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Perché i cattolici si battono il petto a messa? 

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Deloche Lissac I Godong

Valdemar De Vaux - pubblicato il 15/07/22

Tra i gesti frequenti durante l’eucaristia si trova il battersi il petto con la mano. Alcuni fedeli lo fanno con compunzione, altri lo tralasciano. Che ne dice il messale? Torniamo sul senso liturgico di questo rito.

Potrebbe essere una metonimia: anche se non molto utilizzata, in generale è nota l’espressione “battersi il petto”. In francese anzi si dice “battersi la colpa”, per l’assonanza tra il francese “faute” e il latino “culpa”, e l’espressione dice bene l’intenzione di chi riconosce la propria colpa, anche se non si batte il petto. Sapete che questa espressione è di origine liturgica? 

Nel messale le rubriche (quelle intenzioni sui gesti da osservare) indicano che dicendo le parole “per mia colpa” nel mezzo del “Confesso a Dio onnipotente…” ci si batte il petto. E anzi, nell’editio typica (la versione originale, e normativa, in latino) lo si prescrive per te volte mentre si dice “mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa”. 

Un gesto già presente nell’Antico Testamento 

Lo si trova nei libri profetici, ad esempio in Geremia: «Sì, mi pento […], mi batto il petto» (Ger 31,19). Il significato di questo rito è semplice: si tratta di sottolineare la contrizione. Il riconoscimento delle nostre colpe, espresso nelle parole, si traduce anche nel linguaggio del corpo, perché la liturgia ricerca incessantemente l’armonia tra il corpo e il cuore, il quale è inteso come sede delle intenzioni dell’uomo – buone e cattive. 

Per noi stessi, battersi il petto è dunque un modo per accordare la nostra parola ai nostri atti. Per gli altri, però, è anche una forma di accusa davanti alla comunità: «Sono veramente io che ho peccato!». Il che ricorda che il peccato è (anche) un atto sociale che spezza la comunione, perfino se non si trattasse d’altro che di “cattivi pensieri”… 

Anche se la cosa non è più menzionata nel messale sortito dalla riforma seguita al Vaticano II, è tuttavia rimasta la consuetudine di battersi il petto durante l’Agnus Dei. Quando si canta “abbi pietà di noi” alcuni tornano a battersi il petto, esprimendo ancora quella medesima volontà di riconoscersi peccatori davanti al Padre di misericordia. E si torna(va) a farlo ancora alla fine del terzo responsorio: «Dacci la pace». 

Penitenza e apertura alla grazia di Dio 

Eppure, in quest’ultimo caso non sarà forse un altro significato a essere in gioco? Lo si trova forse riassunto in questa parola neotestamentaria: «Se qualcuno ascolta la mia voce e apre la porta, io entrerò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Ap 3,20). Battersi il petto è qui un modo di mostrare che apriamo la porta del nostro cuore a Colui che viene a visitarci. 

Le due idee, quella della penitenza e quella dell’apertura alla grazia di Dio, sono presenti quando ci battiamo il petto a messa. Anche se l’attuale messale non lo precisa, l’uso più corrente è quello di farlo quando si dice “O Signore, non sono degno di partecipare alla tua mensa, ma di’ soltanto una parola e io sarò salvato”. Anche qui veniamo al Padre, da indegne creature che se ne sono allontanate, pregandolo di venire tra noi col suo Corpo realmente presente nell’ostia che ci apprestiamo a ricevere, per fare dei nostri cuori la sua dimora.

[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio] 

Tags:
atto penitenzialeliturgiaMessamessale romanoriforma liturgica
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