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Un altro bravo sacerdote lascia la mia parrocchia. È davvero necessario?

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Padre Artur Stopka - pubblicato il 13/07/22

Ogni anno, durante le vacanze estive, in molte parrocchie si avvicendano addii e benvenuto, e a volte il cambio dei parroci provoca grande emozione

Immaginate una situazione come questa: un giovane sacerdote, subito dopo l’ordinazione, arriva in una parrocchia in una cittadina e vi rimane come vicario (pastore associato) per i 15 o 20 anni successivi. Poi diventa parroco in una grande città, e ricopre quell’incarico fino alla morte.

È possibile? Teoricamente sì. Non ci sono leggi ecclesiali che lo proibiscano. In genere, però, qui in Polonia – come in molte altre parti del mondo – non si verificano situazioni di questo tipo. L’esperienza della Chiesa suggerisce altre soluzioni.

Ogni parrocchia è viva

Secondo il Codice di Diritto Canonico, è il vescovo a decidere se e dove nominare un vicario.

“Ogni volta che risulta necessario o opportuno ai fini della adeguata cura pastorale della parrocchia, al parroco possono essere affiancati uno o più vicari parrocchiali, i quali si dedicano al ministero pastorale come cooperatori del parroco e partecipi della sua sollecitudine, mediante attività e iniziative programmate con il parroco e sotto la sua autorità” (Codice di Diritto Canonico, n. 545).

Il vescovo riconosce le necessità pastorali della comunità che gli è stata affidata, che non sono definite nel dettaglio una volta per tutte. Ogni parrocchia è viva, spesso in modo molto forte. Ad esempio, in appena dieci anni in una delle diocesi polacche varie parrocchie hanno cambiato la propria fisionomia, da quasi rurali a municipali. Alcuni dei residenti si sono trasferiti, e sono state costruite molte nuove abitazioni, in cui vivevano molti nuovi arrivati provenienti dalla grande città.

Avevamo quindi bisogno di chierici che, di fronte alle mutate condizioni, potessero guidare i fedeli alla salvezza nel modo più efficace possibile. Chi è in grado di rispondere alle nuova sfide raggiunge la gente con mentalità, istruzione e aspettative diverse.

I sacerdoti sono come fiori, dice un vescovo

Quando si compiono cambiamenti di personale nelle parrocchie, il vescovo e i suoi associati tengono conto delle capacità e predisposizioni del sacerdote, e cercano di mandarlo in un luogo in cui possa usarle e svilupparle al meglio.

“I cambiamenti sono anche dettati dalla necessità di fare esperienza, di conoscere ambienti, gruppi e comunità diversi, e dalla necessità di formazione costante del sacerdote. Questo si applica soprattutto ai presbiteri giovani”, ha spiegato un officiale della Curia.

Un altro ha aggiunto che l’accettazione dei cambiamenti da parte del clero è un’espressione di obbedienza al vescovo, come hanno promesso al momento dell’ordinazione, e di fiducia in Dio. “È anche la possibilità di un nuovo inizio, rompendo modelli, abitudini e routines, che non sono sempre positivi nella vita sacerdotale o religiosa”, ha aggiunto.

Commentando la questione del trasferimento dei sacerdoti da una parrocchia all’altra, l’arcivescovo Józef Michalik ha affermato: “I sacerdoti sono come fiori. A volte bisogna ripiantarli per farli sbocciare. Ma bisogna farlo con attenzione”.

Ogni anno, la maggior parte dei cambiamenti riguarda sacerdoti ordinati di recente, ma di tanto in tanto i pastori vengono trasferiti da una parrocchia all’altra. Il Codice di Diritto Canonico dice: “Se il bene delle anime oppure la necessità o l’utilità della Chiesa richiedono che un parroco sia trasferito dalla sua parrocchia, che egli regge utilmente, ad un’altra o ad un altro ufficio, il Vescovo gli proponga il trasferimento per scritto e lo convinca ad accettare per amore di Dio e delle anime” (Can. 1748).

Il Diritto Canonico, ad ogni modo, sottolinea che un pastore dovrebbe essere nominato da un vescovo per un periodo di tempo indefinito, perché “goda di stabilità” (Can. 522).

Scadenza di mandato?

Di tanto in tanto, la Chiesa cattolica ridiscute la scadenza di mandato dei parroci. Ad esempio, la Conferenza Episcopale Polacca ha affrontato la questione dieci anni fa. Da un lato è stato sottolineato che potrebbe salvare i sacerdoti dalla routine e dal burnout, favorire i vescovi nella risoluzione di possibili problemi e conflitti personali, disciplinare il clero, ecc..

Dall’altro, si è detto che il parroco potrebbe essere ridotto al ruolo di un funzionario, o perfino un mercenario, che si concentra sul fatto di sopravvivere con il minor sforzo possibile fino alla fine del suo mandato anziché essere un pastore che cura i fedeli a lui affidati.

I vescovi polacchi alla fine hanno respinto la proposta di termini più rigidi per l’incarico dei parroci, ma l’idea non è stata del tutto accantonata. Nel 2017 è emersa tra le proposte sottoposte come parte del V Sinodo della diocesi di Tarnów.

Nella discussione sulla scadenza di mandato dei parroci, a uno degli arcivescovi polacchi è stato chiesto se si dovesse applicare anche ai vescovi. Il presule ha risposto positivamente al suggerimento, dicendo che negli ultimi dieci anni prima del suo ritiro avrebbe voluto assistere pastoralmente una diocesi più piccola.

Se è vero che il suggerimento di un termine per i vescovi non va oltre le conversazioni private e le speculazioni giornalistiche, questa proposta non cambierebbe il luogo del ministero dei vescovi. Ovviamente molti presuli servono la stessa comunità diocesana dalla nomina al ritiro, ma ce ne sono anche molti che per decisione del Papa si spostano dalla prima sede in cui vengono inviati.

Molto spesso la questione riguarda i vescovi ausiliari, che il successore di San Pietro affida a una delle Chiese locali, nominandoli vescovi diocesani. Accade anche che il vescovo di una diocesi diventi, per volontà papale, il vescovo o l’arcivescovo di un’altra (raramente i vescovi ausiliari passano da una diocesi all’altra).

I cambiamenti nel luogo di ministero del clero cattolico non sono determinati solo da ragioni pratiche. Qualcuno ha detto che il sacerdote è un nomade, un eterno pellegrino, un missionario che, come Gesù, non ha una casa. “Le volpi hanno delle tane e gli uccelli del cielo hanno dei nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”, ha detto Nostro Signore (Mt 8, 20).

In molti seminari, i seminaristi cambiano stanza molto spesso durante la loro formazione, ad esempio ogni sei mesi. Questi cambiamenti apparentemente superflui mirano a ricordare loro che sia il vicario che il pastore, come anche il vescovo, vengono continuamente inviati. È per questo che dovrebbero essere pronti ogni volta ad andare ovunque la Chiesa, in cui lo Spirito Santo è all’opera, abbia bisogno di loro. Così è stato fin dagli inizi della Chiesa stessa.

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