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I seminaristi e l’abito talare: un caso in Francia ripropone il dilemma 

jeune pretre de dos

Sebastien Desarmaux / Godong

Valdemar De Vaux - pubblicato il 07/06/22

Giovedì 2 giugno il nuovo arcivescovo di Tolosa, mons. de Kérimel, ha inviato una lettera ai suoi seminaristi per chiedere loro di non mettere più la talare.

L’immagine dei quei futuri chierici installati negli scranni [in occasione delle confermazioni, N.d.R.], lontani dai fedeli, restituiva un’immagine molto clericale e non adeguata alla vostra condizione di seminaristi, i quali restano dei fedeli laici. 

Ecco la spiegazione data dall’arcivescovo di Tolosa, arrivato quattro mesi fa, per giustificare la propria richiesta. Mons. de Kérimel auspica che i seminaristi del proprio seminario, il quarto di Francia, non portino l’abito talare, neanche durante le liturgie. 

Si sa che la talare è talvolta fonte di tensioni, essendo percepita come un segno di reazione. Al contrario, i suoi apologeti vi vedono il distintivo di un cattolicesimo consapevole e missionario, che permette al prete di essere identificabile, per sé stesso e per gli altri. È questa ad esempio la posizione della Communauté Saint-Martin, che talvolta le è valsa delle critiche. 

Per quanto riguarda i seminaristi, la faccenda è più complessa: essi sono effettivamente un po’ “acqua di foce”, perché sono effettivamente e perfettamente laici, ma hanno già un piede nella vita del prete, dal momento che al sacerdozio si preparano. Eppure non sono chierici, in senso proprio e stretto, se non dal momento del diaconato. Prima di allora, essi non sono vincolati alla norma stabilita dal Diritto Canonico: 

I chierici portino un abito ecclesiastico decoroso secondo le norme emanate dalla Conferenza Episcopale e secondo le legittime consuetudini locali.

CIC 284 

L’abito dei seminaristi non è dunque regolato da una disposizione particolare, bensì da semplici usanze. In Francia, nei seminari diocesani, la talare è poco portata, a parte (in rare occasioni) nella liturgia, precisamente come potrebbero portarla dei ministranti adulti, poiché in abbinamento con la cotta essa costituisce un abito corale. 

La Communauté Saint-Martin, da parte sua, ha fatto la scelta di un’evoluzione chiara, che accompagni progressivamente il dono di sé fatto dagli aspiranti sacerdoti: indossata nella liturgia a partire dall’ammissione tra i candidati agli ordini sacri, essa diventa abito comune all’interno del seminario di Évron a partire dai ministeri istituiti, e poi anche fuori dal seminario a partire dal diaconato (ossia dall’ingresso effettivo nell’ordine sacro). 

Insomma, la questione non è risolvibile in breve: resta il fatto che l’abito ecclesiastico riveste un’importanza sottolineata recentemente anche dal Direttorio per il ministero e la vita dei presbiteri, del 2013: 

In una società secolarizzata e tendenzialmente materialista, dove anche i segni esterni delle realtà sacre e soprannaturali tendono a scomparire, è particolarmente sentita la necessità che il presbitero – uomo di Dio, dispensatore dei suoi misteri – sia riconoscibile agli occhi della comunità, anche per l’abito che porta, come segno inequivocabile della sua dedizione e della sua identità di detentore di un ministero pubblico[247]. Il presbitero dev’essere riconoscibile anzitutto per il suo comportamento, ma anche per il suo vestire in modo da rendere immediatamente percepibile ad ogni fedele, anzi ad ogni uomo[248], la sua identità e la sua appartenenza a Dio e alla Chiesa.

L’abito ecclesiastico è il segno esteriore di una realtà interiore: «infatti, il sacerdote non appartiene più a se stesso, ma, per il sigillo sacramentale ricevuto (cf. Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 1563, 1582), è “proprietà” di Dio. Questo suo “essere di un Altro” deve diventare riconoscibile da tutti, attraverso una limpida testimonianza. […] Nel modo di pensare, di parlare, di giudicare i fatti del mondo, di servire ed amare, di relazionarsi con le persone, anche nell’abito, il sacerdote deve trarre forza profetica dalla sua appartenenza sacramentale»[249].

Per questa ragione, il sacerdote, come il diacono transeunte, deve[250]:

a) portare o l’abito talare o «un abito ecclesiastico decoroso, secondo le norme emanate dalla Conferenza Episcopale e secondo le legittime consuetudini locali»[251]; quando non è quello talare, deve essere diverso dalla maniera di vestire dei laici e conforme alla dignità e alla sacralità del ministero; la foggia e il colore debbono essere stabiliti dalla Conferenza dei Vescovi;

b) per la loro incoerenza con lo spirito di tale disciplina, le prassi contrarie non contengono la razionalità necessaria affinché possano diventare legittime consuetudini[252] e devono essere assolutamente rimosse dalla competente autorità[253].

Fatte salve situazioni specifiche, il non uso dell’abito ecclesiastico può manifestare un debole senso della propria identità di pastore interamente dedicato al servizio della Chiesa[254].

Inoltre, la veste talare – anche nella forma, nel colore e nella dignità – è specialmente opportuna perché distingue chiaramente i sacerdoti dai laici e fa capire meglio il carattere sacro del loro ministero, ricordando allo stesso presbitero che è sempre e in ogni momento sacerdote, ordinato per servire, per insegnare, per guidare e per santificare le anime, principalmente attraverso la celebrazione dei sacramenti e la predicazione della Parola di Dio. Indossare l’abito clericale funge inoltre da salvaguardia della povertà e della castità.

[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio] 

Tags:
clericalismodiritto canonicoriformaseminaristivocazione
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