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Marmolada: una valanga di neve, ghiaccio e roccia. Ancora 15 dispersi

Ice serac that collapsed on the Marmolada, near Punta Rocca, killing four people-AFP

Photo by SOCCORSO ALPINO / AFP

Annalisa Teggi - pubblicato il 04/07/22

7 morti, 9 feriti e 20 dispersi. I soccorsi continuano. Una volta di più una tragedia ci interroga sull'uomo custode del creato, per non cadere nella tentazione di una natura vendicativa o di un'indifferenza cosmica.

All’indomani della tragedia sulla Marmolada, si prende consapevolezza della catastrofe. È il giorno dello sconcerto, dello strazio dei parenti e dei soccorsi che non si fermano. I dati su vittime e dispersi sono in continuo aggiornamento. Le ultime notizie informano di un bimbo, dato per disperso, che è a casa sano e salvo e di 4 dispersi trovati vivi.

Un piccolo fiato di sollievo in mezzo a quello che è stato definito un inferno di ghiaccio.

Tecnicamente gli alpinisti sanno spiegare cos’è successo: è crollato un seracco, una massa di ghiaccio larga 200 metri e alta 80 si è staccata provocando una valanga che è scesa da quota 3200 metri a quota 1800 raggiungendo la velocità di 300 km/h.

Umanamente, quegli stessi alpinisti, intervenuti nei soccorsi, hanno dovuto assistere a una scena che li ha lasciati soffocati dal dolore:

«Per oltre mille metri abbiamo trovato resti straziati in mezzo a una marea informe di ghiaccio e detriti», racconta Gino Comelli del Soccorso Alpino.

Da Corriere

Valanga sulla Marmolada: una carneficina inimmaginabile

Il bilancio provvisorio è di 7 morti, 9 feriti e una quindicina di dispersi. Si sa per certo che domenica pomeriggio erano presenti due cordate, ciascuna di 6 alpinisti, sul luogo della valanga. Ma non si sa ancora con precisione quante persone fossero effettivamente presenti su quel versante della Marmolada e si girano i parcheggi di accesso ai sentieri per fare una triste conta di possibili vittime.

Una piacevole escursione estiva su una delle montagne italiane più amate si è trasformata in una catastrofe inimmaginabile.

 “Una valanga di neve, ghiaccio e roccia ha colpito un sentiero di accesso in un momento in cui c’erano diverse cordate, alcune delle quali sono state spazzate via”, ha detto la portavoce dei servizi di emergenza Michela Canova.

Da Agi
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Spazzate via. Una volta di più davanti ai nostri occhi il paradosso della piccolezza umana, di fronte all’imponenza rovinosa degli elementi naturali. In tanti usano la parola ‘carneficina’, quasi si trattasse di una strage pianificata. Non è così. Eppure quella parola torna sulla bocca dei soccorritori presenti sul luogo. Alcuni corpi sarebbero così deturpati da renderne quasi impossibile l’identificazione se non attraverso l’esame del dna:

 è “un disastro inimmaginabile, una carneficina tale che solo difficilmente ci permetterà di identificare con esattezza l’identità delle vittime perché i corpi sono stati smembrati” dalla colata di ghiaccio e sassi.

Da Ansa

Di fronte a questa tragedia due tentazioni opposte ci assolgono, entrambe da disinnescare. C’è chi oggi grida alla vendetta della Natura, e sono le voci di un ecologismo esasperato: si idolatra l’elemento naturale trattandolo alla stregua di una divinità irata che si scaglia contro le follie dell’uomo. C’è l’ipotesi opposta: l’uomo sarebbe una variabile infinitesimale dentro un universo indifferente alla sua presenza.

A queste voci puramente ideologiche si affianca l’ipotesi cristiana, che parla di una responsabilità umana nella cura del Creato. Il messaggio del Papa tiene unite ma non mescolate le persone e la natura (senza N maiuscola):

L’uomo ha un ruolo di responsabilità nel disegno della Creazione. Troppo spesso questo diventa evidente solo a posteriori, in quella che si definisce macchina dei soccorsi, ma macchina non è. E’ proprio un quid solo e solamente umano. Se la Natura fosse solo una dea cattiva, se l’universo fosse un elemento indifferente, perché mai dovrebbe esistere una creatura capace di soccorso e pietà?

Soccorsi difficoltosi ma instancabili

Non è bastata la solerzia dei soccorritori umani, nelle ore notturne sono stati indispensabili i droni dei Vigili del fuoco. Essendo dotati di termocamere possono individuare anche al buio la fonte di calore emessa da una persona.

Basti questo dato a suggerire l’instancabile opera di intervento sul luogo della tragedia, anche se l’entità della valanga lascia poco margine per sperare di trovare altri superstiti. Chi vive la montagna, ne conosce la bellezza vertiginosa, si adopera al soccorso anche quando manca una vera e propria speranza. L’alpinista ha una grande consapevolezza del limite umano, e proprio per questo ha una coscienza enorme del valore di ogni vita umana.

Vedere le ‘piccole’ luci umane – rispetto al gigante della montagna – all’opera per tutta la notte, è già una risposta alla tentazione di sentirsi solo schiacciati di fronte all’imponenza di questi eventi.

Ice serac that collapsed on the Marmolada, near Punta Rocca, killing four people-AFP

Alcuni dispersi sono stati tratti in salvo: un giovane di 27 anni è stato ricoverato all’ospedale Santa Chiara di Trento e insieme a lui altre 8 persone, in gravi condizioni, sono state recuperate tra i detriti e portate in altri nosocomi.

In queste ore per i soccorritori la situazione sulla Marmolada non è facile. Ci sono ancora lastre di ghiaccio pericolanti e per garantire un minimo di sicurezza alle operazioni sarebbe necessario che le temperature si abbassassero.

Intanto al Palaghiacchio di Canazei è stata allestita la camera ardente ed è al lavoro un team di psicologi per accogliere i familiari delle vittime e dei dispersi.

Filippo, giovane padre morto. Stefano e la fidanzata, abbracciati e sopravvissuti

Chi sono le vittime? Quali erano le loro storie? In tutti noi nascono spontanee queste domande appena accade una tragedia di queste proporzioni. E’ stato così per il Mottarone e per il ponte Morandi, per citare due casi tra i molti. Se tutto questo, a volte, degenera nel gossip, è colpa nostra. Ed è una svista. La vera fonte del nostro interesse non è pura curiosità, ma bisogno di immedesimazione.

Alcune storie cominciano a emergere, altre si aggiungeranno. E tutte ci portano sul limite che separa il cinismo dal mistero. Qualcuno si trova, per puro caso, al centro della tragedia e muore. Qualcuno, per puro caso, ne scampa per un soffio.

Tra le storie che stanno emergendo, c’è quella di Filippo Bari. E’ tra i dispersi, di lui i familiari avevano ricevuto un selfie 15 minuti prima della tragedia: era a bocca spalancata di fronte al ghiacciaio, felice. Filippo era un giovane padre di 27 anni e quella foto resta l’ultimo suo documento, in cui – inconsapevolmente – ha lasciato ai suoi cari una testimonianza dello stupore entusiasta di fronte alla bellezza del Creato. Quella bellezza terribile che interroga a fondo il vero alpinista.

Non molto lontano da questo giovane padre, c’era una coppia di fidanzati che si è salvata. Stefano Dal Moro e la sua compagna hanno assistito al crollo del seracco da vicinissimo. Per un soffio la valanga non li ha travolti:

«Siamo dei miracolati. Eravamo poco più in alto rispetto al punto in cui ci sono state le vittime . C’è stato un rumore sordo, poi è venuto giù quel mare di ghiaccio. In questi casi è inutile scappare, puoi solo pregare che non venga dalla tua parte. Ci siamo abbracciati forte e siamo rimasti accucciati mentre la massa di ghiaccio ci passava davanti».

Da Corriere

Pregare. Forse lo avranno fatto anche le vittime. In quei momenti, s’intuisce, l’anima umana è al cospetto di sé senza più alcun velo. C’è la paura, c’è il terrore, ma c’è anche la mossa di affidarsi. E anche noi che assistiamo attoniti da lontano a questi fatti non ci accontentiamo di rivolgere lo sguardo solo a una Natura maligna o a un Caos indifferente che ‘condanna’ un giovane padre e ‘salva’ una coppia di fidanzati.

‘Per puro caso’ non tiene.

Il grido della montagna e le responsabilità dell’uomo

Una guida alpina, tra i responsabili del Rifugio Castiglioni, ha assistito alla tragedia da un luogo non direttamente colpito e offre questa testimonianza.

“Il boato, che si è sentito distintamente intorno alle nostre montagne, ci ha fatto capire subito che era successo qualcosa di grave, tant’è che sono subito corso a chiamare i soccorsi”, aggiunge la guida alpina.

Da Ansa

In molti parlano di questo grido della montagna. La natura ha una voce? Ci sta mandando un messaggio? No. Non è la natura che ci parla, fu Dio a darci un compito quando creò il mondo. Ed è curioso che l’uomo contemporaneo, fatta piazza pulita dell’ipotesi della Creazione, tenda poi ad antropomorfizzare e divinizzare altri elementi, come la natura.

Evidentemente è scritto dentro di noi un bisogno di relazione con il mondo (anche quando ci siamo dimenticati di Chi lo ha fatto). Una certa espasperata deriva ecologista accusa l’irresponsabilità umana, senza attribuirle – a priori – la bellezza che è propria della responsabilità. Siamo colpevoli del riscaldamento globale, è un dato allarmante che in cima alla Marmolada ci fossero ieri 10 gradi, entro la fine del secolo non esisteranno più ghiacciai in Italia. Tutto verissimo, come l’osservazione puntuale di un esperto come Reinhold Messner:

“È una tragedia figlia del riscaldamento globale. Ma non possiamo lavarci l’anima dicendo che la colpa è del cambiamento climatico e pazienza, come se fosse un evento sovrannaturale e imprevedibile: in realtà la natura non ha mai colpa, la colpa è nostra che sappiamo benissimo che siamo responsabili del riscaldamento globale, ma che non facciamo nulla per invertire il trend. Abbiamo vissuto per decenni con il mito della crescita infinita, e questo è il risultato”. 

Da Quotidiano.net

Il libro della natura è unico, tiene insieme le montagne e il cuore dell’uomo

Però c’è questa tendenza riduttiva, a considerarci solo ‘responsabili del riscaldalmento globale’. Responsabili diventa sinonimo di colpevoli e questo distorce la prospettiva. C’è un tassello essenziale che manca, ed è quello originale. Non siamo solo e soltanto responsabili degli errori commessi, c’è un prima: siamo stati creati responsabili della cura buona del mondo che Dio ha creato. Senza questa parte iniziale del disegno universale, oggi tendiamo puntare il diro sugli errori umani, tralasciando che fin dall’inizio Dio ci ha considerato degni di fiducia.

Non si può domandare ai giovani di rispettare l’ambiente, se non vengono aiutati in famiglia e nella società a rispettare se stessi: il libro della natura è unico, sia sul versante dell’ambiente come su quello dell’etica personale, familiare e sociale (Caritas in veritate, 15.51). I doveri verso l’ambiente derivano da quelli verso la persona considerata in se stessa e in relazione agli altri.

Benedetto XVI, Giornata mondiale della pace – 1 gennaio 2011
ESCURSIONE, MONTAGNA, ALBA

L’uomo tende a muoversi meglio in nome di un bene, il senso di colpa suscita solo una reazione di breve portata. In tanti oggi puntano il dito contro gli errori di un delirio di onnipotenza davvero distruttivo verso l’ambiente, tenendo questa prospettiva separata da altre valanghe non meno distruttive sul versante della comunità umana. Il messaggio cristiano è l’unica voce che insiste ancora unite le montagne e il cuore dell’uomo, insistendo sulla fiducia che fu data all’uomo e non sul senso di colpa. Tu sei un bene – dice Dio di ciascuno di noi.

Solo a partire da un’ipotesi così irriducibile, corrispondente e positiva ci si può aspettare che l’uomo si metta all’opera e intuisca che la custodia del Creato è tutt’uno con il bisogno di senso e felicità che grida nella sua anima.

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