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Diventare umani: cosa ci dicono gli scheletri dei nostri antenati 

Yves Coppens

Aurimages via AFP

Yves Coppens nel Musée de l'homme a Parigi, nel 1991

Blanche Streb - pubblicato il 28/06/22

Grazie alle scoperte paleontologiche, come quella di Yves Coppens (morto il 22 giugno 2022 all’età di 87 anni), sappiamo che l’uomo è colui che sa aiutare i più deboli, gli “inutili”. L’umanità è il meglio di cui l’uomo è capace.

L’illustre paleontologo francese Yves Coppens, il cui nome resterà per sempre legato a quello di Lucy, australopiteco di 3 milioni di anni, è morto giovedì 22 giugno 2022. Professore emerito al Museo Nazionale di Storia Naturale, Coppens era uno specialista di fossili umani e dunque della storia umana e della sua evoluzione. Nell’anno 2000, in occasione di un convegno intitolato “Le malheur des autres : souffrance et culture” [“Il dolore degli altri: sofferenza e cultura”, N.d.T.], organizzato al Collège de France da Xavier Le Pichon, un altro eminente scienziato, Yves Coppens aveva pronunciato una comunicazione sulla scoperta, in una tomba in Iraq, di uno scheletro adulto sessantenne al momento della morte, avvenuta 100mila anni fa. 

Una straordinaria prova di umanità 

Questo scheletro era particolare: le sue ossa presentavano molteplici fratture, ma non erano state quelle ferite a causare la morte dell’uomo, che dunque era infermo. Sarà stata una caduta accidentale? Una cosa è sicura: nel suo stato, non poteva più muoversi e aveva perso l’uso del braccio destro. Era incapace di prendersi cura di sé. Ora, in quel momento della storia gli uomini e le donne vivevano di caccia e di raccolta. Si spostavano praticamente tutti i giorni per trovare i loro mezzi di sussistenza, e la loro dimora non era fissa. Così, se l’uomo dallo scheletro in frantumi è sopravvissuto numerosi anni malgrado il suo stato, lo si deve al fatto che è stato preso in carico dagli altri. 

Si tratta di una straordinaria prova di umanità, perché si può immaginare il considerevole sforzo nel trasportarlo e prenderci incessantemente cura di lui: centomila anni fa i mezzi non erano quelli di oggi… Altre scoperte in Georgia avrebbero confermato l’esistenza, quasi 2 milioni di anni fa, di un’organizzazione sociale che avrebbe permesso di aiutare i più deboli. Una mandibola sdentata con tracce di malattia, i cui alveoli risultano cicatrizzati, proverebbe che un uomo ha potuto sopravvivere malgrado questo serio handicap, cosa che sarebbe stata impossibile senza l’aiuto della sua comunità. 

La vera compassione 

A fronte della logica utilitaria che domina il mondo, l’uomo ha immaginato un mezzo per mettere al centro della propria comunità una persona che non aveva più “utilità”, permettendole così di continuare a occupare il proprio posto nella società. Una tale scelta, che può sembrare insensata, conduce inevitabilmente a una riorganizzazione della società. 

Questo il commento di Xavier Le Pichon, il quale è sempre stato molto sensibile alla questione della fragilità umana e dell’handicap. Per il pioniere della tettonica a placche, il nesso tra la scienza e le persone sofferenti sarebbe stato cruciale per lo sviluppo dell’umanità. Riprendendo le lezioni che ci dànno i fossili umani, egli diceva che 

mettere al centro della società quelli che soffrono è specifico dell’umanità. Si tratta di un fenomeno vecchio quanto l’umanità. Sono i membri più deboli, i più marginali, i più scaltriti dalla società che dall’inizio della storia dell’uomo hanno avuto il potere di attrarre l’uomo fuori dal mondo animale o, al contrario, quando vengono rigettati, di lasciarlo ricadere al livello più basso. 

Insomma, le persone fragili hanno partecipato in ogni epoca a rendere umano l’essere umano. In francese [come pure in italiano, N.d.T.] “essere umano” ha più sensi: l’espressione designa 

  • colui che è un essere umano, ma anche 
  • ciò di cui l’uomo è capace. “Essere umano” si intende come 
  • essere capace di comprensione e di compassione, e in ultimo 
  • “l’umano” è il meglio di cui l’uomo è capace. 

In questi tempi in cui la tentazione dell’eutanasia volteggia su di noi, per quanto riguarda il fine-vita, e che ci abituiamo all’eugenismo prenatale, noi sappiamo che l’uomo è capace del meglio come del peggio, e che ogni epoca apporta ammirabili progressi e supporta indiscutibili regressi. 

Diventare umani è un cammino sul quale la compassione serve da valigia. Non lasciamo che la società si fossilizzi o perverta in falsa pietà una tanto bella virtù. La vera compassione rende solidali della sofferenza altrui, ma non sopprime colui del quale non riusciamo a sopportare la sofferenza. 

[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio] 

Tags:
compassionepro lifericerca scientificastoriaumanita
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