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Archie, 12 anni, in coma. Contro i genitori giudice autorizza distacco dei supporti

Archie-Battersbee

Hollie Dance

Paola Belletti - pubblicato il 15/06/22

Ci risiamo e chissà quanti altri casi simili ci sono sfuggiti. Archie Battersbee, dopo un incidente domestico forse legato ad una sfida social ha perso conoscenza e non si è ancora ripreso. Per i giudici è ora di sospendere ventilazione meccanica, nutrizione e farmaci; per la mamma, il papà e la comunità che li sostiene la sua vita va difesa e solo Dio dispone di essa, ma chi decide nel suo "best interest" non ne tiene alcun conto.

Archie, 12 anni, in coma. Il giudice ordina di staccare la spina, ma la famiglia non lo accetta

VanityFair

Questo il titolo del magazine italiano a introdurre e commentare asciuttamente il dramma di questo ragazzo e della sua famiglia che anche secondo il magazine indigeno non sa accettare che è finita.

Il tutto sembra giocarsi tra il non più e il non ancora. Tra l’ospedale che, incredibilmente, si è rivolto alla Corte per ottenere la sospensione dei supporti alle funzioni vitali del bambino, e la mamma e il papà.

I primi sostengono che non si sia più ripreso, i secondi che non lo abbia ancora potuto fare. I primi che la “probabile” morte cerebrale è più che sufficiente a considerarlo del tutto morto, i secondi che il cuore che batte e la mano che ha stretto alla madre sono più che sufficienti a considerarlo vivo e a mantenerli al suo fianco.

Che grossolani, questi genitori: si accontentano della vita purché sia? non sanno che ormai, tra i civili, si ragiona di qualità della stessa?

Prima di prendere il largo con le considerazioni, proviamo a ricostruire i fatti per come li apprendiamo dalla stampa, innanzitutto britannica.

L’incidente legato ad una challenge, forse

Archie Battersbee, 12 anni, è stato trovato privo di sensi nella sua casa di Southend, nell’Essex, il 7 aprile.

I medici che lo stavano curando al Royal London Hospital nella zona est di Londra hanno detto all’Alta Corte che era “molto probabile” che fosse “morto nel tronco cerebrale” e hanno chiesto la fine del suo supporto vitale.

BBC Uk

Sempre secondo la BBC, gli avvocati che rappresentano la gestione di questo e altri 4 ospedali, il Barts Health NHS Trust, avevano chiesto al giudice di decidere quali procedure si dovessero mettere in atto nel – so che questa espressione ci farà venire di nuovo i brividi – “best interest” del bambino.

Sull’incidente che ha portato il ragazzo in coma ancora non si è giunti a completa chiarezza. Il fatto che fosse privo di coscienza lungo le scale di casa e con una corda intorno al collo per la madre fa pensare all’esito tragico di una stupida sfida nella quale si sarebbe imbattuto online. Non sono purtroppo nuove, vicende simili.

Trasportato al Royal London Hospital le sue condizioni erano apparse subito disperate, si legge ancora.

Come Charlie, Alfie e innumerevoli altri

La mamma, Hollie Dance, insieme al papà del ragazzino, non solo non sono affatto d’accordo ma, dopo la prima sentenza dell’Alta Corte, ricorreranno in appello. Stanno ancora lottando per convincere giudici e medici a tenere in considerazione la loro volontà e dare assistenza a loro figlio e non morte per omissione volontaria di cure.

Lo fanno perché sanno più cose e più importanti dei medici e degli avvocati e non perché sarebero accecati da un amore insano, come sembra di cogliere dai commenti pseudo-pietosi dei legali dell’ospedale. Sanno che Archie è vivo:

Il suo cuore batte ancora, mi ha stretto la mano e, in quanto sua madre, so che c’è ancora.Finché non sarà questa la decisione di Dio, non accetterò che se ne debba andare. Sono successi miracoli, ci sono state persone guarite dalla morte cerebrale. Questo caso solleva importanti questioni morali, legali e mediche sul momento in cui una persona deve essere considerata morta».

BBC

Hollie e Paul ci ricordano altri genitori, diversi, più giovani, con bimbi piccoli; il loro strazio e le inquadrature dei loro discorsi brevi e strozzati dal magone davanti ai palazzi di giustizia, invece, sono gli stessi. Anche loro sono sostenuti da una comunità di fedeli e dal sostegno del Christian Legal Center.

Il tempo è vita, non denaro

Sostenuto da ventilazione artificiale, da quel 7 aprile non ha più (anzi, diremmo con la madre e il padre, non ha ancora) ripreso conoscenza. Questa è la questione: per i genitori non ha avuto abbastanza tempo, per ospedale e legali anche troppo. E si sa che il tempo è denaro, il loro.

Ciò che ha mosso passi veloci al punto da sembrare frettolosi è stato proprio il ricorso alle vie legali.

Gli avvocati del gruppo proprietario dell’ospedale si sono rivolti all’Alta Corte, su richiesta dei medici, e in quella il giudice incaricato ha stabilito che, per il child best interest , l’ospedale è autorizzato a interrompere la ventilazione meccanica.

La sentenza

La giudice Justice Arbuthnot, con una sentenza di primo grado, autorizza “i medici dell’ospedale Royal London a cessare la ventilazione meccanica di Archie Battersbee, a estubarlo, a cessare la somministrazione di farmaci e a non tentare alcuna rianimazione cardiopolmonare su di lui quando cessa il battito cardiaco o lo sforzo respiratorio. I passi che ho indicato sopra sono legittimi”. (Avvenire)

In un altro passaggio argomenta con una affermazione che non è affatto dimostrata che non solo Archie non ha prospettive di recupero, ma

Non ha piacere di vivere e il suo danno cerebrale è irrecuperabile. La sua posizione non migliorerà”.

BBC

la signora Justice Arbuthnot ha concluso che Archie è morto a mezzogiorno del 31 maggio sulla base delle scansioni MRI quel giorno.

Ha detto: “Trovo che la cessazione irreversibile della funzione del tronco cerebrale sia stata definitivamente stabilita.

“Concedo il permesso ai professionisti medici del Royal London Hospital di interrompere la ventilazione meccanica di Archie Battersbee”.

…i professionisti: questo è il fatto. Sono loro, i “Professionisti” che capiscono e possono quindi decidere e agire. I genitori che competenze possono mai vantare?

“Dovrei stare al capezzale di mio figlio”

Nel breve video che compare nell’articolo della BBC la mamma dichiara di essere devastata per le parole dei giudici, che desidererebbe restare al capezzale del figlio anziché in tribunale; e aggiunge che, per la prima volta in assoluto, il risultato di una risonanza magnetica che stabilirebbe che è il bambino è “likely dead” (probabilmente morto) è l’argomento forte della sentenza che autorizza la sospensione dei supporti vitali.

Hollie denuncia anche l’altro aspetto che a noi, di qua dalla Manica, fa ancora una certa impressione: la volontà dei genitori non è per nulla presa in considerazione.

Non smetteranno di combattere sul fronte legale, ma nel frattempo sui social la mamma denuncia lo stato di incuria e malnutrizione in cui verserebbe il figlio.

https://www.facebook.com/groups/502134218209323/posts/543378524084892

Non basta “sopravvivere” alla gravidanza

Questo bambino è bellissimo, tra l’altro, ed è nato sano. Era atletico, un talento per la ginnastica. E allora?

Non ci accorgiamo, dunque, di cosa sta accadendo? Non si è mai davvero in salvo: ciò che dovrebbe restare saldo come un bastione è che ogni bambino che viene concepito è sempre intoccabile e indisponibile, qualsiasi siano i suoi tratti, quale che sia l’integrità o meno delle sue funzioni, quante siano le menomazioni che lo possano affliggere, prima della nascita o lungo l’intero corso della sua vita.

Invece no, abbiamo accettato di discutere di qualità della vita e questo, dalla legittimazione dell’aborto in poi, non può che essere il risultato.

Certo, il sistema giuridico britannico è diverso dal nostro, per questo tanti bambini sono diventati prima casi limite, poi bandiere delle battaglie pro life, poi confusi ricordi. Non abbiamo quasi nostalgia per la storia di Charlie Gard e quella di Alfie Evans?

Si esulta per la nascita dei loro fratellini sani, che è davvero una bellissima notizia ma forse anche per il fatto che questi, geneticamente meglio in arnese, sono più al sicuro dal martirio che è toccato ai loro predecessori. Ed è inaccettabile e offensivo per tutti i bambini malati che le loro famiglie sanno essere ugualmente degni.

Ed è per questo che la legge intitolata a Charlie Gard e che sta proseguendo il suo iter nelle istituzioni del Regno Unito è una notizia buona, ma solo parzialmente.

La dignità della persona, un bene di cui non si dovrebbe discutere

La vita del più fragile merita per sua natura di essere sempre difesa, persino contro la volontà dei genitori, quando questa dovesse manifestarsi opposta alla preservazione di questo bene. Ed è a quel punto che dovrebbero arrivare in soccorso i giudici, non ora, non a dire che hanno ragione gli avvocati del gruppo ospedaliero e che sono autorizzati a lasciarlo morire di asfissia.

Nessuna relazione di dominio di una persona sull’altra è giusta poiché rinnega la dignità e l’uguaglianza che deve esistere tra genitori e figli e quindi tra tutti gli uomini. (Cfr Istruzione Dignitas personae)

Povero Archie, poveri Hollie e Paul, genitori straziati da due dolori, uno naturale e uno che è inflitto come tortura da altri uomini. Poveri loro, costretti a lottare contro medici, avvocati e giudici perché non uccidano prima del tempo loro figlio.

Hanno chiaro che il tempo della vita di un figlio non è deciso da altri se non Dio stesso, ma questo promemoria, che la mamma proclama con solida certezza, viene trattato come un fossile etico di un’altra epoca geologica, un Christocene superato da conquiste umane più efficienti e nuove.

La legge ispirata a Charlie Gard

È all’esame del Parlamento britannico una nuova legislazione, la “Charlie Gard law”, che rafforza i diritti dei genitori nei casi in cui questi ultimi si oppongano ai medici che vogliono togliere ai loro figli i supporti vitali. Se la nuova normativa, che è stata curata da Connie e Chris, i genitori di Charlie Gard, verrà approvata, papà e mamma avranno il diritto di ricorrere alla mediazione e a comitati etici e indipendenti. La legislazione, che ha ottenuto un parere favorevole dalla Camera dei Lords, garantisce anche ai genitori di poter avere accesso a tutte le informazioni mediche sui figli e ottenere un secondo parere medico.

Avvenire
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