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La Stone e il dolore per i 9 aborti: donne, parlatene, non sentitevi in colpa

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DELBO ANDREA|Shutterstock

Sharon Stone,, Milano, 2018

Paola Belletti - pubblicato il 26/07/22

L'attrice, che ha tre figli adottivi, ha raccontato il proprio dolore, fisico e morale, per i numerosi aborti spontanei e ha invitato le altre donne a parlarne e a trovare comprensione per quello che è un vero e proprio lutto.

Sharon Stone, non solo una star

Di questa attrice colpisce la donna, almeno così succede a me.

Non seguo abitualmente notizie o gossip da quel pianeta vicino a e inaccessibile chiamato Hollywood, però capitato che in più di un’occasione la Stone facesse dichiarazioni o richieste che mi hanno colpito. Forse semplicemente perché appare autentica, coinvolta in esperienze umane che trovano riscontro nelle vite di molti.

Il dolore per la morte del nipote

Era successo già con le accorate richieste di preghiere per il nipote di nemmeno un anno, figlio del fratello Patrick, colpito quasi un anno fa da insufficienza multiorgano.

Nell’agosto del 2021 aveva lasciato precipitosamente Venezia dove era arrivata per girare uno spot per Dolce & Gabbana; le condizioni del piccolo River , insorte rapidamente e subito mostratesi molto gravi, non lasciavano troppo spazio per la speranza.

Eppure lei, come una normalissima zia (e che altro sarebbe mai potuta essere in quel frangente, se non una donna vulnerabile colpita in uno dei suoi affetti più grandi?), quel pertugio di speranza lo aveva occupato tutto chiamando a raccolta quanti l’avessero letta: “Serve un miracolo, per favore pregate per lui”, aveva scritto sotto l’immagine del piccolo intubato.

Il miracolo, almeno quello della guarigione, non è avvenuto, il bimbo è deceduto una settimana prima di compiere un anno.

La naturale speranza di eterno

Come cristiani, ma anche “solo” come esseri umani aperti al trascendente, possiamo confidare per lui e tutti i bambini morti prematuramente che invece, in un modo che per noi resta misterioso ma non incomprensibile, fossero maturi, compiuti, pronti ad approdare al proprio destino eterno o almeno destinati a una consolazione capace di sanare quello strappo tanto crudele.

Chissà che proprio questo tenore di considerazioni non riesca a lenire la sofferenza delle moltissime madri (e anche dei padri) che hanno perso il proprio bambino prima ancora che nascesse.

Sappiamo che questa eventualità ha un’incidenza molto alta, può capitare addirittura fino ad un 30% delle gravidanze di terminare in un aborto spontaneo; ciò non toglie un grammo all’atroce anormalità di un simile lutto.

Il dolore intenso e debilitante per i numerosi aborti

Sharon Stone ha tre figli adottivi e non è la prima volta che racconta qualcosa del dramma legato alla sua maternità, frustrata nel suo percorso naturale biologico, approdata in quella forma alta e nobile che a tutti i genitori naturali deve insegnare qualcosa, che è l’adozione.

Nove, sono stati ben nove gli aborti spontanei che ha vissuto l’attrice, “debilitanti per lo spirito e per il corpo”, si legge su DiLei.

Siamo in tante, dunque, ad averlo sperimentato; per questo è bello e giusto che chi ha più visibilità la metta al servizio anche di una causa tanto delicata: l’esperienza del lutto pressoché negata alle madri che perdono un bimbo durante la gestazione.

Le donne che affrontano questo trauma restano troppo spesso in silenzio e sono vittime di un senso di sconfitta che non dovrebbe appartenere loro.

Ibidem

Lo ha fatto commentando un post Instagram della rivista People. Peta Murgatroud, ballerina australiana famosa per la versione americana di Ballando con le stelle, ha raccontato il dramma dei suoi tre aborti, l’ultimo soprattutto perché vissuto da sola, senza il conforto del marito fuori casa per lavoro.

Raccontare serve

Bisogna parlarne, ha detto la Stone commentando il post. Non sentiamoci sole né colpevoli, aggiunge. E lo fa per prima: racconta dei suoi nove aborti spontanei e così drammatici, duri da vivere per il corpo e per lo spirito.

Ha ragione, una delle cose che feriscono di più è il fatto che questo bimbo non venga accolto, nemmeno nominato, e che spesso pur con buone intenzioni si invitino le donne a pensare che è esperienza comune, che forse è stato meglio così, che ne faranno altri di figli.

Ed è proprio questo il punto: altri, non più lui, non più lei. Come donne lo sappiamo perfettamente che nessun figlio vale l’altro, che ognuno è singolare, originale, irripetibile.

Il solo orizzonte sensato, dunque, è quello che riconosce alle madri che hanno perso un figlio prima della nascita la legittimità della loro speranza e l’autenticità della propria esperienza: quel bambino esiste e non è cancellato, non è annullato dal fatto che nessuno o quasi lo ha visto.

Vite cominciate, che lasciano il segno

La sua vita è cominciata e terminata prima di affacciarsi nello spazio condiviso della società, quella che non appena respiri coi tuoi polmoni ti assegna un codice fiscale, che discute di quanti e quali cognomi dovrai avere. Ma non è stata inghiottita dal nulla, solo nascosta, solo conservata. Salvata, è il sinonimo più appropriato.

“Noi donne non abbiamo uno spazio adeguato per parlare di questa perdita” scrive su Instagram la Stone. “Io ho perso nove bambini per aborto spontaneo. Non è una cosa da poco, né fisicamente né mentalmente. Eppure, ti fanno sentire da sola, quasi con un segreto da nascondere, una vergogna da celare, con un senso di fallimento”.

Non è però tutta colpa della società, degli altri “insensibili e cattivi” (forse, soprattutto, indottrinati da una mentalità individualista e dalla cultura che considera la vita del concepito non ancora inviolabile al punto da poter essere abortita volontariamente); è l’esperienza in sé dell’aborto a infliggere dolore e di sicuro poter contare sull’appoggio e l’intima condivisione del padre di questi figli fuggevoli è già un aiuto considerevole.

Le madri hanno bisogno di compassione

Meglio ancora se si potesse allargare questa maglia di compassione e consolazione, ma senza imputare al maschio cattivo la causa prima di tanto dolore.

Certo, la Stone ha raccontato di avere subito abusi in famiglia, proprio dal nonno e come si può non riconoscerle una giustificata diffidenza nei confronti del maschile?

E’ proprio loo stesso maschile, però, che solo può donare alla donne la maternità e stringersi in una meravigliosa alleanza che permette e alla mamma e al bambino di entrare nel mondo, custoditi.

Grazie dunque a Sharon Stone per aver dato voce a chi non ha voce, bellissimo sarebbe se questa riflessione si estendesse sempre più ampiamente e ragionevolmente ai piccoli soppressi sotto l’egida della legge. Il primo bisogno, il vero diritto inalienabile a fondamento di tutti gli altri è proprio quello alla vita, quello di nascere. Proprio per questo sentiamo come ingiusto e doloroso un aborto spontaneo. Non dovremmo allora schierarci compatti, compatte soprattutto noi donne, a difesa dei nascituri esclusi a forza dalla vita perché non desiderati?

Tags:
aborto spontaneodonnegravidanzamaternità
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