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Quando l’insegnante definisce il cristianesimo una favola, è ora di prendere in considerazione la scuola cattolica

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padre Donato Infante - pubblicato il 27/05/22

Nelle scuole c'è una duplicità di criterio che favorisce una visione anticristiana

Conosco bene la scuola pubblica, e ricordo un corso di Storia in cui è stato detto che il Medioevo era un periodo oscuro. Con il Rinascimento, e ancor di più con la Riforma, si è detto che la “Ragione” (scritta spesso sulla lavagna con l’iniziale maiuscola) era prevalsa.

È chiaro che qualcosa sembrava un po’ strano in questa narrativa storica. Sapevo che il sistema universitario medievale presentava giganti come Sant’Alberto e San Tommaso d’Aquino, e che le 95 tesi di Lutero non riguardavano tanto la “ragione”, quanto una disputa teologica sull’interpretazione delle Scritture.

Tentando di mettere in discussione la narrativa che ci veniva presentata come presunta verità, è diventato chiaro per me che l’insegnante non era interessato a un altro punto di vista. All’epoca ho ritenuto l’episodio una conseguenza della sua ignoranza su certi fatti storici – magari sulla base di un’interpretazione troppo semplicistica e tendenziosa dei fatti che gli era stata tristemente proposta – e non di uno snaturamento intenzionale.

È accaduto vent’anni fa. Ora, come sacerdote che lavora come direttore vocazionale, vengo invitato a parlare in molte parrocchie a gruppi di giovani. Di recente sono stato invitato a intervenire in una parrocchia come parte di una serie di tre sessioni per il gruppo giovanile, includendo questioni come perché Dio permette il male, che prove esistono per sapere che Gesù è risuscitato dai morti e altri tempi.

Denigrando il cristianesimo

In uno di quegli incontri, vari studenti delle superiori hanno affermato che il loro insegnante presentava regolarmente argomentazioni per giustificare perché la Resurrezione non sarebbe un fatto storico.

Ovviamente, è evidente che esistono molti professori di grande valore nella scuola pubblica, ma ascoltando quegli studenti e riflettendo sulla mia esperienza personale, mi è sembrato strano che sembra esserci una sorta di doppio standard.

Possono esserci professori che vogliono eseguire una lettura trionfalista della storia della Chiesa, mettendone in evidenza le mancanze umane nel corso del tempo. Se un insegnante cercasse di offrire una lettura eccessivamente semplicistica della storia, molto probabilmente non verrebbe tollerato, né dovrebbe esserlo. Perché allora un’analisi eccessivamente semplicistica e a volte enfaticamente anticristiana di eventi storici molto complessi sembra essere un tema comune accettabile in questi contesti?

Analisi anticristiane

La storia, contenendo tanti elementi reali e di analisi interpretativa, può essere insegnata in vari modi diversi.

Gli storici devono considerare molteplici fonti, a volte contrastanti. Devono scegliere come soppesare le prove, e considerare se certi eventi siano legati o meno. Devono effettuare giudizi storici. Una buona erudizione deve distinguere quantomeno tra i fatti che ritenuti incontestabili e quelli che meritano un’indagine storica.

Si deve anche discutere delle molteplici narrazioni interpretative che riguardano ogni area tematica storica. Non tutte le opinioni spropositate sui fatti devono essere insegnate, ma quando esistono varie versioni della storia che possono essere ragionevolmente dedotte dai dati storici, queste verità devono essere insegnate. I miei migliori professori di storia lo hanno fatto.

La sfida della Resurrezione

La sfida diventa cosa fare in situazioni in cui il professore ateo cerca di confutare la storicità della Resurrezione di Cristo. In questo caso particolare, gli studenti mi hanno detto che il loro professore aveva argomentato che non esisteva “alcuna prova” della Resurrezione.

Dall’altro lato, bisogna percepire che è un fatto storico che un gruppo di 11 apostoli e numerosi altri seguaci di Gesù abbiano detto di aver visto Cristo giustiziato dai Romani e poi risorto dai morti circa 2.000 anni fa. Alcuni di loro lo hanno scritto in resoconti che sono diventati il Nuovo Testamento. Alcuni dei loro resoconti sono essenzialmente testimonianze oculari degli eventi da loro vissuti. Gli storici possono decidere cosa fare con le loro dichiarazioni sulle proprie esperienze e sulla conversione immediata di migliaia di altri sulla base di queste.

Il cristianesimo esiste perché i credenti confidano in questa testimonianza, che esiste come un fatto storico; e questa fede ha portato alla conversione di gran parte del mondo.

Duplicità di criteri

I fatti storici restano gli stessi, quello che alcune persone di fede ritengono convincente e altre no. Questa è la prova, e affermare che questa prova non esista è impreciso.

Come un professore che afferma che “è accaduto” inserisce la sua fede in aula – la Resurrezione è la rivendicazione centrale della fede cristiana –, anche affermare che “non è accaduto” è un’affermazione di fede in senso contrario. È dire agli allievi di non essere cristiani. La visione fedele non sarebbe tollerata in una scuola pubblica, mentre l’altra sembra esserlo. Da ciò deriva la duplicità di criteri.

Cosa deve fare l’insegnante?

Quando ho notato per la prima volta questo doppio standard, vari amici secolari mi hanno chiesto: “Cosa deve fare un insegnante?” Il docente dovrebbe riconoscere che nel corso dei secoli le persone hanno presentato argomentazioni sia a favore che contro la fede nella Resurrezione di Cristo, basandosi su dati storici. Se questa fede abbia una buona base – ovvero se dobbiamo diventare cristiani – va al di là del curriculum di quel particolare corso di storia.

I dati storici, però, si sono verificati, e questi dati sono la testimonianza di coloro che hanno sperimentato una cosa che hanno identificato come la Resurrezione. E questo è avvenuto, per cui dev’essere presentato senza preconcetti in relazione alla fede religiosa o contro di essa.

Quando ho notato il doppio standard in un post recente su Facebook, una persona ha risposto che non lo era del tutto, visto che le scuole pubbliche non possono promuovere la religione. La conseguenza è che la promozione dell’antireligione (che è in sé una forma di religione) sarebbe accettabile. Lo constato molto, ma è problematico per l’ovvia ragione che negare la Resurrezione richiede in sé una sorta di fede nell’interpretazione della storia. L’istruzione “di valore neutro” è in sé un tipo di valore.

Tipo di educazione

Il tipo di educazione che difendo nelle scuole è del tutto permesso dalle norme legali, ma in base alla mia esperienza, e di quella degli adolescenti con cui ho parlato, mi chiedo se non sia molto raro. Il fatto stesso che le risposte al mio post iniziale su Facebook indichino che le scuole pubbliche dovrebbero essere autorizzate ad essere ostili alla fede mostra che, nonostante le attuali norme legali dicano il contrario, la battaglia sarà continua.

Negli ultimi anni abbiamo assistito a molti dibattiti pubblici tra genitori ed esperti di istruzione tecnocratica su quello che le scuole pubbliche stanno insegnando, ad esempio, sulla sessualità o sulle etnie.

In questo senso, il problema di una visione secolare del mondo è molto più profondo. Il XIX secolo ha assistito a un’enorme moltiplicazione delle scuole cattoliche per offrire ai cattolici un ambiente che non fosse ostile alla fede. È forse ora di una rinascita dell’educazione cattolica.

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