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Diana è morta dopo 5 giorni di agonia, ora può essere sepolta

BAMBINA TRISTE

Katya Shut|Shutterstock

Bambina con lo sguardo triste

Paola Belletti - pubblicato il 28/07/22

Effettuata l'autopsia sul corpo della bimba di 18 mesi morta dopo 5 giorni in casa da sola dove la madre, Alessia Pifferi, l'aveva intenzionalmente lasciata per passare una settimana con il compagno.

La Procura di Milano ha dato il nullaosta alla sepoltura della bambina, mentre la madre Alessia Pifferi resta in carcere, accusata di omicidio volontario pluriaggravato nelle indagini della Squadra mobile, coordinate dal pm Francesco De Tommasi.

Milano.Corriere

Non adesso, prima

Adesso che è morta, Diana, le stiamo tutti addosso come una t-shirt sintetica con questo caldo. Di respirare, lei, non ha più necessità e dalle ultime ricostruzioni emerge l’ipotesi che avesse addirittura desistito dal lottare per sopravvivere.

Che si fosse abbandonata, con la consapevolezza che può avere una figlia di un anno e mezzo, al suo destino. Non ha pianto, non ha urlato perché nessuno l’ha sentita e invece avrebbero potuto.

Potrebbe, il senso di abbandono e la disperazione per una madre che già l’aveva lasciata altre volte, averla portata a smettere di resistere.

L’agonia di Diana, nel silenzio e in solitudine

Nel suo stomaco resti del cuscino del lettino con le sbarre in cui era stata lasciata; fuori di quello il pannolino, vicino al corpo smagrito il biberon vuoto. Su quest’ultimo si cercano tracce del suo DNA e nelle gocce di latte rimasto molecole di benzodiazepine, forse somministratole per sedarla. Nemmeno l’EN avrebbe però potuto impedirle di piangere per tutti e 5 giorni, i tempi della sua agonia, secondo l’esame autoptico. La morte infatti sarebbe sopraggiunta per fame e sete solo 24 ore prima del ritorno della madre.

Ciò che trafigge il cuore di chiunque si immedesimi in lei, oltre a tutto il resto che non so se è necessario riportare ancora e di nuovo alla mente, il fatto che per 5 giorni non abbia pianto né urlato; se lo ha fatto e nessuno l’ha sentita occorre ipotizzare una condivisa incuria e omertà di tutti i vicini; inverosimile.

Intralcio alla libertà. Ma quale tipo di libertà?

Ma quanto più inverosimile la morte per abbandono da parte della mamma, invece. Quanto ancora più raccapricciante la scelta di lasciarla a casa da sola per passare del tempo col compagno residente a Bergamo; ancor più terribile rendersi conto della perfetta coerenza tra i desiderata, dichiarati dalla madre, e i comportamenti messi in atto. Era un intralcio alla sua libertà, dirà la madre agli inquirenti.

Il compagno non sapeva niente, o meglio sapeva ciò che, mentendo, gli aveva detto Alessia: Diana è al mare con mia sorella. Tornano addirittura a Milano, in quella settimana, ma Alessia non chiede di passare da casa.

Diana è stata lasciata morire che non è come averne trafitto il petto con un pugnale ma è quasi come negare che sia mai nata. Perché chi è nato vive e chi vive ha fame, sete, deve essere lavato, messo a dormire, consolato, sgridato. Amato.

Menzogne fin dalla gravidanza per negarne la presenza

La bimba c’era, partorita proprio nel bagno del compagno di Alessia, soccorsa poi dal 118. E proprio il suo esserci era di intralcio alla libertà della donna: Diana era un peso, voleva riprendersi la sua libertà.

Non si possono fare diagnosi da lontano e soprattutto senza averne competenze. Tutte sappiamo che il figlio arriva a sconvolgere la vita di una madre, a svuotarla e riempirla di altro, ad esigere sacrifici prolungati, a ridefinire tutto dalla propria visione di felicità al senso di responsabilità verso il mondo intero. Sappiamo che è faticoso, a volte sembra addirittura impossibile, ma ciò che in una madre che mantiene orientata correttamente la propria natura resta preponderante è l’amore per la sua creatura e la gioia per la sua esistenza. Per quanto faticosa, estenuante, persino scoraggiante.

Il figlio come intralcio

Dovremmo lasciarci interrogare dal fatto però che questa insofferenza per il figlio ci sconvolga solo quando degenera, per patologia, fragilità estrema, spietatezza vera e propria, in incuria estrema a scopo eliminazione.

Il figlio spesso è escluso a priori come possibilità o respinto illusoriamente al mittente quando è ancora in viaggio proprio per questo motivo: è di troppo, è un ostacolo. (non ora, non parliamo ora di quanto invece certi aborti possano essere per sincera disperazione, per solitudine, per istigazione di altri a compierli etc)

I funerali venerdì

L’ultimo atto della vita di Diana si chiuderà venerdì pomeriggio, alle ore 15: presso la parrocchia dei Santi Pietro e Paolo si svolgeranno i suoi funerali, ai quali la madre avrebbe chiesto di partecipare. No, non può partecipare la donna in stato di fermo con l’accusa di averne procurato la morte.

Vedere l’umano così distorto proprio nella sua espressione più radicale, universale e autentica – il legame tra chi dà la vita e il nuovo nato – ci continua a turbare nel profondo; ne rifiutiamo la possibilità, relegando chi si macchia di simili orrori nel non umano o nell’anti-umano.

Solo l’uomo sa essere disumano

E’ vero che non è umano un simile atto come tutto il pensiero che lo ha generato, non è dell’uomo nella sua versione alta, nobile, tendente al bene; ma dobbiamo riconoscere che è sempre e solo dal cuore della creatura umana che possono scaturire azioni malvagie e terribili e che solo in esso può avvenire il vero cambiamento, la vera liberazione che ci strappa dalla tirannia del male.

Salvati dalla Grazia

Non da soli, però, possiamo portare a termine questo intervento; non con la nostra stessa saliva potremo mai dissetarci; non senza l’intervento della Grazia che solo il Dio innocente e onnipotente poteva guadagnarci potremo ritenerci capaci di compiere il bene che pure desideriamo.

Preghiamo per la piccola Diana e anche per la madre, nella sua umanità ferita al limite dell’irriconoscibile.

Preghiamo per noi tutti, perché al di là della doverosa ricerca delle responsabilità, della prevenzione di altri simili casi, impariamo di nuovo a riempire i buchi di solitudine nei quali ci troviamo a volte inghiottiti, a ricostruire reti di relazioni calorose, a tenerci d’occhio l’uno con l’altro. A riportare nei discorsi il tema vero della vita: che senso ha esistere? in cosa consiste davvero la felicità? perché non posso distruggere l’altro, soprattutto il debole, il totalmente dipendete, solo in nome di un confuso desiderio di esprimere me stesso? Ripartiamo da dove ci troviamo, torniamo a noi.

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