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Ha abbandonato le sue dipendenze grazie al Cenacolo e all’aiuto di un vescovo

AITOR

Cortesía Aitor Rivero

Merche Crespo - pubblicato il 07/06/22

Aitor ha vissuto per 25 anni per strada, di fronte alla porta della cattedrale di San Sebastián, finché il vescovo della città lo ha accolto in casa sua durante la pandemia e lo ha poi aiutato a entrare nella Comunità Cenacolo

Il nostro protagonista, figlio di genitori alcolizzati, ha trascorso l’infanzia in centri e famiglie di accoglienza, visto che ai genitori era stata tolta la custodia sua e dei suoi 8 fratelli. Ha fatto il servizio militare, ha imparato l’arte della falegnameria e ha lavorato nelle costruzioni, ma a 22 anni ha iniziato a vivere in strada, a rubare e a consumare abitualmente alcolici.

Ha vissuto così per più di 25 anni, tirando avanti di fronte alla porta della cattedrale della città spagnola di San Sebastián, dormendo a volte in centri della Caritas o in ostelli municipali. È stato anche qualche volta in carcere. Tutto questo fino a che monsignor Munilla, vescovo della città, gli ha proposto di abbandonare l’alcool e l’ha accolto in casa propria.

AITOR

Aleteia ha parlato con Aitor, che si è trasferito ad Alicante, visto che José Ignacio Munilla è attualmente è vescovo della diocesi di Orihuela-Alicante, dopo 12 anni come vescovo di San Sebastián.

Come hai conosciuto monsignor Munilla, e fino a che punto ti ha aiutato a rifarti una vita?

Vivevo in strada, quasi sempre davanti alla porta della cattedrale di San Sebastián, ma per certi periodi sono stato anche in carcere. Un giorno è venuto il vescovo a visitare i carcerati, e mi sono avvicinato a lui e gli ho detto: “Sono qui per te”. Avevo dipinto un murale su una delle pareti della cattedrale, una barca e un’isola – ride –. Non so se in quell’occasione monsignor Munilla ha voluto intercedere perché mi diminuissero la pena.

Sono uscito e ho continuato a vivere in strada bevendo alcool. Di tanto in tanto andavo all’ostello della Caritas, dove realizzavo aquiloni e braccialetti in uno dei suoi laboratori, che poi vendevamo.

AITOR

E poi sei andato a vivere in casa sua. Com’è andata?

Tutto è iniziato durante la “Cena del povero” organizzata nella cattedrale alla vigilia della Vigilia di Natale. Lì il vescovo mi ha parlato per la prima volta del Cenacolo.

Dopo quell’incontro, ogni mattina una donna consacrata, di nome María, mi portava la colazione nel luogo in cui avevo dormito, e continuava a parlarmi del Cenacolo.

Un giorno il vescovo mi ha detto che se mi fossi deciso a entrare nel Cenacolo mi avrebbe accolto a casa sua per prepararmi a compiere il passo. In quel momento ho visto l’opportunità di lasciare la strada, abbandonare definitivamente l’alcool e migliorare. Ci ho pensato bene e ho detto di sì.

AITOR

E allora siamo andati tutti e due a Lourdes (Francia), dove il Cenacolo ha un centro, per entrarvi. Mi hanno detto, però, che prima dovevo liberarmi dall’alcool.

Sono quindi stato per un periodo in casa di monsignor Munilla, dove ho ridotto a poco a poco il consumo di alcool, finché non mi hanno ricoverato in un ospedale di Pamplona per poterlo lasciare del tutto.

E qualche mese dopo sei entrato nel Cenacolo…

Sì, ma in quel momento, il marzo 2020, è arrivato il lockdown per il Covid-19, e ho dovuto rimanere in casa del vescovo. Lì ho aiutato monsignor Munilla nei lavori della cattedrale, e la domenica registravamo un video per il Cenacolo di Lourdes perché vedessero la mia evoluzione.

Ho anche registrato con alcune catechiste le parabole per i bambini che non potevano venire a catechismo in presenza per via della pandemia (#EnCasaEnFamiliaConJesus).

Allo stesso tempo, mi hanno preparato per ricevere la catechesi per la Cresima. Potevo così andare al Cenacolo cresimato perché lo Spirito Santo mi aiutasse.

AITOR

Finalmente a giugno, quando è finito il lockdown, siamo andati di nuovo al Cenacolo di Lourdes, perché non c’erano più restrizioni e potevamo attraversare la frontiera con la Francia.

AITOR

E l’adattamento al Cenacolo è stato facile per te o ti è costato seguire le norme?

La verità è che lì non sono stato bene, né per la disciplina né per la lingua, il francese, che mi costava capire, e quindi sono rimasto solo 20 giorni. Sono andato via una notte alle 2 del mattino e mi sono messo a chiedere l’elemosina nel santuario di Lourdes. In un paio d’ore ho raccolto 70 euro per poter tornare a San Sebastián.

Tornato in città, avevo paura di incontrare monsignor Munilla, ma sapevo di doverlo fare. Dopo aver parlato un po’ con lui mi ha chiesto “Che ne diresti di un Cenacolo spagnolo?” Ho risposto di sì.

Allora il vescovo ha parlato con il responsabile del Cenacolo e mi hanno permesso di andare alla Comunità che si trova a Cornudella de Montsant (Tarragona). Il giorno dopo, quindi, siamo partiti per andar lì, ma prima siamo passati a Lourdes per chiedere scusa.

Le cose non sono state facili neanche a Tarragona. Mi costavano la disciplina e il rapporto con gli altri, e non ero abituato a pregare tanto. Era “più di un convento”. Ci alzavamo alle 6 e andavamo a dormire alle 21.

A poco a poco, però, mi sono abituato, finendo per sentirmi a casa. Questo mi ha aiutato a ordinare la mia vita, le mie abitudini, a perdere la vergogna di parlare con gli altri, e mi sono anche reso conto del fatto che potevo aiutare altre persone. Mi sentivo amato e valorizzato.

La base della vita nel Cenacolo è “Amicizia, lavoro e preghiera”. Puoi spiegarmelo brevemente?

Sì, lì ho scoperto l’amicizia vera e disinteressata. Quando vivevo in strada la gente non mi aiutava, e gli amici non lo erano davvero, si muovevano solo per interesse.

Nel Cenacolo, invece, tutte le domeniche scrivevamo su un foglio il nome di altri “fratelli” della casa – così ci chiamiamo tra noi – con cui volevamo parlare ogni giorno della settimana successiva. Durante quelle conversazioni “tra amici” parlavamo e ascoltavamo. È questo il modo per conoscersi meglio e lavorare sull’amicizia.

Un’altra chiave del Cenacolo è il lavoro: nel periodo in cui risiedevamo nella casa abbiamo realizzato braccialetti e rosari per venderli, ci prendevamo cura degli animali, dell’orto, tagliavamo l’erba, realizzavamo lavori di mantenimento, di carpenteria e falegnameria, e alcuni si dedicavano alla cucina della comunità.

Personalmente, quello che mi piaceva di più fare era prendermi cura degli animali, e ho realizzato anche dei lavori di falegnameria, come delle scale. È il modo di sentirsi utili e collaborare, di coinvolgersi nella comunità.

Nel Cenacolo, poi, si dedica molto tempo alla preghiera. Lì mi sono reso conto del fatto che il Signore è davvero presente e ci accompagna. Sono anche stato più consapevole dei problemi degli altri grazie alla preghiera.

Com’è la tua vita ora? Hai qualche progetto personale, lavorativo o sociale?

Quanto al futuro non ci ho ancora pensate, sarà quello che Dio vuole per me. Da un mese vivo ad Alicante, dove si trova ora monsignor Munilla. E grazie a Dio lavoro in un’impresa di pulizie.

(Nel Cenacolo, quando le persone sono lì più o meno da un anno e mezzo, le lasciano andar via per una settimana – quella che si definisce “Verifica” – per analizzare i loro progressi e gli aspetti su cui devono ancora migliorare. Quando Aitor ha fatto la sua “verifica” a San Sebastián, Mons. Munilla gli ha annunciato che lo avevano nominato vescovo di Orihuela-Alicante e gli ha proposto di andare con lui. Aitor: “Gli ho detto di sì, come Maria”).

In base alla tua esperienza, come credi che possiamo aiutare le persone disorientate o legate alle dipendenze?

Dopo la mia esperienza, credo sinceramente che se qualcuno vuole staccarsi davvero dall’alcool o dalle droghe, il Cenacolo sia il luogo appropriato. Non bisogna prendere pasticche né altro, lì gli amici e i compagni ti aiutano ad andare avanti, e se cadi ti rialzano.

Oltre a questa amicizia vera, nel Cenacolo ci si basa anche sul lavoro e sulla preghiera, che aiutano e sono fondamentali per uscire dall’abisso.

Invito tutti ad andare a provare. Non c’è età per farlo, ci sono ragazzi molto giovani ma anche adulti, come nel mio caso. Si può rimanere per il tempo di cui si ha bisogno e andar via, se si vuole – non è un carcere. Bisogna solo abituarsi, a poco a poco, al ritmo del lavoro e della collaborazione nel contesto del funzionamento della comunità: iniziare rifacendosi il letto, prendendosi cura dei propri abiti e tenere pulita la stanza, più o meno come al servizio militare.

Nel Cenacolo si abbandonano davvero le droghe e si scopre che una vita nuova è possibile. Molti ricostruiscono completamente la propria vita, si sposano e hanno dei figli. La settimana scorsa sono andato a Valencia a un incontro di ex compagni che sono usciti dal Cenacolo di recente come me. Ti incontri con loro, chiedi come va. C’è un’amicizia autentica.

AITOR

Pensi che Dio e la Vergine ti abbiano assistito durante questo “rinnovamento”?

Sì, sicuramente. Sia il Signore che la Vergine mi hanno risollevato e aiutato in tante occasioni durante questo processo. E io ho pregato molto. È quello su cui insistevano nel Cenacolo: l’importanza della preghiera. Per me è stata una grande prova andare avanti giorno dopo giorno, ma grazie all’aiuto di Dio e dei compagni ci sono riuscito.

Non ho mai pensato che avrei potuto rimanere due anni nel Cenacolo, e spesso avevo voglia di lasciare tutto.

Tra l’Aitor che è entrato nel giugno 2020 e quello che è uscito nel maggio 2022 sono però cambiate molte cose. Non vedo più la vita nello stesso modo, ora ho imparato a valorizzare tutto molto di più. Prima per me era tutto uguale.

Grazie al ritmo del Cenacolo si impara a vivere nuovamente e a uscire dal pantano. Ci si lasciano alle spalle tutte le dipendenze e si pensa due volte prima di ricaderci.

Che conclusione trai da tutto quello che hai vissuto? Suppongo che sarai molto grato…

Ringrazio tutti coloro che mi sono stati accanto in questo periodo, giorno dopo giorno, insistendo. È quello che valorizzo di più.

Nel Cenacolo, ad esempio, anche gli incaricati sono stati dipendenti, ma Dio li ha aiutati, e ora loro aiutano gli altri dedicando degli anni a questo compito. Se il Signore mi chiamasse a svolgere questo lavoro collaborerei. E se ad Alicante ci fosse un centro del Cenacolo lo farei sicuramente.

Vorrei approfittare per invitare chiunque si trovi nella situazione in cui ero io a entrare nel Cenacolo, a provare. Lì c’è gente buona che lo può aiutare, e se non vuole andare avanti può andare via, c’è libertà. Nel Cenacolo entrano persone di tutte le età, alcune molto giovani, altre più grandi come me. Nulla è mai perduto.

Per me è importante non dimenticare mai da dove sono venuto e guardare dove sono oggi. Grazie a Dio e alla Madonna che mi hanno aiutato a crescere. Ora lo valorizzo molto e sono pieno di speranza e di forza per andare avanti.

Comunità Cenacolo

Nel 1983, in una casa abbandonata e distrutta di Saluzzo, suor Elvira Petrozzi, oggi nota come Madre Elvira, ha dato inizio alla Comunità del Cenacolo, in cui vengono accolti molti giovani perduti e delusi dalla vita che cercano il senso della propria esistenza.

I giovani arrivavano da ogni parte, e così le case della Comunità, chiamate fraternità, si sono moltiplicate, prima in Italia, poi in Europa e quindi in altri continenti. Attualmente le fraternità sono più di 70, presenti in 18 Paesi.

La Comunità non è solo un luogo di recupero e di assistenza sociale, ma una “scuola di vita”, “una famiglia grande”, in cui la persona accolta può sentirsi “a casa” e trovare così la propria dignità, la guarigione dalle ferite, pace del cuore, gioia di vivere e desiderio di amare.

A chi viene accolto si propone uno stile di vita comunitaria semplice e familiare: l’accoglienza gratuita come segno di amore vero, l’amicizia sincera come base delle relazioni umane e dell’amore fraterno, il lavoro riscoperto come dono e lo sforzo inteso come modo per maturare nelle responsabilità della vita. La preghiera e la fede in Gesù, morto e risorto per noi, sono infine la risposta al bisogno di amore infinito che abita nel cuore umano.

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