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Ungaretti e il libro che più ha amato, “Il dolore”

GIUSEPPE, UNGARETTI, RITRATTO

© Public Domain

MIENMIUAIF - MIA MOGLIE ED IO - pubblicato il 23/05/22

Un libro scritto senza averlo progettato, in mezzo a lutti e guerra. Un ossimoro di oscurità che illumina.

Di Giuseppe Signorin

“Come si può ch’io regga a tanta notte?…”, termina così una mini poesia di Ungaretti, uno di quei piccoli intensissimi frammenti a cui il poeta italiano nato ad Alessandria d’Egitto ha abituato i suoi lettori, spero non solo sui banchi di scuola.

È parte di una raccolta intitolata Il dolore, composta senza che fosse in programma in un lungo terribile periodo di lutti e guerra, dal 1937 al 1946, in cui Ungaretti vide morire un fratello e soprattutto il figlio Antonietto, di nove anni, a causa di un’appendicite curata in modo sbagliato. Immaginatevi.

“Come si può ch’io regga a tanta notte?…”.

E in effetti nessun “io” può reggere a certe notti, che non hanno nulla a che fare con quelle di Ligabue, ma molto con il diavolo, temo.

Situazioni orribili in cui il principe della morte si scatena perché Dio glielo permette (avete presente l’inizio della storia di Giobbe, con satana che ottiene di metterlo alla prova?), ma anche perché chi dovrebbe arginare il male viene meno alla buona battaglia, magari convinto che non ce ne sia nemmeno una in atto.

Dio ci lascia liberi e spesso l’oscurità avanza a motivo delle nostre azioni. Questo in generale, poi si tratta di dinamiche invisibili e sottilissime che vai a capire.
Però l’oscurità, a volte, è anche l’unico modo di illuminarci. “Il libro che più amo”, dirà Ungaretti del suo Dolore.

Un libro che non pensava di scrivere e che quindi si è quasi scritto da solo, mosso dalle circostanze. E il dolore ungarettiano pagina dopo pagina si dilata fino a richiedere una speranza più alta di quella meramente umana.

Così le sue liriche, in alcuni momenti, tendono a trasformarsi in preghiera e a dare spazio all’unico Uomo in grado di accoglierle:

“Ecco, Ti chiamo, Santo, / Santo, Santo che soffri”.

Gesù poco a poco penetra nei testi e dà occasione di sfogo e senso a quel dolore che il poeta vive e cerca di tradurre in parole. Le poesie prendono a tratti la forma e la forza dei salmi, che della poesia sono l’apice soprattutto perché non sono solo poesie, non sono arte per l’arte, sono arte per qualcos’altro, anzi, per Qualcun altro.

Sono quindi preghiera, dialogo con il Creatore e con il Logos incarnato, versi che trascinano e sono trascinati da uno Spirito sempre nuovo e imprevedibile. Non è roba New Age, o peace & love, è piuttosto vertigine impastata di verità e amore. Vertigine a immagine di croce. A Sua immagine.

Tags:
doloregiobbeguerra
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