha un territorio di 650.000 chilometri quadrati e una popolazione di poco più di 40 milioni di abitanti. È un Paese ricco di minerali, anche preziosi, ma vive praticamente dell’agricoltura.

Il terremoto del giugno scorso ha provocato un’altra serie di migrazioni avendo distrutto vari villaggi. Il problema dei rifugiati afghani in Europa, che si sono recati soprattutto in Germania, si è visto aggravato dai rifugiati provenienti dall’Ucraina dopo l’invasione del Paese da parte della Russia di Vladimir Putin.

Analizzando le storie degli Afghani – e degli Ucraini – in Europa, non si verifica neanche da lontano quello che Papa Francesco ha scritto nella sua enciclica Fratelli Tutti, pubblicata nell’ottobre 2020.

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