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Se le fosse comuni erano una farsa, perché il Papa sta chiedendo scusa in Canada?

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PATRICK T. FALLON | AFP

Francisco Vêneto - pubblicato il 27/07/22

Uno studio pubblicato a gennaio ha smascherato l'affermazione per cui “centinaia di bambini” sarebbero stati uccise e sepolte negli internati cattolici per gli indigeni canadesi

Dove si trovano i presunti “resti mortali” di “centinaia di bambini indigeni” che sarebbero stati “sepolti in modo anonimo nelle scuole cattoliche del Canada”?

Lo chiede lo storico Jacques Rouillard, professore emerito della Facoltà di Storia dell’Università di Montreal. L’11 gennaio scorso, l’esperto ha pubblicato sul portale canadeseDorchesterReview.ca un testo in cui afferma che “nessun corpo” infantile è stato trovato in presunte “fosse comuni”, “sepolture clandestine” o in qualsiasi altra forma di “sepoltura irregolare” nella Scuola Residenziale Indigena Kamloops, presunto epicentro di una clamorosa narrativa anticattolica divulgata in modo massiccio nel 2021 come scandalo di proporzioni planetarie.

Lo storico ha voluto smascherare l’aspetto più grave delle voci: quello per cui, prima di essere sepolte clandestinamente come indigenti o quasi come “spazzatura”, le presunte “centinaia di bambini” sarebbero state addirittura assassinate con la responsabilità della Chiesa. Rouillard è deciso: non sono stati trovati indizi del fatto che nessuno di loro sia stato ucciso di proposito.

Secondo Rouillard, 51 bambini sono morti in quell’internato nei 49 anni trascorsi tra il 1915 e il 1964. Per 35 di loro sono stati trovati dei documenti che provano che le cause della morte nella maggior parte dei casi sono state le malattie, a volte incidenti. Nessuno dei 51 bambini è stato assassinato.

Come si è diffusa la voce

Nel corso del 2021, ha avuto un’ampia diffusione sui media canadesi, con ripercussione mondiale, la presunta scoperta di “sepolture senza identificazione” in “varie scuole residenziali indigene” del Paese. Rimbalzate rapidamente sulle reti sociali, queste affermazioni si sono trasformate in narrazioni di diverso tipo, alcune delle quali sostenevano che “centinaia di bambini” erano “state uccise” e “sepolte segretamente” in “fosse comuni”o in “tumuli irregolari” nei terreni delle “scuole cattoliche” sparse per “tutto il Canada”.

Diverse scuole residenziali indigene, pur appartenenti al Governo canadese, erano affidate a livello di gestione a congregazioni religiose, per la maggior parte cattoliche. Per questo, la Chiesa è stata prontamente accusata di “connivenza o omissione” di fronte ad “abusi e atti di violenza, fisica e psicologica”, inflitti ai bambini nativi in quelle istituzioni, create dal Governo del Paese per “integrare i bambini nativi” nella società canadese.

Il modello governativo della presunta “integrazione”, però, è stato accusato di costringere i bambini ad abbandonare bruscamente cultura, tradizioni e lingue appartenenti al loro popolo. Non potendo sostenere la vulgata per cui “centinaia di bambini” sarebbero “state uccise” in “scuole cattoliche”, i media hanno sottolineato l’indignazione sociale provocata non dalle morti in sé, ma dal modo in cui i bambini venivano separati dalle famiglie sia in vita che in occasione della sepoltura.

Persino la Cina, il cui Governo comunista perpetra esplicitamente abusi sistematici e apertamente verificati contro i diritti umani dei propri cittadini, ha chiesto al Tribunale dei Diritti Umani dell’ONU nel giugno 2021 un’indagine sulle “violazioni dei diritti umani della popolazione indigena del Canada”. Anche Amnesty International, organizzazione che difende apertamente l’assassinio dei bambini in gestazione attraverso l’aborto libero, ha chiesto che i responsabili dei “resti mortali” “trovati” a Kamloops vennissero processati.

Jacques Rouillard mette però in discussione senza mezzi termini la questione e va dritto al punto chiave: dove sono i presunti “resti mortali”?

I presunti “resti mortali”

Secondo l’esteso e dettagliato articolo del ricercatore, la presunta “scoperta” di oltre “200 corpi” di bambini “uccisi nelle scuole cattoliche” si è basata su una scansione del suolo fatta con il radar alla ricerca di corpi di bambini che si presupponeva fossero stati sepolti in modo anonimo in un terreno appartenente alla scuola residenziale indigena di Kamloops.

Uno studio preliminare non ha trovato alcun corpo, ma spaccature del terreno in un meleto situato nelle vicinanze. Nessun “reso mortale” è stato riesumato, ma la leader indigena canadese Rosanne Casimir ha affermato che, “secondo la ‘conoscenza’ della comunità”, quelle anomalie del suolo “erano 215 bambini scomparsi”, inclusi alcuni di appena 3 anni.

Rouillard prosegue l’esposizione delle sue ricerche affermando che sulla base di quelle anomalie del suolo la giovane antropologa Sarah Beaulieu, che aveva supervisionato le cosiddette “scansioni” del terreno, ha teorizzato che “probabilmente” vi erano 200 “possibili sepolture” sul posto. Solo uno scavo avrebbe però potuto far emergere delle prove, ma non ne è stato eseguito nessuno, né allora né oggi.

Reazioni sproporzionate

Le distorsioni delle informazioni hanno provocato una serie di violenti attacchi incendiari contro chiese cattoliche del Paese.

Anche se la responsabilità finale delle scuole e della loro metodologia spetta al Governo canadese, i vescovi catolici del Canada hanno rivolto pubblicamente una richiesta di scuse per le gravi mancanze commesse dai membri della Chiesa nella gestione di quegli internati – perché alla fine, anche se non è stato ucciso nessuno né ci sono state sepolture clandestine, i gestori di quelle scuole hanno sicuramente sbagliato nel separare i bambini dalle loro famiglie e dalla loro cultura, ed hanno soprattutto commesso abusi “disciplinari”, in quasi tutti gli internati dell’epoca.

Oltre alle parole, la Chiesa ha anche assunto impegni concreti nei confronti delle comunità native canadesi. Secondo Vatican News, sono stati messi a disposizione 30 milioni di dollari in tutto il Canada per cinque anni per finanziare programmi da definire congiuntamente tra i leader indigeni e diocesi, parrocchie e organi della Chiesa nel Paese. Monsignor Donald Bolen, arcivescovo di Regina, ha affermato che sarebbe stato “un lungo cammino” e che era “importante percorrerlo: dobbiamo portare avanti azioni concrete per la giustizia e la riconciliazione”.

Rappresentanti delle comunità indigene canadesi hanno espresso alla Santa Sede il desiderio di un incontro personale con il Papa, esigendo direttamente da lui una richiesta di scuse. Papa Francesco si è detto disposto ad accettare, e il 27 ottobre 2021 il bollettino quotidiano della Santa Sede ha informato che “la Conferenza Episcopale del Canada ha invitato il Santo Padre Francesco a compiere una visita apostolica in Canada, anche nel contesto del processo pastorale, in atto da tempo, di riconciliazione con i popoli indigeni”.

È il viaggio che il Papa sta realizzando in questa ultima settimana del mese di luglio.

In contrapposizione all’atteggiamento di responsabilizzazione e riconciliazione che la Chiesa cattolica ha presentato dall’inizio delle presunte “scoperte”, manifestanti radicali anticattolici hanno reagito con violenza criminale, promuovendo una serie di attacchi contro le chiese e dimostrando così cosa intendono in realtà quando parlano di “desiderio di pace e riconciliazione”.

Svolta

La svolta provocata dal materiale di Jacques Rouillard ha iniziato ad avere ripercussioni già a gennaio su altri media del Nordamerica, che hanno cominciato a mettere in discussione le narrative precedenti e le loro intenzioni.

The Spectator World si è chiesto: “Perché il Governo canadese non ha aspettato di avere delle prove prima di lanciare il Paese in una spirale di furia e violenza anticristiana?”

IlNational Post ha rafforzato la proposta di Rouillard di esortare tutti i Canadesi a chiedersi se “sul cammino verso la riconciliazione non sarebbe meglio cercare e raccontare la verità completa anziché creare deliberatamente miti sensazionalisti”.

The Daily Wire ha ricordato che all’epoca delle cosiddette “scoperte” il Primo Ministro canadese Justin Trudeau aveva dichiarato categoricamente che “erano stati rinvenuti resti mortali nell’ex scuola residenziale Kamloops”, e che questa scoperta gli “spezzava il cuore”, essendo a suo avviso “un doloroso ricordo di quel capitolo oscuro e vergognoso della storia del nostro Paese”.

La verità è che la storia completa e reale deve ancora essere, letteralmente, scavata ed esposta al mondo.

La richiesta di perdono di Papa Francesco

Ma se le fosse comuni e le loro appendici narrative erano una grande farsa, perché Papa Francesco sta ora chiedendo scusa in Canada?

Il Papa e la Chiesa non possono né devono chiedere scusa per “fosse comuni” o “centinaia di bambini assassinati”, perché niente di tutto questo è vero. Le scuse che Papa Francesco sta chiedendo a nome della Chiesa cattolica riguardano, usando le sue stesse parole, i i modi in cui, purtroppo, molti cristiani hanno sostenuto la mentalità colonizzatrice delle potenze che hanno oppresso i popoli indigeni”.

Francesco ha pronunciato il suo primo discorso durante il “pellegrinaggio penitenziale” in terra canadese martedì 25 luglio nell’incontro con i popoli indigeni a Maskwacis, a circa 70 km da Edmonton, nella provincia dell’Alberta.

“È da qui, da questo luogo tristemente evocativo, che vorrei iniziare quanto ho nell’animo: un pellegrinaggio penitenziale. Giungo nelle vostre terre natie per dirvi di persona che sono addolorato, per implorare da Dio perdono, guarigione e riconciliazione, per manifestarvi la mia vicinanza, per pregare con voi e per voi”.

Il Papa ha ricordato gli incontri realizzati a Roma circa 4 mesi fa:

“Allora mi erano state consegnate in pegno due paia di mocassini, segno della sofferenza patita dai bambini indigeni, in particolare da quanti purtroppo non fecero più ritorno a casa dalle scuole residenziali. Mi era stato chiesto di restituire i mocassini una volta arrivato in Canada; li ho portati e lo farò al termine di queste parole, per le quali vorrei prendere spunto proprio da questo simbolo, che ha ravvivato in me nei mesi passati il dolore, l’indignazione e la vergogna. Il ricordo di quei bambini infonde afflizione ed esorta ad agire affinché ogni bambino sia trattato con amore, onore e rispetto. Ma quei mocassini ci parlano anche di un cammino, di un percorso che desideriamo fare insieme. Camminare insieme, pregare insieme, lavorare insieme, perché le sofferenze del passato lascino il posto a un futuro di giustizia, guarigione e riconciliazione”.

Francesco ha quindi evocato il lungo percorso dei popoli indigeni e il loro stile di vita prima della colonizzazione:

“Ripenso al dramma subito da tanti di voi, dalle vostre famiglie, dalle vostre comunità; a ciò che avete condiviso con me sulle sofferenze patite nelle scuole residenziali. Sono traumi che, in un certo modo, rivivono ogni volta che vengono rievocati e mi rendo conto che anche il nostro incontro odierno può risvegliare ricordi e ferite, e che molti di voi potrebbero trovarsi in difficoltà mentre parlo. Ma è giusto fare memoria, perché la dimenticanza porta all’indifferenza e, come è stato detto, «l’opposto dell’amore non è l’odio, è l’indifferenza… l’opposto della vita non è la morte, ma l’indifferenza alla vita o alla morte» (E. Wiesel). Fare memoria delle esperienze devastanti avvenute nelle scuole residenziali ci colpisce, ci indigna, ci addolora, ma è necessario”.

Ma a quali esperienze si riferisce il Papa?

Per quanto riguarda in modo specifico gli internati governativi affidati alle comunità cattolica e protestante, è un fatto documentato che vi si praticassero abusi tristemente comuni a molti altri internati simili, come punizioni fisiche, lavoro studentesco, rigidi periodi di separazione e restrizioni alle comunicazioni tra i bambini e le loro famiglie, rigore disciplinare sproporzionato e disprezzo per le culture indigene, sostituite a forza dalla cultura europea imposta dal Governo canadese. Lo scenario disciplinare non era molto diverso da quello che accadeva nelle scuole elitarie di Oxford o Cambridge, e va ricordato che anche negli internati di Scozia e Galles non si studiava in scozzese o in gallese, ma obbligatoriamente in inglese.

Quello che ha reso il caso degli internati canadesi particolarmente scottante è stata la discriminazione esplicita contro la cultura indigena, fatto che ha contribuito a corroborare il più ampio contesto di discriminazione tipico del processo colonizzatore nel suo insiene. Ancor più grave è stata la separazione forzata dei bambini dalla propria famiglia e cultura.

“È necessario ricordare come le politiche di assimilazione e di affrancamento, che comprendevano anche il sistema delle scuole residenziali, siano state devastanti per la gente di queste terre. Quando i coloni europei vi arrivarono per la prima volta, c’era la grande opportunità di sviluppare un fecondo incontro tra culture, tradizioni e spiritualità. Ma in gran parte ciò non è avvenuto. E mi tornano alla mente i vostri racconti: di come le politiche di assimilazione hanno finito per emarginare sistematicamente i popoli indigeni; di come, anche attraverso il sistema delle scuole residenziali, le vostre lingue, le vostre culture sono state denigrate e soppresse; e di come i bambini hanno subito abusi fisici e verbali, psicologici e spirituali; di come sono stati portati via dalle loro case quando erano piccini e di come ciò abbia segnato in modo indelebile il rapporto tra i genitori e i figli, i nonni e i nipoti”, ha ricordato il Papa.

Dal perdono alla riconciliazione

Ringraziando le comunità indigene canadesi per averlo “fatto entrare nel cuore di tutto questo, per aver tirato fuori i pesanti fardelli che portate dentro, per aver condiviso con me questa memoria sanguinante”, il Papa ha affrontato il motivo della sua visita in Canada:

“Sono qui perché il primo passo di questo pellegrinaggio penitenziale in mezzo a voi è quello di rinnovarvi la richiesta di perdono e di dirvi, di tutto cuore, che sono profondamente addolorato: chiedo perdono per i modi in cui, purtroppo, molti cristiani hanno sostenuto la mentalità colonizzatrice delle potenze che hanno oppresso i popoli indigeni. Sono addolorato. Chiedo perdono, in particolare, per i modi in cui molti membri della Chiesa e delle comunità religiose hanno cooperato, anche attraverso l’indifferenza, a quei progetti di distruzione culturale e assimilazione forzata dei governi dell’epoca, culminati nel sistema delle scuole residenziali”.

“Sebbene la carità cristiana fosse presente e vi fossero non pochi casi esemplari di dedizione per i bambini, le conseguenze complessive delle politiche legate alle scuole residenziali sono state catastrofiche. Quello che la fede cristiana ci dice è che si è trattato di un errore devastante, incompatibile con il Vangelo di Gesù Cristo”.

“Di fronte a questo male che indigna, la Chiesa si inginocchia dinanzi a Dio e implora il perdono per i peccati dei suoi figli. Vorrei ribadirlo con vergogna e chiarezza: chiedo umilmente perdono per il male commesso da tanti cristiani contro le popolazioni indigene”.

Papa Francesco ha sottolineato che la richiesta di perdono è “solo il primo passo, il punto di partenza”.

“Una parte importante di questo processo è condurre una seria ricerca della verità sul passato e aiutare i sopravvissuti delle scuole residenziali a intraprendere percorsi di guarigione dai traumi subiti”.

Parlando delle aspettative per il futuro, il Pontefice ha affeermato:

“Continuerò a incoraggiare l’impegno di tutti i Cattolici nei riguardi dei popoli indigeni. L’ho fatto in altre occasioni e in vari luoghi, mediante incontri, appelli e anche attraverso un’Esortazione apostolica. So che tutto ciò richiede tempo e pazienza: si tratta di processi che devono entrare nei cuori, e la mia presenza qui e l’impegno dei Vescovi canadesi sono testimonianza della volontà di procedere in questo cammino”.

“Lasciamo che il silenzio ci aiuti tutti a interiorizzare il dolore. Silenzio. E preghiera: di fronte al male preghiamo il Signore del bene; di fronte alla morte preghiamo il Dio della vita. Il Signore Gesù Cristo ha fatto di un sepolcro, capolinea della speranza di fronte al quale erano svaniti tutti i sogni ed erano rimasti solo pianto, dolore e rassegnazione, ha fatto di un sepolcro il luogo della rinascita, della risurrezione, da cui è partita una storia di vita nuova e di riconciliazione universale. Non bastano i nostri sforzi per guarire e riconciliare, occorre la sua Grazia: occorre la sapienza mite e forte dello Spirito, la tenerezza del Consolatore. Sia Lui a colmare le attese dei cuori. Sia Lui a prenderci per mano. Sia Lui a farci camminare insieme”.

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