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Quando un prete (per giunta discendente di un santo) si suicida 

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Louis Daufresne Louis Daufresne - pubblicato il 14/07/22

Il suicidio di padre François de Foucauld, della diocesi di Versailles, affligge il cuore e obbliga lo spirito a interrogarsi: «Come ha potuto arrivare a quel punto?». Il giornalista Louis Daufresne, capo-redattore di Radio Notre-Dame, interroga il dramma e le lezioni da trarne, per quanto possibile.

Un suicidio manda sempre un messaggio, ma decrittarlo è cosa delicata. A malapena si riesce a speculare, deplorare lo spreco, discernere una richiesta di aiuto, comparare l’atto a una vendetta personale. 

Quando il gesto fatale non è accompagnato da alcuna lettera, chi resta è lasciato solo con uno spaventoso senso di colpa. Quando il suicidio si ripete, come di recente è accaduto nella Polizia [francese] o a France Télécom, il fenomeno diventa il barometro di una grande depressione collettiva, e la morte eletta offre alla società un’uscita triviale e appiccicosa dalla banalità grigia della sofferenza sul lavoro. 

La Chiesa non sfugge a queste dinamiche, anche se sono pochi i preti che si dànno la morte. Il suicidio di padre François de Foucauld, della diocesi di Versailles, affligge il cuore e obbliga lo spirito a interrogarsi. Come ha potuto arrivare a quel punto? Un prete dà la vita per la “buona notizia”; istruisce e nutre le anime per farle crescere fino al Cielo… non penseremmo mai che gli abissi abbiano una qualche presa su di lui. Un prete che si suicida è come un bagnino che arriva davanti a un natante in difficoltà e una volta lì si inabissa sotto gli occhi di quello e annega. Quando il dramma arriva, insomma, l’emozione è enorme. 

Una forma di rinnegamento 

Eppure [in Francia] i media hanno clamorosamente lasciato il fatto in sordina. Presi dalla questione del rimpasto parlamentare, hanno relegato l’evento ai trafiletti delle ultime pagine. 

Questa tragica vicenda, però, è enfatizzata da ingredienti che le sono propri: prima di tutto c’era il nome, noto e prestigioso. Il grande Charles era stato canonizzato a metà maggio a Roma. François ne portava il segno, per forza di cose. La sua morte volontaria sembra una forma di rinnegamento rispetto a quell’eredità, come se dall’alto l’antenato non sia stato in grado di venirgli in aiuto. Ci si può immaginare che non l’abbia implorato nell’angoscia? 

Poi c’è il luogo: Versailles, la “riserva indiana” dove sussiste una sociologia cattolica famigliare, militante, con tutto quello che i codici della buona educazione esigono in termini di contegno e rispettabilità. Anche se era stato assegnato a Bois D’Arcy, François de Foucauld sembrava corrispondere all’ideale. 

Anche la sua età merita di essere sottolineata: parecchio sotto la media del clero (avrebbe compiuto 50 anni il giorno dei suoi funerali). Il suo profilo aveva di che interrogare: uomo di carattere, rappresentava quella generazione di parroci d’assalto mandati nella trincea di una parrocchia fatiscente. Non c’è motivo di sospettare un errore di discernimento: il padre de Foucauld officiava da 18 anni sul medesimo territorio. 

C’era anche la storia in quanto tale: per una volta, la Chiesa non risultava invischiata in una questione di costumi. Si variava rispetto al trito copione del predatore sessuale, che il mondo politico dà in pasto ai media in questo momento. E insomma il suo caso diventava tanto più intrigante. In fin dei conti, non si vede che cosa potesse spingerlo a porre termine ai propri giorni. 

Eppure i segnali c’erano: per quanto posso giudicare, il segnale d’allerta era stato dato con lo sciopero della fame che aveva protratto per venti giorni in un appartamento a Levallois, al riparo dallo sguardo dei parrocchiani. Poi c’è stata la sua tribuna su La Croix, nella quale invitava a «liberare la parola» e a «considerare i testimoni degli abusi di potere» per «discernere progressivamente insieme regole chiare e pacifiche di governo in seno alla Chiesa». Frasi che non invitano a decidere sul merito della questione (e certo non spetta a me farlo). 

Chi è responsabile? 

Constatiamo soltanto che si oppongono due tesi: da una parte gli “amici” del padre de Foucauld accusano disfunzioni istituzionali cristallizzate in un rapporto di revisione e una mediazione esclusivamente a carico, come se la Chiesa si esonerasse dalle regole del diritto nelle sue procedure contenzione, in particolare quella del dibattito contraddittorio tra il prete e i laici che recriminano contro di lui. Dall’altra, la diocesi afferma di aver esaurito tutti i mezzi a propria disposizione. Il padre de Foucauld si sarebbe trincerato in una forma di impossibilità comunicativa, dal momento che la sua attitudine verso la gerarchia l’avrebbe condotto a una situazione insolubile. 

L’istituzione è responsabile? La questione non si pone: lo sarà sempre, e tanto più in quanto rivendica un legame filiale tra il vescovo e i “suoi” preti. Nessuno si chiede se un genitore si senta estraneo al suicidio dei suoi figli. Allo stesso modo per i dirigenti d’impresa o per le istituzioni toccate dalle epidemie di suicidio: l’Ad di France Télécom o il comandante della Polizia hanno relazioni necessariamente superficiali con i loro subalterni. Eppure sono ritenuti responsabili, almeno dal punto di vista morale, delle condizioni di lavoro degradate che hanno spinto alcuni al suicidio. «Ne resterò segnato a vita», ha detto tra i singhiozzi l’ex Nº 1 di France Télécom, Didier Lombard, mentre ascoltava le testimonianze delle parti civili durante il processo d’appello all’impresa, la settimana scorsa, per ricatto morale (dopo 19 suicidi e 12 tentati suicidi). Il suo braccio destro, Louis-Pierre Wénès, 

ha sempre considerato che non ci fosse un malessere generalizzato nell’impresa, ma indubbiamente delle situazioni individuali delicate. 

Lo ha fatto sapere il suo avvocato. Tutto qua. Siamo davanti a fenomeni sistemici o a casi isolati? Per France Telecom la risposta della corte d’appello sarà nota il 30 settembre. 

Alcuni vorrebbero far passare la Chiesa per una zona di non-diritto, una sorta di territorio perduto per lo Stato. La polemica è cattiva consigliera. Quel che è evidente è che la sofferenza sul lavoro è per essa un tabù. C’è come una chiusura mentale: giudicandosi pura e santa, essa non può includersi nella realtà umana che dovrebbe fecondare – e ha pure ragione. Impariamo che la Chiesa è nel mondo ma non del mondo. Questo adagio, se male interpretato, può condurre uomini in posizione di responsabilità a non dover rendere conto a nessuno. Le guerre personalistiche non trovano quindi interlocutori terzi, che sdrammatizzino, dipanino e risolvano. Tanto più che i rapporti tra persone consacrate sono difficili da affrontare: il concetto di obbedienza è una cosa nebulosa. Un vescovo non ha autorità civile sul proprio prete, e secondo me questo relativizza la questione degli abusi di potere. 

Tre lezioni 

Una prima lezione da trarre da questo dramma potrebbe essere, secondo una formula già affermata: permettere alla sofferenza di esprimersi. Nicolas Jourdier, imprenditore, ha appena creato su Facebook il gruppo Saint-Michel-Saint-François. Amico molto intimo del padre de Foucauld, egli intende così operare per liberare la parola di chierici, laici e volontari che non trovano persone con cui aprirsi. In 24 ore circa 450 persone si sono fatte vive, e (cosa che non ha mancato di sollevare la sua sorpresa) col benestare di due arcivescovi. 

La seconda lezione potrebbe essere questa: rispettare le procedure di controllo interne decise nelle diocesi per risolvere i conflitti tra persone, come quello che era stato avviato a Versailles. Ricordiamo le condizioni: 

  • l’indipendenza (l’auditore non deve essere implicato nelle operazioni analizzato né può essere tra le parti in causa); 
  • l’integrità (il che significa incrociare le fonti per individuare meglio la verità); 
  • l’obiettività (ossia il confronto delle conclusioni con contraddittorio coi responsabili delle operazioni audite). 

Se ancora sussistesse uno scarto fra l’analisi dell’auditore e il punto di vista dell’audito, si dovrebbero citare entrambi per evitare ogni rischio di audizione a senso unico. 

Una terza lezione, senza dubbio la più importante, sarebbe quella di educare i laici, troppo pronti a “crederci”. Il mio compianto collega de La Vie, Jean Mercier, aveva dedicato al tema un brillante pamphlet (Il signor parroco ha dato di matto, San Paolo 2017). 

Alcuni vorrebbero brillare di luce propria, come se il concilio Vaticano II offrisse un salvacondotto ai loro eccessi di zelo. Il padre de Foucauld si sarà ritrovato nel medesimo stato psichico di quegli insegnanti in balia di una gilda di genitori di alunni mentre il preside si gira dall’altra parte? Normalmente a scuola si rimproverano quelli che «fanno la spia»: e nella Chiesa? Se ognuno restasse al proprio posto, la società andrebbe meglio. La mancanza di rispetto, a ogni livello, non risparmia neppure le parrocchie. In questa storia, come in tante altre, l’autorità ben compresa è incessantemente messa in discussione. 

[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio] 

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