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Moglie e madre, Clotilde ha attraversato la depressione alla luce della fede 

Clotilde Margottin

courtesy of Clotilde Margottin

Marzena Wilkanowicz-Devoud - pubblicato il 12/08/22

Clotilde Margottin confida ad Aleteia le circostanze che l’hanno gettata, quando era una giovane madre, in una depressione severa che l’ha condotta verso un tentativo di suicidio. Un racconto che vi prenderà come un pugno nello stomaco e un fascio di luce in volto, nutrito da una fede profonda.

È una descrizione precisa e onesta della malattia che molti non considerano neanche una vera malattia psichica. Piena di energia, gioiosa, carismatica tra gli amici ma ipersensibile, Clotilde Margottin è entrata nella vita adulta senza sbavature. Giornalista televisiva e radiofonica, moglie fin da giovane, la sua vita aveva tutte le premesse della riuscita. E anche le apparenze – lei stessa non ha prestato attenzione ai segni premonitori. 

Un giorno, poi, è crollata. Tutti gli ostacoli sono diventati insormontabili. Lo scoramento, la disperazione, la vergogna e la paura si ammonticchiavano su una spossatezza cronica e su un sentimento di solitudine accompagnato a senso di colpa. Tutto la paralizzava e le induceva pensieri suicidi: poco a poco, anzi, le sua volontà si instradava verso il vicolo cieco. 

Nel suo libro Se relever toujours, Clotilde Margottin, sposata e madre di cinque figli, giornalista radiofonica e coach accompagnatrice di persone che tentano di uscire dalla depressione, ha lasciato una testimonianza toccante su come ha attraversato la malattia. Vi ha evocato il cammino interiore e intimo, fisico e spirituale, fino a quando non ha potuto finalmente dire “sono guarita”. Il suo racconto tratteggia a pennellate fini (con talvolta magnifiche scintille) come la guarigione si è operata, per trasformare profondamente la sua persona e conferirle una forza radiosa. 

Clothilde Margottin

Marzena Wilkanowicz-Devoud: Lei aveva 21 anni, la vita adulta cominciava a intravedersi: innamorata, fiduciosa, credente, con un diploma da scuola di giornalismo in tasca… Come s’immaginava il suo avvenire, all’epoca? 

Clotilde Margottin: In amore ero completamente naïve. Pensavo che la vita fosse come una fiaba. Molto innamorata, avevo una fiducia immensa in François-Xavier, il mio futuro marito. Era bello, mi rassicurava, avevamo tanti progetti. Non vedevo che l’amore tra noi e la famiglia che stavamo per fondare. Volevo sì occuparmi dei bambini, ma senza accantonare la mia vocazione di giornalista. Del resto, molto presto ho cominciato a lavorare per KTO, la rete televisiva cattolica. 

M. W.-D.: Tutto andava liscio come l’olio: nel suo libro scriveva che fino a quel momento non aveva avuto alcuna crisi… fino al parto di sua figlia, che non è andato bene. Un errore medico che avrebbe avuto delle conseguenze… 

C. M.: L’ho subito al momento in cui mi hanno fatto l’epidurale, quando mi hanno sfondato la dura madre. L’anestesista ha effettuato l’iniezione… parlando al telefono, e aveva calcolato male la dose. Il disastro è stato grave, le conseguenze sulla mia salute si sono trascinate per più di un decennio. Ho subito capito che stava accadendo qualcosa di anomalo, e questo mi ha reso più fragile proprio mentre diventavo madre. 

M. W.-D.: Lei ha scritto anche di un brutto clima in quel reparto di Maternità… 

C. M.: Direi decisamente che il clima non era di benevolenza. Sono arrivata in quella famosa clinica privata al mattino presto. Mi hanno messa sdraiata senza dirmi altro. Era il mio primo parto, non osavo dir nulla. Poiché non avevo esperienza, sono rimasta tutta la giornata a letto a subire le contrazioni, ignorata dalle infermiere. Dodici ore più tardi, sempre in “pre-travaglio”, avevo freddo. Ho chiesto una coperta all’anestesista che stava preparando l’epidurale. È scoppiata a ridere dicendo: «Ah, lei ha freddo! Aspetti un attimo, adesso si scalderà partorendo!». Altri commenti di questo tono hanno fatto seguito al primo. Questa sequenza di indelicatezze mi ha molto menomata nel momento cruciale della mia vita: diventavo madre per la prima volta. Certo, la nascita di nostra figlia è stata un momento meraviglioso, una gioia immensa… ma al contempo non riuscivo a riprendermi dalle nausee, dalle emicranie e da dolori che non finivano mai. 

M. W.-D.: Il post-partum è andato male, e lei si sentiva molto in colpa. Come se lo spiega? 

C. M.: C’era un contrasto fra quello stato anomalo che non comprendevo e le lodi della maternità che parenti e amici tessevano vedendo la mia magnifica bambina. Appena madre da qualche giorno, mi sentivo in colpa per il non essere all’altezza, pur soffrendo in silenzio dell’incomprensione e del malessere che provavo. 

M. W.-D.: Era l’inizio di quella lunga depressione che l’avrebbe condotta, qualche anno più tardi, a un tentativo di suicidio? 

C. M.: Quel che ho vissuto allora è stata una depressione post partum di sei mesi, intensificata dall’errore medico. Anche se non c’è un legame diretto fra quella depressione post partum e la mia depressione severa, quella fase mi ha infragilita. Il meccanismo che si è innescato allora era simile a quello che, molto più grave, avrebbe avuto luogo più tardi. 

M. W.-D.: Dopo un tempo di relativa calma segnato da due nascite consecutive, la prova della morte di suo suocero, molto giovane, ha colpito suo marito e, subito dopo, la malattia di suo padre hanno innescato una depressione stavolta severa… 

C. M.: Era difficile immaginare quel che vivevo. Le apparenze ingannavano. All’epoca avevamo lasciato Parigi per trasferirci nella regione di Ginevra. Era l’inizio di una vita molto confortevole in un bell’appartamento con vista sul lago. Ero incinta del nostro quarto figlio e, davanti alla malattia di mio padre, sono crollata. È stato un mix di impotenza, di tristezza e di sfinimento, con una sensazione di fallimento che non mi lasciava più. Ero paralizzata dal più piccolo compito, ma proprio anche il mettere in tavola tre piatti per far mangiare i bambini: tutto era al di sopra delle mie forze. Non potevo più gestire la mia vita, né quella della mia famiglia: la subivo. Con François-Xavier non ci capivamo più. Cercavamo di sostenerci, sì, ma non riuscivamo a comprendere ciascuno il dolore dell’altro. Eravamo come due poveri che cercano di andare avanti senza avere i mezzi per farlo. Ed è stato nel momento della morte di mio padre che la depressione grave si è installata a fondo. 

M. W.-D.: Come l’hanno invasa le idee suicide? 

C. M.: Era il mese di agosto. Passavo le vacanze estive nella nostra casa di famiglia, in Vandea. Ogni anno, tutta la famiglia si ritrovava lì il 15 agosto per la festa dell’Assunta. Normalmente, quei momenti passati insieme erano pieni di gioia e di levità, ma stavolta è stato il contrario: domande o affermazioni negative come “perché vivo?”, “a che serve?”, “non ce la faccio più”, “non ho più la forza di battermi”, mi perseguitavano. Si mescolavano alla paura del ritorno dalle vacanze. La vita quotidiana che dovevo tornare a subire mi appariva insormontabile. Quel giorno, invece di pranzare con gli altri sono salita in una camera nel punto più alto della casa. La finestra era aperta. All’improvviso ho sentito che era la soluzione. Saltare, per finirla con i miei tormenti, per mettere un punto alla sofferenza. Insomma, per finirla con la disperazione. Nella mia testa, gettandomi nel vuoto avrei migliorato una situazione invivibile per tutti. Era un cedimento al male. 

M. W.-D.: È stato nel momento in cui stava passando all’atto che l’hanno portata via a forza… 

C. M.: Sono stati mio fratello e la mia sorella maggiore a portarmi via a quattro mani: quella duplice tenaglia mi ha riportata alla realtà. Inconsciamente, credo che aspettassi quel gesto da parte loro. Qualche istante più tardi, mi hanno posto questa domanda: «Come va, veramente?». È stato lì che si è sbloccato qualcosa: sono esplosa in singhiozzi. Poi, ho potuto confidare loro tutta la mia disperazione. Quel “come va, veramente?” mi ha liberata. Quella domanda mi ha permesso di scrivere, quella sera, nel mio diario, la parola “guarigione” a lettere maiuscole. Era stato il primo passo. Ho però compreso molto presto che nessun parente – né mio marito, né mio fratello e le mie sorelle – mi avrebbero potuto davvero aiutare nella mia guarigione. Ci sarei dovuta arrivare da sola. 

M. W.-D.: Perché? 

C. M.: Perché chi soffre di depressione ha bisogno di uno sguardo esterno, fuori dal circolo famigliare. Uno sguardo esterno, cioè quello di un professionista della salute, perché si tratta di una malattia. Ho preso allora una decisione radicale: andare a curarmi in una clinica psichiatrica. È stato l’inizio dell’attuazione di un piano di salvataggio. 

M. W.-D.: Quale è stata la reazione di suo marito? 

C. M.: La mia decisione gli ha fatto deporre le armi. È uscito dalla logica di sopravvivenza in cui si era rifugiato per non farsi schiacciare dalla mia malattia. Mio marito è stato sollevato e anche impressionato dalla mia decisione radicale, che ha trovato coraggiosa. Ed è stato in quel momento che la tenerezza e la benevolenza sono improvvisamente ricomparse fra noi. Le nostre conversazioni sono tornate più serene. Di fatto, era non solo l’inizio della mia guarigione ma di quella della nostra vita di coppia. 

M. W.-D.: Vale a dire…? 

C. M.: Penso che la nostra relazione abbia traballato, quando è arrivata la diagnosi: una volta che la mia malattia è stata nominata da una persona terza, da un professionista. Quanto a me, ho capitolato e accettato la debolezza. François-Xavier a sua volta doveva accettare la mia malattia. È stato da quella sera che abbiamo cessato di accusarci a vicenda. E in quel momento c’è stata una vera grazia che ci ha permesso di accettare i nostri limiti e di cercare di trasformare quella prova in sorgente di forza. Concretamente, per François-Xavier questo significava rinunciare a tutte le attività esterne e concentrarsi esclusivamente sui nostri quattro figli… e su di me, la sua moglie malata. 

M. W.-D.: Come i vostri figli, che allora avevano soltanto 7, 6, 3 e 2 anni, hanno vissuto quel periodo di separazione? 

C. M.: Quando sono dovuta andare in clinica abbiamo riunito tutta la famiglia in salone. È stato mio marito ad annunciare la notizia. Non mi dimenticherò mai mia figlia di 6 anni dire: «Io lo so che la mamma è malata: si vede!». Gli altri mi hanno confidato le loro angosce molto più tardi. Un’altra figlia avrebbe avuto la delicatezza di attendere il mio ritorno a casa per dirmi: «Siccome non sei più malata, posso raccontarti quanto ho avuto paura». E l’altra mi avrebbe confidato: «Ero contenta che partissi per curarti, adesso va molto meglio». I bambini vedono tutto e capiscono tutto. 

M. W.-D.: Com’è andata la sua ospedalizzazione? 

C. M.: Una volta dietro la porta della clinica, ho sentito rapidamente un senso di sollievo. Molte cure, molta dolcezza, molte attenzioni. Le giornate erano puntellate da riposo, ateliers, corsi… ma soprattutto da molto ascolto, senza giudizî e senza lezioni di morale. 

M. W.-D.: Nel suo libro lei parla dell’importanza della relazione con il medico… 

C. M.: Al mio arrivo, è venuto a salutarmi e a congratularsi con me dicendomi che avevo mosso un primo passo verso la guarigione, decidendo da me di farmi curare. Abbiamo formato un vero tandem medico-paziente. Questo mi ha permesso di recuperare un po’ di fiducia in me. Avevo veramente l’impressione di essere nel posto giusto e al momento giusto. Così la guarigione ha cominciato a operare. 

M. W.-D.: Ha imparato a conoscersi meglio? 

C. M.: Mi hanno fatto fare test di quoziente intellettivo e di personalità che mi hanno permesso di comprendere come fossi strattonata fra una grande sensibilità, una sete di ideale e una volontà di ferro. Avevo combattuto senza averne consapevolezza, ed ero sfinita… La mia guarigione doveva allora consistere nell’ordinare tutte queste componenti, le migliori come le peggiori. Anzitutto in clinica, poi con un accompagnamento medico e un trattamento decisamente pesante una volta che fossi rientrata a casa. Una guarigione che ha richiesto diversi anni con dei periodi di stasi tra momenti di progresso. 

M. W.-D.: Come è andato il ritorno a casa? 

C. M.: Mi ricorderò di quella giornata per tutta la vita. I bambini mi aspettavano… li sentivo un poco intimiditi: si sono precipitati fra le mie braccia pur assicurandosi della presenza confortante del padre. Mi hanno fatto comprendere, con le loro parole e con i loro gesti, tutto l’amore che avevano per me. Ero la loro madre, non avevo mai cessato di esserlo, ma il loro amore e la loro tenerezza mi hanno aiutata enormemente. 

M. W.-D.: Ha sentito la presenza di Dio, nella guarigione sua e della vostra vita di coppia? 

C. M.: Il sacramento del matrimonio è sempre stato, per François-Xavier e me, qualcosa di molto importante. L’uomo che ho sposato è stato non solo perché era bello, ma perché c’era un’alchimia dei cuori. Avevo la convinzione profonda che fossimo impegnati a tre, con Cristo. Dunque sapevamo internamente che non eravamo soli e che Dio non ci avrebbe abbandonati mai. Con questa prova, dopo un periodo in cui non abbiamo compreso la sofferenza dell’altro, ci siamo poco a poco ritrovati. Al mio ritorno, la vecchia organizzazione della nostra vita famigliare è dovuta cambiare: il modello del marito che lavora molto fuori e della madre che si occupa dei bambini non era più vivibile. Al contrario. Sono stata edificata al vedere come François-Xavier si è mobilitato per gestire la nostra vita quotidiana. La sua presenza presso i nostri bambini mi ha molto toccata e mi ha infuso coraggio per progredire ogni giorno. 

Clothilde Margottin
François-Xavier e Clothilde Margottin

Abbiamo approfondito ed esteso la nostra vita di preghiera in coppia. Amavamo dire a Gesù: 1Prega per la nostra famiglia e per la prova che attraversa». Sono entrata in un gruppo di spiritualità per mamme e preghiamo via internet. Quanto a François-Xavier, da parte sua, è entrato in un gruppo di preghiera di padri. È stato un sostegno molto importante per lui, come quello del suo padre spirituale. Un giorno quest’ultimo gli ha detto: «Guarda tua moglie come Cristo. Occupati di lei come se ti occupassi di Cristo». Insieme abbiamo fondato una Équipe Notre-Dame. La vera esperienza spirituale è quella della fragilità e dell’amore debordante. È quello che ho visto nel nostro cammino di coppia con la mia malattia. 

M. W.-D.: Dopo due anni e mezzo di terapia e cinque anni di convalescenza, oggi lei è guarita. La vita normale può riprendere. Teme una ricaduta? 

C. M.: No, perché ora sono avvertita! Quando vedo i segni pericolosi, come la fatica, lo stress, la mancanza di sonno, le cattive notizie, resto molto prudente. Al contempo, la mia guarigione attraverso il lavoro di psicoterapia mi ha equipaggiata di armi. E mi ha pure permesso di approfondire e di consolidare la mia vita di fede. Qualsiasi cosa io viva, sono amata da Dio. Oggi lo so, c’è questo versetto nelle Scritture: «Sei prezioso ai miei occhi e io ti amo così come sei». È scolpito nella mia anima.

[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio] 

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