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Papa: quello contro gli indigeni è stato un genocidio

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GUGLIELMO MANGIAPANE | AFP

Vatican News - pubblicato il 30/07/22

Sul volo di ritorno dal Canada Francesco parla del viaggio appena concluso e del vecchio e nuovo colonialismo. Dice di non aver ancora pensato a rinunciare, ma sdrammatizza: “si può cambiare Papa”. Parla del Cammino sinodale della Germania, dello sviluppo della dottrina e dell’importanza delle donne nella trasmissione della fede

Quello contro gli indigeni è stato un genocidio. Rispondendo alla domanda di una giornalista canadese Papa Francesco, sul volo di ritorno che da Iqaluit lo ha riportato a Roma, ha parlato dei temi del viaggio appena concluso e del colonialismo, vecchio e nuovo. Ma ha affrontato anche il tema della rinuncia al pontificato, sollecitato più volte su questo dalle domande dei giornalisti, spiegando che per il momento non pensa di dimettersi pur considerando quella come una possibilità. All’inizio della conferenza stampa, Francesco ha ringraziato i cronisti che volavano con lui: “Buonasera e grazie dell’accompagnamento vostro, del vostro lavoro qui, so che avete lavorato tanto e grazie della compagnia, grazie”.

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Jessica Ka’Nhehsíio Deer (CBC RADIO – CANADA INDIGENOUS)

Io sono una discendente di un sopravvissuto di una scuola residenziale. I sopravvissuti volevano vedere azioni concrete nelle sue scuse, inclusa una dichiarazione sulla fine della Doctrin of discovery. Nelle Costituzioni negli Usa e in Canada gli indigeni continuano a essere spodestati della loro terra, senza potere sulla loro terra, a motivo delle bolle papali e della Doctrine of discovery. Non pensa di aver mancato l’opportunità di fare una dichiarazione su questo durante il suo viaggio in Canada? 

Non ho capito la seconda parte della domanda. Può spiegare cosa intende come Doctrin of discovery?

Jessica Ka’Nhehsíio Deer

Quando parlo con gli indigeni, loro dicono che quando i coloni vennero a prendere la loro terra, si riferivano a questa dottrina che stabiliva che loro erano inferiori ai cattolici. È così che Usa e Canada sono diventati Paesi …

Grazie della domanda. Credo che questo è un problema di ogni colonialismo. Ogni, anche oggi. Le colonizzazioni ideologiche di oggi hanno lo stesso schema: chi non entra nel loro cammino, nella loro via, è (considerato) inferiore. Ma voglio andare più avanti su questo. (Gli indigeni) non erano considerati solo inferiori. Qualche teologo un po’ pazzo si domandava se avevano l’anima. Quando Giovanni Paolo II è andato in Africa alla porta dove venivano imbarcati gli schiavi, ha dato un segnale perché noi arrivassimo a capire il dramma, il dramma criminale. Quella gente era buttata nella nave in condizioni disastrose. E poi erano schiavi in America. È vero che c’erano voci che parlavano chiaro come Bartolomeo de Las Casas e Pedro Claver, ma erano la minoranza. La coscienza della uguaglianza umana è arrivata lentamente. Dico la coscienza perché nell’inconscio ancora c’è qualcosa… Sempre abbiamo come un atteggiamento colonialista di ridurre la loro cultura alla nostra. È una cosa che ci viene dal modo di vivere sviluppato nostro, che delle volte perdiamo dei valori che loro hanno. Per esempio i popoli indigeni hanno un grande valore che è quello dell’armonia con il creato. E almeno alcuni che conosco lo esprimono nella parola “vivere bene”, che non vuol dire come capiamo, noi occidentali, passarla bene o fare la dolce vita. No. Vivere bene è custodire l’armonia. E questo per me è il grande valore dei popoli originari: l’armonia. Noi siamo abituati a ridurre tutto alla testa. Invece – sto parlando in genere – la personalità dei popoli originari è che sanno esprimersi in tre linguaggi: con la testa con il cuore e con le mani. Ma tutti insieme. E sanno avere questo linguaggio con il creato. Poi c’è questo progresso accelerato dello sviluppo, esagerato, nevrotico che noi abbiamo… Non parlo contro lo sviluppo, che è buono. Non è buona quella ansietà che noi abbiamo: sviluppo, sviluppo, sviluppo… Guarda: una delle cose che la nostra società ha perso è la capacità della poesia.

I popoli indigeni hanno questa capacità poetica. Non sto idealizzando. Poi questa dottrina della colonizzazione, è vero, è cattiva, è ingiusta ed è usata anche oggi. Lo stesso. Con guanti di seta forse. Ma è usata anche oggi. Per esempio alcuni vescovi di qualche paese mi hanno detto: il nostro Paese quando chiede un credito a qualche organizzazione internazionale e gli mettono delle condizioni anche legislative colonialiste, che gli fanno cambiare un po’ il modo di vivere.  Ora, tornando alla colonizzazione nostra, diciamo quella in America, quella degli inglesi, dei francesi, degli spagnoli e dei portoghesi, sempre c’è stato quel pericolo, anzi quella mentalità: noi siano superiori e questi indigeni non contano. E questo è grave. Per questo dobbiamo lavorare su quello che dici. Andare indietro e sanare – diciamo così – quello che è stato fatto male. Ma nella consapevolezza che oggi esiste lo stesso colonialismo. Pensa per esempio un caso – che è universale mi permetto di dire – pensa al caso dei Royngya in Myanmar, sono considerati di un livello inferiore, non hanno diritto di cittadinanza. Anche oggi.

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Brittany Hobson, (THE CANADIAN PRESS)

Lei spesso parla del fatto della necessità di parlare chiaramente, onestamente e con parresia. Lei sa che la Commissione canadese per la verità e la riconciliazione ha descritto il sistema delle scuole residenziali come un “genocidio culturale e poi è stato modificato come genocidio. Coloro che hanno ascoltato la sua richiesta di perdono nei giorni scorsi hanno espresso il loro disappunto perché la parola genocidio non è stata usata. Lei userebbe queste parole per dire che membri della Chiesa hanno partecipato a un genocidio?

È vero, non ho usato la parola perché non mi è venuta in mente, ma ho descritto il genocidio e ho chiesto scusa, perdono, per questo “lavoro” che è genocida. Per esempio ho condannato questo pure: togliere i bambini, cambiare la cultura, cambiare la mente, cambiare le tradizioni, cambiare una razza – diciamo così – tutta una cultura. Sì è una parola tecnica genocidio, io non l’ho usata perché non mi è venuta in mente, ma ho descritto… è vero, sì, sì è un genocidio. Tranquilli, tu puoi riferire che ho detto che è stato un genocidio.

Valentina Alazraki (TELEVISA)

Papa Francesco, supponiamo che questo viaggio in Canada sia stato anche un test, una prova, per la sua salute, per quelle che lei stamattina ha chiamato “limitazioni fisiche”. Allora volevamo sapere, dopo questa settimana, cosa ci può dire dei suoi futuri viaggi: se vuole continuare a viaggiare così, se ci saranno dei viaggi che non può fare per queste limitazioni, oppure se pensa che l’operazione al ginocchio potrebbe risolvere di più la situazione e (tornare a) viaggiare come prima.

Non so, non credo che possa andare con lo stesso ritmo dei viaggi di prima. Credo che alla mia età e con questa limitazione devo risparmiare un po’ per poter servire la Chiesa. Poi, al contrario, posso pensare la possibilità di farmi da parte, questa, con tutta onestà, non è una catastrofe, si può cambiare Papa, si può cambiare, non c’è problema. Ma credo che devo limitarmi un po’ con questi sforzi. L’intervento chirurgico al ginocchio non va, nel mio caso. I tecnici dicono di sì, ma c’è tutto il problema dell’anestesia, io ho subito dieci mesi fa più di sei ore di anestesia e ancora ci sono le tracce. Non si gioca, non si scherza con l’anestesia. È per questo che si pensa che non sia del tutto conveniente. Io cercherò di continuare a fare dei viaggi ed essere vicino alla gente perché credo che è un modo di servire: la vicinanza. Ma più di questo non mi viene da dire, speriamo… In Messico non c’è nessuna previsione ancora eh?

Valentina Alazraki

No no, quello lo so, ma c’è il Kazakistan, e se va in Kazakistan non dovrebbe andare anche in Ucraina?

Io ho detto che in Ucraina vorrei andarci. Vediamo adesso cosa trovo quando arrivo a casa. In Kazakistan per il momento mi piacerebbe andare, è un viaggio tranquillo, senza tanto movimento, è un congresso di religioni. Per il momento tutto rimane. Devo anche andare in Sud Sudan prima che in Congo, perché è un viaggio con l’arcivescovo di Canterbury e con il vescovo della Chiesa di Scozia perché abbiamo fatto tutti e tre insieme il ritiro due anni fa… E poi il Congo, ma sarà l’anno prossimo, perché c’è la stagione delle piogge, vediamo… Io ho tutta la buona volontà, ma vediamo la gamba cosa dice.

Carolina Pigozzi (PARIS MATCH)

Lei stamattina ha incontrato in arcivescovado i membri locali della Compagnia di Gesù, la sua famiglia; come sempre fa durante i suoi viaggi.  Nove anni fa tornando dal Brasile le avevo chiesto se si sentiva ancora gesuita. La sua risposta fu positiva. Il 4 dicembre scorso dopo aver visto i gesuiti in Grecia lei ha detto che quando uno avvia un processo deve lasciare che si sviluppi, che un’opera cresca e poi deve ritirarsi. Ogni gesuita – ha detto – deve fare così, nessuna opera gli appartiene perché è del Signore. Questa dichiarazione potrebbe un giorno essere valida per un Papa gesuita?

Credo di sì.. sì.

Carolina Pigozzi

Vuol dire che potrebbe ritirarsi come i gesuiti?

Si. Si. È una vocazione.

Carolina Pigozzi

Essere Papa o gesuita?

Gesuita. Che il Signore dica. Il gesuita cerca – cerca, non lo fa sempre, ma cerca – di fare la volontà del Signore. Anche il Papa gesuita deve fare lo stesso. Quando il Signore parla…,se il Signore ti dice vai avanti, tu vai avanti, se il Signore ti dice vai all’angolo, te ne vai all’angolo. È il Signore che…

Carolina Pigozzi

Quello che dice, vuol dire che si aspetta la morte a quel punto…

Ma tutti noi aspettiamo la morte…

Carolina Pigozzi

Voglio dire: non si ritira prima?

Quello che il Signore dica. Il Signore può dire dimettiti. È il Signore che comanda.

Una cosa di sant’Ignazio, questa è importante. Sant’Ignazio quando uno era stanco, malato, lo dispensava dalla preghiera, ma mai dispensava dall’esame di coscienza. Due volte al giorno: guardare cosa è successo oggi nel mio cuore. Non peccati o non peccati, ma quale spirito mi ha mosso oggi. La nostra vocazione è cercare cosa è successo oggi. Se io – questa è una ipotesi – vedo che il Signore mi dice qualcosa, che mi è successo qualcosa, che ho una ispirazione, devo fare un discernimento per vedere cosa chiede il Signore. Può darsi anche che il Signore mi voglia mandare all’angolo, è Lui che comanda. Questo è il modo religioso di vivere di un gesuita, stare nel discernimento spirituale per prendere delle decisioni, per scegliere una via di lavoro, di impegno pure… Il discernimento è la chiave nella vocazione del gesuita. Questo è importante. Sant’Ignazio in questo era molto fine perché è stata la sua propria esperienza del discernimento spirituale che l’ha portato alla conversione. E gli esercizi spirituali sono davvero una scuola di discernimento. Così il gesuita deve essere per vocazione un uomo del discernimento: discernere le situazioni, discernere la propria coscienza, discernere le decisioni da prendere. Per questo deve essere aperto a qualsiasi cosa il Signore gli chieda questa è un po’ la nostra spiritualità.

Carolina Pigozzi

Ma lei si sente più Papa o più gesuita?

O beh… Mai ho fatto quella misura, (mai ho) misurato (se) più Papa o gesuita. Io mi sento servitore del Signore con la abitudine del gesuita. Non esiste una spiritualità papale. Quella non c’è. Ogni Papa porta avanti la propria spiritualità. Pensa a san Giovanni Paolo II con quella bella spiritualità mariana che aveva. La aveva prima e la aveva da Papa. Pensa ai tanti Papi che hanno portato avanti la loro spiritualità.

Il papato non è una spiritualità è un lavoro, una funzione, un servizio. Ognuno lo porta avanti con la propria spiritualità, le proprie grazie, la propria fedeltà e anche i propri peccati. Ma non c’è una spiritualità papale. Per questo non c’è confronto fra spiritualità gesuita e spiritualità papale, perché questa seconda non esiste. Hai capito?

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Severina Elisabeth Bartonitschek (CIC)

Ieri ha anche parlato della fraternità della Chiesa, una comunità che sa ascoltare ed entrare in dialogo, che promuove una qualità buona delle relazioni. Ma qualche giorno fa c’è stata la dichiarazione della Santa Sede sul Cammino sinodale della Germania, (un testo) senza firma. Pensa che questo modo di comunicare contribuisce oppure è un ostacolo per il dialogo?

Prima di tutto, quel comunicato lo ha fatto la Segreteria di Stato… è stato uno sbaglio non dirlo… credo che si dicesse comunicato della Segreteria di Stato ma non sono sicuro. È stato uno sbaglio non firmare come Segreteria di Stato, ma uno sbaglio di ufficio, non di cattiva volontà. E sul Cammino sinodale io scrissi una lettera, da solo l’ho fatta: un mese con preghiera, riflessione, consultazioni. E ho detto tutto quello che dovevo dire sul Cammino sinodale, più di quello non dirò e quello è il Magistero papale sul Cammino sinodale, quella lettera che scrissi due anni fa. Ho scavalcato la Curia, perché non ho fatto consultazioni (in Curia), niente. Ho fatto come un cammino mio anche come pastore (per) una Chiesa che sta cercando un cammino, come fratello, come padre e come credente. E questo è il mio messaggio. So che non è facile, ma lì è tutto in quella lettera. Grazie.

Ignazio Ingrao (RAI – TG1)

L’Italia sta attraversando un momento difficile che desta preoccupazione anche a livello internazionale. C’è la crisi economica, la pandemia, la guerra e ora siamo anche senza un governo. Lei è il Primate d’Italia: nel telegramma al Presidente Mattarella per il suo compleanno ha parlato di un Paese segnato da non poche difficoltà e chiamato a scelte cruciali. Come ha vissuto la caduta di Draghi?

Prima di tutto io non voglio immischiarmi nella politica interna italiana. Secondo: Nessuno può dire che il presidente Draghi non fosse un uomo di alta qualità internazionale. È stato presidente della Banca (Centrale Europea). Ha fatto una buona carriera. Io ho fatto una domanda soltanto a uno dei miei collaboratori: dimmi, quanti governi ha avuto l’Italia in questo secolo? Lui mi ha detto 20. Questa è la mia risposta…

Ignazio Ingrao

Lei che appello fa alle forze politiche in vista di queste difficili elezioni?

Responsabilità. Responsabilità civica..

Claire Giangrave (RELIGION NEWS SERVICE)

Molti cattolici, ma anche molti teologi, credono che sia necessario uno sviluppo nella dottrina della Chiesa per quanto riguarda gli anticoncezionali. Sembrerebbe che anche il suo predecessore, Giovanni Paolo I, pensasse che un divieto totale magari necessitasse di una riconsiderazione. Lei cosa pensa al riguardo, nel senso: è aperto, insomma ad una rivalutazione in questo senso? O esiste una possibilità per una coppia di considerare gli anticoncezionali?

Questa è una cosa molto puntuale. Ma sappiate che il dogma, la morale, è sempre in una strada di sviluppo, ma in uno sviluppo nello stesso senso. Per utilizzare una cosa che è chiara, credo che l’ho detto altre volte qui: per lo sviluppo teologico di una questione morale o dogmatica, c’è una regola che è chiarissima e illumina. È quello che ha fatto Vincenzo di Lerins nel secolo X più o meno. Dice che la vera dottrina per andare avanti, per svilupparsi, non deve essere quieta, si sviluppa ut annis consolidetur, dilatetur tempore, sublimetur aetate. Cioè si consolida con il tempo, si dilata e si consolida e viene più ferma ma sempre progredendo. È per questo che il dovere dei teologi è la ricerca, la riflessione teologica, non si può fare teologia con un “no” davanti. Poi sarà il Magistero a dire no, sei andato oltre, torna, ma lo sviluppo teologico deve essere aperto, i teologi (ci) sono per questo. E il Magistero deve aiutare a capire i limiti. Sul problema dell’anticoncezionale, so che è uscita una pubblicazione su questo tema e su altri temi matrimoniali. Questi sono gli atti di un congresso e in un congresso ci sono le ponenze, poi discutono fra loro e fanno le proposte. Dobbiamo essere chiari: questi che hanno fatto questo congresso hanno fatto il loro dovere, perché hanno cercato di andare avanti nella dottrina, ma in senso ecclesiale, non fuori, come ho detto con quella regola di san Vincenzo di Lerins. Poi il Magistero dirà, sì va bene o non va bene. Ma tante cose sono chiamate. Pensa tu per esempio alle armi atomiche: oggi ho ufficialmente dichiarato che l’uso e il possesso delle armi atomiche è immorale. Pensa alla pena di morte: oggi posso dire che siamo vicini all’immoralità lì, perché la coscienza morale si è sviluppata bene. Per essere chiaro: quando il dogma o la morale si sviluppano, sta bene, ma in quella direzione, con le tre regole di Vincenzo di Lerins. Credo che questo sia molto chiaro: una Chiesa che non sviluppa in senso ecclesiale il suo pensiero è una Chiesa che va indietro, e questo è il problema di oggi, di tanti che si dicono tradizionali. No, no, non sono tradizionali, sono “indietristi”, vanno indietro, senza radici: sempre è stato fatto così, nel secolo scorso è stato fatto così. E l’“indietrismo” è un peccato perché non va avanti con la Chiesa. Invece la tradizione diceva qualcuno – credo che l’ho detto in uno dei discorsi – la tradizione è la fede viva dei morti, invece questi “indietristi” che si dicono tradizionalisti, è la fede morta dei viventi. La tradizione è proprio la radice, l’ispirazione per andare avanti nella Chiesa, e sempre questa è verticale. E l’“indietrismo”  è andare indietro, è sempre chiuso. È importante capire bene il ruolo della tradizione, che è sempre aperta, come le radici dell’albero, e l’albero cresce… Un musicista aveva una frase molto bella: Gustav Mahler, diceva che la tradizione in questo senso è la garanzia del futuro, non è un pezzo da museo. Se tu concepisci la tradizione chiusa, questa non è la tradizione cristiana… sempre è il succo delle radici che ti porta avanti, avanti, avanti. Per questo, per quello che tu dici, pensare e portare avanti la fede e la morale, ma mentre va nella direzione delle radici, del succo, va bene. Con queste tre regole di Vincenzo di Lerins che ho menzionato.

Eva Fernandez (Cadena Cope)

Alla fine di agosto abbiamo un concistoro. Ultimamente molti le hanno chiesto se ha pensato di dimettersi, non si preoccupi, questa volta non glielo chiederemo, ma siamo curiosi: ha mai pensato quali caratteristiche vorrebbe che avesse il suo successore?

Questo è un lavoro dello Spirito Santo, sai? Io non oserei mai pensare… Lo Spirito Santo questo lo sa fare meglio me, meglio di tutti noi. Perché ispira le decisioni al Papa, sempre ispira. Perché è vivo nella Chiesa, non si può concepire la Chiesa senza lo Spirito Santo, è Colui che fa le differenze, fa anche il chiasso – pensa alla mattina di Pentecoste – e poi fa l’armonia. È importante parlare di “armonia” più che di “unità”. Unità sì, ma armonia, non come una cosa fissa. Lo Spirito Santo ti dona un’armonia progressiva, che va avanti. A me piace quello che dice San Basilio sullo Spirito Santo: Ipse armonia est, Lui è l’armonia. È armonia perché prima ti fa il chiasso con la differenza dei carismi. Lasciamo quindi questo lavoro allo Spirito Santo. Sulle mie dimissioni, vorrei ringraziare per un bell’articolo che ha scritto una di voi (mettendoci) tutti i segnali che potevano condurre a una dimissione e tutti quelli che stanno apparendo. Questo è un bel lavoro di un giornalista che poi alla fine dà l’opinione, ma (intanto) va a vedere tutti i segnali, non solo le dichiarazioni, con quel linguaggio sotterraneo che (però) dà anche dei segnali. Saper leggere i segnali o almeno fare uno sforzo di interpretazione che può essere quella o quell’altra, questo è un bel lavoro per cui vi ringrazio tanto.

Phoebe Natanson (ABC NEWS)

Scusi Santo Padre, lo so che ha avuto molte domande di questo tipo, ma volevo chiedere, in questo periodo, con le difficoltà della salute e tutto, le è venuto in mente l’idea che può darsi fosse il momento di ritirarsi? Ha avuto dei problemi che le hanno fatto pensare a questo? Ci sono stati dei momenti difficili che le hanno fatto pensare a questo?

La porta è aperta, è una opzione normale, ma fino ad oggi non ho bussato a questa porta, non ho detto andrà in questa stanza, non ho sentito di pensare a questa possibilità. Ma questo non vuol dire che dopodomani non cominci a pensare, no? Ma in questo momento sinceramente no. Anche questo viaggio è stato un po’ il test… è vero che non si possono fare viaggi in questo stato, si deve forse cambiare un po’ lo stile, diminuire, pagare i debiti dei viaggi che ancora si devono fare, risistemare… Ma sarà il Signore a dirlo. La porta è aperta, questo è vero. E poi prima di congedarmi io vorrei parlare di una cosa che per me è molto importante: il viaggio qui in Canada era molto legato alla figura di sant’Anna. Io ho detto alcune cose sulle donne, ma soprattutto sulle anziane, sulle mamme e sulle nonne. E ho sottolineato una cosa che è chiara: la fede va trasmessa in dialetto, e il dialetto – lo dissi chiaramente – materno, il dialetto delle nonne. Noi abbiamo ricevuto la fede in quella forma dialettale femminile, e questo è molto importante: il ruolo della donna nella trasmissione della fede e nello sviluppo della fede. È la mamma o la nonna a insegnare a pregare, è la mamma o la nonna a spiegare le prime cose che il bambino non capisce della fede. E io posso dire che questa trasmissione dialettale della fede è femminile. Qualcuno può dirmi: ma teologicamente come lo spiega? Perché dirò (che) quella che trasmette la fede è la Chiesa e la Chiesa è donna, la Chiesa è sposa, la Chiesa non è maschio, la Chiesa è donna. E noi dobbiamo entrare in questo pensiero della Chiesa donna, della Chiesa madre, che è più importante che qualsiasi fantasia ministeriale maschilista o qualsiasi potere maschilista. La Chiesa mater, la maternalità della Chiesa. Quella che è la figura della Madre del Signore. È importante in questo senso sottolineare l’importanza nella trasmissione della fede di questo dialetto materno. Io ho scoperto questo leggendo ad esempio il martirio dei Maccabei: per due o tre volte dice che la mamma dava loro animo in dialetto materno. La fede va trasmessa in dialetto. E quel dialetto lo parlano le donne. Questa è la grande gioia della Chiesa, perché la Chiesa è donna, la Chiesa è sposa. Questo ho voluto dirlo chiaramente pensando a sant’Anna. Grazie, grazie della pazienza. Grazie dell’ascolto, riposatevi e buon viaggio.

Il Papa ha infine ripreso il microfono per salutare Paolo Rodari, vaticanista di Repubblica, al suo ultimo volo papale.

Qui l’articolo originale pubblicato da VaticanNews

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