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Satoko, battezzata Elisabetta Maria, e quel sì a Dio che chiama tra i rifiuti

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SATOKO, KITAHARA

Ann Maria Clara, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons

Annalisa Teggi - pubblicato il 04/08/22

Figlia di famiglia benestante, discendente di samurai, Satoko Kitahara trovò la vera felicità servendo Dio in mezzo agli straccivendoli di Tokyo. Malata di tubercolosi, morì a soli 29 anni, venerabile dal 2015.

Honne e tatemae, la voce silenziosa dietro la facciata

Satoko Kitahara è stata dichiarata venerabile da Papa Francesco nel 2015. Fin da subito dopo la sua morte, nel 1958, fu considerata al pari di una santa dai giapponesi. La storia della sua dedizione ai poveri suscitò stupore, ammirazione e commozione nel popolo.

Il suo percorso di vita è stato breve e folgorante, è morta a 29 anni. La sua conversione al cattolicesimo l’ha progressivamente portata a dedicare la sua vita agli ultimi, nonostante la malattia. Lo racconta Paul Glynn, con una scrittura profonda e uno stile narrativo coinvolgente, nel libro Maria del Villaggio delle Formiche (Itaca edizioni).

La lingua giapponese fa una distinzione termilogica che può essere illuminante per sintetizzare la storia di Satoko. C’è l’espressione honne che indica “la vera voce che è custodita silenziosa e nascosta nell’intimo delle cose”. E c’è tatemae, che è la facciata, indica il comportamento e le opinioni che una persona mostra in pubblico. Ecco, il cammino di Satoko – e vale per tutti noi – è stata una progressiva liberazione dal tatemae, dall’apparenza, per andare a scovare honne, la voce intima e vera che grida il bisogno di senso e felicità dentro l’anima.

Una ragazza in guerra

Satoko Kitahara era figlia di una famiglia benestante, suo padre era professore universitario e discendeva da una stirpe di samurai. La sua intelligenza e i suoi molti talenti lasciavano presagire un futuro luminoso e pieno di grandi riconoscimenti, meritatissimi.

Eppure Dio ha chiamato Satoko a verificare un’ipotesi opposta, più compiuta e gratificante, anche se apparentemente costellata di sconfitte, rinunce e malattia. La prima grande obiezione a una vita serena fu la guerra, Satoko era una ragazzina quando la Seconda Guerra Mondiale schiacciò il Giappone senza pietà. Morti e povertà assoluta, questo lo scenario che si aprì all’indomani della fine del conflitto. E se era riuscita a sopravvivere alle bombe, aveva però contratto la tubercolosi come molti giapponesi in quegli anni.

atomic bomb

Proprio questa malattia sarà un segno paradossale della chiamata di Dio, la costringerà a sentire l’ honne – voce profonda – sotto il rumore di tante altre apparenze. Negli anni complessi del dopoguerra, l’anima di Satoko fu in tormento fino a un incontro inaspettato. Di religione scintoista, la ragazza rimase incantata da un’immagine della Madonna vista in una chiesa cristiana, quasi per caso.

La statua di Nostra Signora di Lourdes era di gesso, e certamente non era una grande opera d’arte. Impallidiva per la sua insignificanza artistica in confronto con le statue buddiste che Satoko aveva studiato nei libri di scuola, immagini di fama mondiale come il Bodhisattva al chiaro di luna di Nara, o il Miroku di Kyoto, “il Salvatore che deve venire”. Eppure questa statua della Vergine di Lourdes, decisamente inferiore, commosse Satoko come nessun’altra aveva mai fatto. Toccò qualcosa di profondo dentro di lei, avrebbe scritto, e le fece rivivere i ricordi di un avvenimento avvenuto quando aveva appena sette anni.

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Vera purezza tra gli straccioni

Il ricordo di Satoko riguardava il suo aver ammirato certe bellissime donne giapponesi che servivano nei templi scintoisti. Nella loro bellezza, e anche in quella di certi spettacoli naturali, c’era qualcosa che l’attirava:

Avevo sempre sperimentato un vago ma forte desiderio di purezza. Non era qualcosa che potevo descrivere a parole, ma era sicuramente in me fin dall’infanzia.

pag. 91

L’attrazione per la Vergine di Lourdes avvicinò Satoko all’ordine missionario delle suore Mercedarie spagnole presenti in Giappone. Si recò da loro e, senza tanti giri di parole, affidò loro le urgenze del suo cuore. Che cos’è la vita? – chiese un giorno a Madre Angeles. Approfondendo la conoscenza della religione cristiana, Satoko la trovò corrispondente a tutto quello che di irrisolto si portava dentro. Fu battezzata con il nome di Elisabetta e quando ricevette la Cresima aggiunse il nome di Maria.

Voleva farsi suora, ma a causa della turbercolosi le suore le suggerirono di rimandare il suo periodo di postulato a tempo indeterminato. Questo sembra essere uno di tanti segni di un Dio strano, che chiama Satoko rifiutando i suoi desideri. E portandola, letteralmente, tra i rifiuti, dove la sua vocazione fiorì… spegnendosi.

Da bambina Satoko era soprannominata Principessa. Finì a condividere la vita con gli i poveri straccioni che vivevano nelle baracche sulle rive del fiume Sumida a Tokyo.

Il sì incondizionato a un Dio Padre che chiama attraverso ‘i rifiuti’

Non poteva servire come suora, ma voleva servire. E decisivo per Satoko-Elisabetta fu l’incontro con un frate che era arrivato in Giappone insieme a Massimiliano Kolbe,il polacco Zeno Żebrowski. Fu lui a introdurla a quello che poi fu chiamato il Villaggio delle formiche. Le famiglie ridotte in povertà ed estrema indigenza dalla guerra si erano assembrate come scarti in riva al fiume Sumida, a Tokyo. Vivevano in baracche malsane, campavano raccogliendo stracci e rifiuti. A loro Zeno portava la buona notizia cristiana, con una particolare premura.

Zeno era sempre stato attento a seguire le istruzioni di Kolbe: «Siamo venuti in Giappone per insegnare un vangelo d’amore, non per condannare il popolo giapponese».

pag. 118
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Satoko-Elisabetta fu progressivamente “catturata” dalle anime di questi straccivendoli e si dedicò anima e corpo, insieme ad altri che non condividevano la sua fede cristiana, a trasformare quel luogo di scarti in un posto di umile e dignitoso lavoro. Nonostante la malattia, si trasferì dalla sua bella casa al villaggio delle formiche. Mise la sua educazione a disposizione delle famiglie degli straccivendoli, facendo studiare i loro bambini. Insegnò loro la cura personale, l’amore per il bello, la speranza cristiana.

Fu straccivendola tra gli straccivendoli, ma anche questo servizio devoto fu spostato da Dio a un altro livello. Satoko voleva dare tutta se stessa per il villaggio, ma la malattia la bloccò a letto in modo sempre più paralizzante.

È difficile stare ferma mentre gli altri sono fuori a lavorare. Riposare, mi dicono… Non posso fare altro che rinunciare alla mia volontà. E amare Gesù!

Satoko Kitahara

Stare a guardare le crepe del soffitto

D’estate scegliamo letture leggere e “rinfrescanti”. Ci portiamo addosso il peso di un anno lavorativo spossante, vogliamo staccare, far respirare il cervello.

Il libro di Paul Glynn su Satoko Kitahara risponde perfettamente a queste richieste, anche se può sembrare tutt’altro che una lettura leggera. Lo è invece. Ed è la leggerezza sfrontata e paradossale di Dio. Satoko aveva tantissimi talenti da mettere a disposizione, un bravo imprenditore li avrebbe sfruttati tutti, sfregandosi le mani. Dio ha rifiutato le capacità di Satoko, ha anche frantumato i suoi desideri. Voleva lei, solo lei in purezza. Perché Dio ci alleggerisce di maschere, non ha bisogno che siamo capaci. La sua leggerezza paradossale è questa: la sola nostra presenza è tutto per lui.

E la testimonianza di Satoko, che ha così tanto colpito il suo popolo, fu questa progressiva disponilità a un’inutilità che costruisce più delle capacità migliori. La turbercolosi la portò alla prostrazione fisica estrema, la consumò. Ma, proprio allora, un altro sacerdote che era presente al villaggio ricorda:

Prima di morire, continua Vallade, raggiunse una grande pace nel sapere che la volontà di Dio per lei era di «stare a letto a guardare le crepe del soffitto» della baracca che era
la sua casa.

pag. 255

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